In un mondo attraversato da mutamenti geopolitici rapidi e profondi, Donald J. Trump si conferma come uno degli attori più dirompenti sulla scena globale. Con una strategia che coniuga protezionismo economico, diplomazia bilaterale e proiezioni di potenza, Trump ridefinisce i confini della leadership americana secondo logiche di vantaggio tattico immediato. Dalla guerra dei dazi alla nuova diplomazia nel Medio Oriente, dalla legittimazione delle criptovalute alle mire sull’Artico, il suo approccio si fonda su una visione transazionale e pragmatica del potere, in cui la pace, l’economia e la tecnologia diventano strumenti di un’unica, coerente narrazione.
Mentre l’Europa appare indecisa e in ritardo e la Cina rafforza la sua rete di influenza, Trump gioca la sua partita a ritmi serrati, e l’America, ancora una volta, tenta di imprimere il proprio segno sul mondo.
Dai Dazi al ruolo di mediatore nei conflitti: la strategia di Trump
Nel 2025 lo strumento dei dazi si riconferma quale importante leva negoziale utilizzata dall’egemone per mettere all’angolo il principale rivale economico-militare. Nel corso di poche settimane i dazi imposti alle merci cinesi erano arrivati al 145%. Al di là delle finalità ‘collaterali’ e delle dichiarazioni pubbliche (costringere Pechino a forme di cooperazione nella lotta al traffico di Fentanyl, incentivare le aziende statunitensi a rilocalizzare la produzione in paesi quali l’India) il livello spropositato delle tariffe è da ascriversi a una strategia di lungo periodo diretta ad isolare economicamente la Cina. Poi, con un’improvvisa inversione a U, il 12 maggio 2025 Trump riduce i dazi al 10% per tre mesi. Una sorta di ‘cessate il fuoco’ commerciale divenuto quasi una scelta obbligata per via delle turbolenze insostenibili nei mercati finanziari, anche se il 4 giugno scorso il presidente ha alzato le tariffe specifiche sulle importazioni di acciaio e di alluminio dal 25% al 50%. Il 10 giugno l’appello presentato dall’esecutivo contro la decisione della United States Court of Federal Trade che aveva annullato la maggior parte dei dazi imposti da Trump è stato accolto e i dazi, per ora, rimangono in vigore.
Le manovre finanziarie legate alla cosiddetta “guerra dei dazi” sono però da inserirsi in un più ampio progetto interno di sostegno all’economia. Il Presidente ha infatti più volte sostenuto che il surplus generato dall’imposizione di tariffe doganali sulle importazioni potrebbe teoricamente finanziare una significativa riduzione fiscale, dichiarando di voler eliminare le imposte per redditi inferiori ai 200.000 dollari annui.
Tuttavia, un’esenzione fiscale di questa portata richiederebbe circa 700 miliardi di dollari, mentre i proventi derivanti dall’aumento dei dazi si aggirerebbero intorno ai 100 miliardi di dollari. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di complessità: il cosiddetto “effetto di curvatura” della domanda, espresso dalla Curva di Laffer. L’aumento dei dazi implica inevitabilmente un incremento del prezzo finale dei prodotti importati, che riduce la domanda da parte dei consumatori e, di conseguenza, il volume delle importazioni stesse. In termini economici, ciò si traduce in un calo delle entrate derivanti dalle tariffe doganali. Trump, inoltre, ha anche più volte sottolineato che i proventi generati dai dazi potrebbero essere impiegati per politiche di reinternalizzazione delle catene di produzione industriale. In altre parole, si punta a riportare negli Stati Uniti una quota rilevante della manifattura, oggi delocalizzata soprattutto in Asia.
La nuova diplomazia Made in USA
Nel maggio 2025, l’amministrazione Trump ha annunciato la rimozione delle sanzioni economiche imposte alla Siria durante il regime di Bashar al-Assad. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca, tale mossa sarebbe stata accompagnata da un accordo inedito: l’avvio della costruzione di una Trump Tower a Damasco. Si tratterebbe non soltanto di un accordo economico, ma costituirebbe un esempio plastico del soft power trumpiano: un’America che, oltre alla democrazia, esporta il proprio brand.
