L’esclusione non è un dettaglio procedurale. Taiwan è uno snodo cruciale del traffico aereo e marittimo dell’Indo-Pacifico, sede dell’industria dei semiconduttori da cui dipende la produzione globale di dispositivi medici, e uno dei più sofisticati hub di sorveglianza epidemiologica della regione. Tenerlo fuori dai meccanismi di scambio informativo dell’OMS — in particolare dal Regolamento Sanitario Internazionale e dalle reti di allerta su patogeni emergenti — significa accettare un buco strutturale in un’architettura che, dopo SARS, MERS, H1N1, Ebola e COVID-19, dovremmo avere imparato a non lasciare aperto. Lo si ricordava già nel giugno 2017, durante il dibattito al Senato sulla mozione presentata dal senatore Lucio Malan, presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan: virus, malattie ed epidemie non si fermano ai confini, né riconoscono i regimi.
La giustificazione dell’esclusione è notoriamente politica, non sanitaria. Pechino sostiene che la Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite — quella che nel 1971 trasferì il seggio della “Cina” dalla Repubblica di Cina (Taiwan) alla Repubblica Popolare — abbia risolto la questione anche per Taipei. Il testo della risoluzione, però, conta circa 150 parole e la parola “Taiwan” non vi compare. Ad averlo ricordato non sono militanti dell’indipendentismo taiwanese, ma il Parlamento europeo, che il 24 ottobre 2024 ha approvato con 432 voti favorevoli e 60 contrari una risoluzione che afferma esplicitamente che la 2758 non prende posizione su Taiwan e invita gli Stati membri dell’Unione a sostenere la “partecipazione significativa” di Taipei in OMS, ICAO, Interpol e UNFCCC. Posizioni analoghe sono state assunte, negli ultimi mesi, dai parlamenti di Paesi Bassi, Australia, Canada, Regno Unito, Belgio e Repubblica Ceca, oltre che, sul fronte americano, dal Dipartimento di Stato e dalla Camera dei Rappresentanti.
La precisazione, apparentemente tecnica, scioglie un nodo retorico fondamentale. Si è ripetuto a lungo che riammettere Taiwan ai consessi multilaterali sarebbe una violazione della politica della “una sola Cina”. Non lo è. Quella politica — riaffermata anche dall’Unione Europea — riguarda il riconoscimento diplomatico della RPC, non la rappresentanza tecnica di un sistema sanitario di ventitré milioni di persone in un’agenzia specializzata. Tra il 2009 e il 2016 Taiwan ha partecipato per otto sessioni consecutive alla WHA in qualità di osservatore con la denominazione “Chinese Taipei”, senza che ciò producesse alcuna crisi diplomatica né scuotesse alcun pilastro dell’ordine internazionale. La formula esiste, ha funzionato, è stata interrotta per ragioni politiche: può essere ripristinata.
L’Italia, su questo terreno, ha già preso posizione — e in modo bipartisan. Nel 2024 la Commissione Affari esteri della Camera ha approvato all’unanimità una risoluzione, presentata dal vicepresidente Paolo Formentini e sottoscritta anche da Fratelli d’Italia e Forza Italia, che impegna il Governo a sostenere la partecipazione di Taiwan alle agenzie specializzate dell’ONU, a partire dall’OMS. Durante la presidenza italiana del G7, a Fiuggi-Anagni nel novembre 2024, i ministri degli Esteri hanno ribadito l’importanza della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan. Nel settembre 2025 una delegazione parlamentare bipartisan, guidata dal senatore Adriano Paroli, co-presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, è stata ricevuta a Taipei dalla vicepresidente Hsiao Bi-khim e dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung, il quale ha espressamente ringraziato Roma per le risoluzioni a sostegno della partecipazione taiwanese alla WHA e contro la distorsione della Risoluzione 2758.
Sul piano materiale, l’interesse italiano per Taiwan è non meno tangibile delle prese di posizione politiche. L’interscambio bilaterale ha superato i sei miliardi di dollari nel 2023, collocando l’Italia tra i primi cinque partner europei dell’isola; l’investimento di GlobalWafers in Piemonte e l’apertura nel 2023 dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano testimoniano un’integrazione industriale crescente, in particolare nei semiconduttori e nelle tecnologie verdi. L’Italia ha molto da guadagnare — sul piano sanitario, scientifico, economico — da un Taiwan pienamente inserito nelle reti multilaterali. Poco, dal silenzio.
Ginevra, 18-23 maggio 2026. Sostenere la partecipazione di Taiwan alla 79ª WHA non significa aprire un fronte con Pechino: significa essere coerenti con quanto il Parlamento italiano ha già votato, con quanto il G7 a guida italiana ha già dichiarato, con quanto i nostri alleati europei sostengono. La salute pubblica è uno dei pochi domini in cui la cooperazione internazionale può ancora essere immaginata come un bene comune sottratto alla logica dei blocchi. Privare ventitré milioni di persone di voce in questo consesso non protegge alcuna stabilità: ne incrina, anno dopo anno, la legittimità.

