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TematicheStati Uniti e Nord AmericaDa Trump a Biden: continuità e discontinuità. Parla il...

Da Trump a Biden: continuità e discontinuità. Parla il Prof. Colombo

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Contrariamente a quanto un’interpretazione da “prima immagine” – vale a dire fondata sulle preferenze dei leader – possa indurre a credere, il primo anno di presidenza Biden suggerisce che le politiche da essa adottate presentano una serie di continuità con quelle di Trump. Infatti, gli Stati Uniti continuano a muoversi in un contesto all’interno del quale sono sfidati dalle cosiddette “potenze revisioniste” o “competitor strategici”. Per saperne di più abbiamo intervistato Alessandro Colombo, Professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Milano.

Professore la ringraziamo per la sua disponibilità. Andando indietro di quattro anni, qual era il contesto in cui si muoveva l’amministrazione Trump?

Con l’amministrazione Trump abbiamo un nuovo contesto interno e un nuovo contesto esterno: sia l’uno che l’altro non recedono dal processo di deterioramento già cominciato all’epoca del passaggio da Bush a Obama. Nel contesto interno aumentano drammaticamente le fratture politiche, istituzionali e sociali all’interno del paese. Le fratture non sono state prodotte dall’amministrazione Trump ma è proprio quest’ultima ad essere un prodotto di tali fratture. L’amministrazione Trump, infatti, si impone a partire dall’aggravamento progressivo delle fratture politiche, culturali ed istituzionali all’interno della società americana. Il contesto internazionale – e questo è l’elemento che pesa di più nell’architettura di Trump – è l’opposto di quello degli anni ’90. Gli anni ’90 erano dominati da una sorta di “deserto del potere” per il quale gli Stati Uniti non vedevano competitor neanche nel più lontano orizzonte. Trump, invece, arriva alla Casa Bianca in un contesto nel quale ci sono più competitor: Cina e Russia su tutti.

E l’obiettivo?

L’obiettivo di Trump è drasticamente anti-egemonico ed è proprio questo il senso dell’America First. Credo che America First significhi che gli Stati Uniti debbano recuperare la propria superiorità rinunciando all’egemonia smettendo di farsi “sfruttare” dagli altri. In questo senso, non si persegue il disimpegno in determinati quadranti perché si vuole rinunciare alla propria superiorità ma perché si è deciso di recuperarla e di rifare l’America grande. Questa è la sintesi illiberale di Donald Trump. 

Tra deep engagement e retrenchement si è scelto il secondo approccio: gli Stati Uniti non sono rientrati in Iraq, in Libia e in Siria, hanno deciso di ritirarsi dall’Afghanistan e hanno detto agli alleati europei che non si sarebbero impegnati ovunque. Proprio questo disimpegno dal multilateralismo è stato praticato in modo estremamente enfatico. Nei documenti strategici dell’amministrazione Trump sono due gli argomenti che vengono usati per spiegare tale disimpegno – argomenti che si possono ritrovare anche nella teoria delle relazioni internazionali. Il primo è quello dell’inganno: si sottolinea come all’interno delle Organizzazioni Internazionali gli Stati Uniti vengano ingannati dagli altri e soprattutto dalla Cina. A tal proposito, Clinton e Obama sono stati fortemente criticati per aver sostenuto il coinvolgimento della Cina nelle Organizzazioni Internazionali pensando che gli Stati Uniti sarebbero riusciti a socializzarla ai propri valori. Per Trump, invece, Pechino si è fatta coinvolgere solo per prendersi gioco di loro. Il risultato – si legge nei documenti strategici dell’amministrazione repubblicana – è che in termini di vantaggi relativi la Cina ha guadagnato molto di più di quello che ha guadagnato Washington. Il secondo argomento è quello della diffidenza nell’engagement. La politica di Trump nei confronti della Cina è chiarissima: non c’è alcuna possibilità di fare concessioni e non c’è alcuna possibilità per la Cina di gestire l’ordine internazionale insieme agli Stati Uniti. L’ordine internazionale è una relazione competitiva. 

Arriviamo a Biden. Qual è il contesto attuale?

