Geopolitica.info ha incontrato il prof. Mattia Diletti, docente presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale “Sapienza” Università di Roma, precursore, nell’ambiente accademico italiano, dell’analisi dei “think tank” come oggetto di studio, nell’eterno e affascinante rapporto tra potere e conoscenza, tra esperti e decisori politici.
Professore, nel 2009 esordiva con il suo libro per il Mulino “I think tank”, offrendo una prima sistematizzazione italiana su un tema ancora troppo legato al contesto anglo-americano di origine. Oggi, dopo più di un decennio, come ritiene si sia evoluta la forma storica assunta dalla “vicenda del miraggio e della speranza – quasi sempre infranta – che la conoscenza, la dottrina, il sapere o la razionalità influenzino l’azione dei sovrani e delle istituzioni”?
Nel mio breve libro del 2023 (Ideologi, esperti, think tank. Mondadori Università) mi sono occupato proprio di un aggiornamento di carattere più sociologico, al fine di verificare soprattutto gli effetti del decennio populista che abbiamo appena attraversato, caratterizzato da una diffusa delegittimazione dell’establishment tout court, che non ha risparmiato neanche le figure degli esperti, visti come membri di un apparato di potere e dunque élites da combattere.
E adesso?
A mio parere, oggi quella fase si è in qualche modo chiusa: quasi tutti i partiti protagonisti del recente periodo populista sono ora identificabili come “nuova destra”. Lo riscontriamo nella nascita di una vera e propria “internazionale” di think tank di destra – si veda la National Conservative Conference – una rete che ha ristrutturato il mercato delle idee.
Riguardo invece a come lavorano i think tank, circoscrivendo a quelli occidentali, l’altro impatto maggiore è quello causato dalle recenti trasformazioni della comunicazione. È interessante perché i think tank storicamente si sono sempre adattati ai nuovi ecosistemi mediali, e stanno dimostrando di avere le capacità anche di fronte a questa ultima sfida, che comporta il cambiamento del modo di fruizione delle informazioni da parte di tutte le loro audience tradizionali (grande pubblico, media e politica).
Un’ultima novità invece è frutto e fotografia del mondo divenuto più multipolare, cosicché assistiamo all’emersione di think tank anche di quei paesi che noi occidentali eravamo tradizionalmente abituati a considerare di meno (come i think tank cinesi).
Torniamo all’America, contesto che Lei ben conosce. “Il primo modo per giudicare l’intelligenza di un principe è vedere di quali uomini si circonda” scriveva Machiavelli. Nel caso di questa seconda amministrazione Trump, possiamo dire che a contare sia più la fiducia personale che la competenza scientifica dell’apparato di expertise dell’”inner circle”? Cosa è cambiato rispetto all’amministrazione repubblicana precedente?
La fedeltà è molto richiesta e vitale per tutti i politici. A questo si aggiunge però che l’architettura istituzionale dell’esecutivo americano induce ad avere rapporti fortemente personalizzati. La grande differenza che tutti riscontrano tra prima e seconda amministrazione Trump è il fatto che adesso abbiamo una classe dirigente che potremmo chiamare “nativa trumpiana”. Nel mandato precedente esistevano, naturalmente, figure di fiducia del Presidente – pensiamo al suo genero, Jared Kushner – ma c’era stato un compromesso con l’establishment repubblicano tradizionale, non potendo ancora disporre di personale proprio.
Paradossalmente, questi quattro anni di mandato Biden sono stati una sorta di “mano santa” per il trumpismo, gli hanno permesso di fare quello che fanno tutti gli sconfitti nel sistema bipartitico: sfruttare il tempo a disposizione per strutturare nuove idee e piani d’azione, oltre che reclutare nuovo personale.
E quale è stato l’esito di questa preparazione?