L’amministrazione Biden, invece, si muove all’interno di un contesto interno molto travagliato. L’economia americana, tra alti e bassi, sembra essere ripartita dallo shock della pandemia ma ci sono ancora enormi vulnerabilità nella crescita americana. Inoltre, le divisioni interne della società americana sono drammatiche e Biden farà di tutto per ricomporle. Tuttavia, non è detto che ci riesca. Ma non sono presenti solo spaccature economiche e sociali. Gli Stati Uniti stanno andando incontro ad una crescente crisi politica che mette in discussione il funzionamento stesso delle istituzioni. 

Per quanto riguarda il contesto internazionale invece, Biden non può beneficiare – come non poteva beneficiarne neanche Trump – di una sorta di “inerzia cognitiva”. La politica estera americana non funziona da almeno quindici anni ed ha dunque bisogno di un rinnovamento. In questo senso, Biden ha ereditato dal proprio predecessore una politica estera priva di un orientamento definito e, come se non bastasse, si trova in un contesto di crescente attivismo dei competitor degli Stati Uniti sia a livello regionale (Russia e Iran), sia a livello globale (Cina). 

Quali sono le discontinuità tra l’amministrazione Trump e quella Biden?

Anzitutto una discontinuità di tipo narrativo. Non c’è dubbio che Biden rilancerà – ma già lo sta facendo – il discorso liberale. In questo senso c’è una ripresa del tutto illusoria dell’eredità clintoniana. Stiamo assistendo ad un rilancio delle questioni globali e proprio su questo c’è una grande differenza rispetto allo stesso impianto teorico dell’amministrazione Trump. Abbiamo visto una forte iniziativa americana in quella che viene definita diplomazia dei vaccini e nelle questioni ambientali. In buona sostanza l’amministrazione Biden sta portando avanti grandi iniziative su temi completamente diversi rispetto a quelli che aveva cavalcato la precedente amministrazione. Altro punto importante: l’America di Biden rilancerà il multilateralismo – l’ha già annunciato e lo sta già facendo – ma bisogna stare molto attenti a non confondere il tipo di multilateralismo perseguito. Il multilateralismo del quale parla Biden non è più quello al quale facevano riferimento Clinton o Obama. Il multilateralismo degli anni ‘90 era di carattere universalistico, cosmopolita ed inclusivo mentre quello di Biden è un multilateralismo – competitivo ed esclusivo – delle democrazie occidentali contro gli altri, è un multilateralismo guidato dagli Stati Uniti con le altre democrazie contro il multilateralismo della Cina. A tale multilateralismo però può far seguito sia un vantaggio ma anche uno svantaggio, ossia la mobilitazione generale degli alleati. Biden, infatti, chiede agli alleati di fare di e chiede di entrare attivamente in questa grande competizione. 

Un’amministrazione però ha anche dei vincoli. Quali possono essere per Biden? Crede che la competizione con gli avversari possa diminuire?

Le divisioni interne faranno sì che l’opinione pubblica americana – così come è sempre stato negli ultimi trent’anni – sarà sempre più resistente ad investire lontano da casa quindi. Dunque, non c’è spazio per il deep engagement. L’opinione pubblica americana non lo vuole ed è il momento sbagliato per sfidarla. Gli alleati, soprattutto quelli europei, sono entusiasti per la nuova offerta di acquisto fatta da Biden. Il problema è che questi ultimi non possono dare nulla in cambio agli Stati Uniti. Ad oggi, gli alleati non sono in condizione di aumentare i propri contributi perché, proprio come Washington, anche noi europei abbiamo un problema di equilibrio tra impegni e risorse. Le nostre risorse sono sempre più limitate ed è totalmente irrealistico aspettarsi che i paesi europei si assumano maggiori oneri. Biden cercherà come i suoi predecessori di diminuire, almeno in parte, gli impegni che oggi appaiono irrazionali sapendo però – per tutto quello che è avvenuto negli ultimi anni – che ogni disimpegno è un vulnus alla credibilità degli Stati Uniti. Infine, nonostante tutte le aspettative quasi sempre irrealistiche che si sono lette nel passaggio da Trump a Biden, la competizione con gli avversari non diminuirà. I primi passi anche dal punto di vista del linguaggio di Biden non fanno pensare ad un comportamento molto diverso sia nei confronti della Cina sia nei confronti della Russia. Fino ad adesso l’approccio strategico di Biden sembra essere in linea di continuità con quello di Trump.

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