In questo caso abbiamo assistito alla convergenza di due fattori: primo, il fatto che think tank e figure appartenenti al vecchio mondo repubblicano si sono “trumpizzate” definitivamente, una volta accertata la riconferma di Trump a candidato presidenziale repubblicano, nonostante la paventata uscita di scena in seguito alle vicende dell’assalto al Congresso. In tal senso va osservato in particolare tutto il filone del celebre think tank conservatore “Heritage Foundation”, motore del “Project 2025”, in passato noto come “Mandate for leadership”.
L’altro fattore è che i nativi trumpiani hanno creato le loro strutture, come il “The America First Policy Institute”, e il “Center for Renewing America” fondato nel 2021 da una figura molto importante ma raramente citata, Russel Vought, Direttore del “Office of Management and Budget (OMB)” all’epoca della prima amministrazione Trump.
Nei primi mesi questi nuovi think tank hanno avuto un approccio da rivoluzionari, da “credenti”, ragionando su come prendere possesso quasi manu militari dell’amministrazione federale (quali posizioni occupare, chi licenziare, cosa smantellare, non solo in funzione del taglio dei costi).
Assistiamo così ad una battaglia violentissima di questa nuova amministrazione Trump contro i centri di produzione di conoscenza protagonisti sostanzialmente degli ottant’anni precedenti, facendo leva anche sull’anti-elitismo e sulla sfiducia che gran parte dell’opinione pubblica americana nutre storicamente verso i centri intellettuali.
Arriviamo dunque ai recenti provvedimenti di congelamento di fondi e tagli di sovvenzioni federali nei confronti di alcune università americane: possiamo leggere tali misure come tentativo di colpire alle radici l’intellighenzia dem nel solco della “rivoluzione conservatrice”?
Ci siano elementi di rivoluzione conservatrice in Goldwater e soprattutto Reagan, ma nel caso di questa seconda amministrazione Trump parlerei di “rivoluzione post-liberale”, finanche “post -costituzionale”. Si è smarrito infatti il consenso sulla visione tradizionale della separazione dei poteri e del potere sottoposto alla legge, non solo nei fatti ma anche a livello teoretico, come nell’estremizzazione della cosiddetta “teoria dell’esecutivo unitario”.
In questo quadro si inseriscono la caccia governativa agli oppositori politici intesi come nemici ideologici, ed i provvedimenti selettivi contro i centri di produzione delle élite anti-trumpiana: da qui la scelta di colpire alcune università al fine di condizionare i curricula, il comportamento politico degli studenti nei campus e l’assunzione del personale accademico. E attenzione ai profili biografici di molte figure che operano nelle fila trumpiane: gran parte di loro, come Stephen Miller o come lo stesso Russel Vought, rappresentavano da ragazzi la destra di minoranza dentro le università dell’Ivy League, quelli che, in altre parole, erano sempre in minoranza. Adesso, è come se questa nuova classe dirigente avesse l’opportunità di vendicarsi, finalmente, contro il nemico della gioventù.
Infine, “serbatoi di pensiero” è riportata tra le traduzioni italiane di think tank, ma potremmo presto essere tentati di adottarla come nuova definizione dell’IA generativa. Se “la definizione delle alternative è una forma di potere supremo”, quale rapporto tra IA, think tank e potere?
Su questo sono molto cauto. Primo, ci vuole un impegno sistemico per capire come deve interagire un certo tipo di mestiere intellettuale con l’IA. Secondo, io sono al limite dello statalismo sovietico (scherzo, ma non troppo): una volta non l’avrei mai detto, pensando all’impatto che l’iper-regolamentazione avrebbe avuto per le libertà personali e d’impresa, ma oggi abbiamo superato ogni soglia. Siamo controllati dai privati tramite i social molto più di quanto farebbe un attore pubblico. Per quello che riguarda l’uso delle reti sociali e delle informazioni che stiamo “regalando” alle aziende dell’IA, sono per soglie di regolazione e controllo molto superiori a oggi. I think tank devono porsi due questioni: come usare questi strumenti; come ragionare su che ruolo dovrà avere nelle nostre società la IA. Non possiamo lasciare che sia il mercato a stabilirlo.