In questo quadro, assume particolare rilievo l’incursione diplomatica ed economica compiuta da Donald Trump in Medio Oriente nel maggio 2025, quando ha incontrato a Riyad il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. L’episodio diplomatico si è configurato come un maxi-accordo di portata globale: un pacchetto da 145 miliardi di dollari di forniture militari americane e oltre 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi destinati a entrare nel capitale di grandi aziende statunitensi. Alla conferenza tenutasi tra il 9 e l’11 maggio 2025 presso il Riyadh Global Investment Forum hanno partecipato alcune tra le figure più influenti del nuovo corso economico statunitense: oltre a Elon Musk (dimessosi il 29 maggio dall’amministrazione Trump e dal progetto Doge), sono stati chiamati alcuni tra gli imprenditori pionieri nel campo delle criptovalute, nonché esponenti di spicco del settore dell’intelligenza artificiale (quali OpenAI e Anthropic), nonché i CEO delle principali aziende produttrici di microchip e semiconduttori. La loro presenza ha confermato il progressivo allineamento strategico tra tecnologia, energia e geopolitica, e il ruolo sempre più centrale dell’Arabia Saudita quale crocevia di capitali. In particolare, il coinvolgimento diretto nelle trattative di dirigenti apicali nel settore dell’A.I. sembrerebbe una risposta alla minaccia rappresentata dai progressi compiuti della Cina in questo campo.
È evidente che gli interventi diplomatici e gli accordi di business siglati a Riyad sono tesi rinsaldare la posizione dell’asse Tel Aviv-Washington quale punto di riferimento (economico e militare) dei paesi arabi, considerando anche che il piazzamento di Bin Salman nel gioco degli schieramenti resta ambiguo, dato che l’Arabia Saudita dovrebbe entrare a breve nei BRICS, benché la relativa adesione non sia stata formalizzata.
Ciò che ha mandato in fumo le esili speranze in un Medio Oriente stabile nonostante le eclettiche e contraddittorie mosse degli USA in tema di politica estera è stato l’attacco sferrato il 13 giugno da Israele all’Iran. In accordo ai principi della shock and awe, l’azione militare ha puntato ad una vittoria rapida mediante l’eliminazione di alcuni dei vertici militari e politici persiani, il bombardamento di aeroporti militari e degli stock di carburante, nonché la parziale distruzione delle postazioni di difesa antiaerea, confidando in un crollo rapido dello Stato Islamico. Tuttavia, nonostante gli auspici di Netanyahu, l’Iran ha assorbito il colpo e, anche grazie alla mobilità dei dispositivi di lancio, ha risposto in modo efficace mediante attacchi missilistici ai porti, agli aeroporti ed agli edifici governativi israeliani.
In questo scenario, ancora una volta, è Trump a detenere la responsabilità delle sorti del Medio Oriente. Il presidente non ha escluso un intervento militare diretto degli USA in Iran, che si è concretizzato nella notte tra il 21 e il 22 giugno: almeno sei bombe bunker buster, sganciate da bombardieri stealth B-2, hanno colpito le basi nucleari di Natanz, Esfahan e Fordow. Questa decisione degli USA, presa proprio mentre a Ginevra i rappresentanti diplomatici dei paesi UE stavano discutendo con emissari iraniani di una soluzione pacifica del conflitto, aggrava ulteriormente la crisi, senza peraltro risolvere il pericolo addotto da Israele come casus belli, ovvero la presunta realizzabilità delle armi nucleari da parte di Tehran. Anche le bombe bunker buster più potenti, come le GBU-57A/B, sono progettate per colpire a una profondità che va dai 16 ai 60 metri, a seconda della composizione del terreno (le stime non sono concordi). Tuttavia, la base di Fordow, ad esempio, si trova a una profondità di 80-90 metri. Vedremo se a questo seguiranno altri attacchi militari americani all’Iran. Le contrapposte pressioni su Trump per una soluzione distensiva, ovvero decisamente interventista, sono di varia natura: da un lato il presidente non può ignorare le aspettative per una politica MAGA di tipo ‘isolazionistico’, nutrite sia da gran parte dei suoi elettori che da un’ampia fascia del partito Repubblicano; dall’altro, l’ala Neocon spinge per un intervento deciso degli Stati Uniti nel Medio Oriente, avendo forse già obliato gli esiti nefasti delle guerre in Afghanistan e in Iraq. Al netto dell’impossibilità di piegare un paese di 90 milioni di abitanti senza controllarne direttamente il territorio (qualora non si verifichi l’auspicato regime change), gli americani sanno che l’Iran ha un asso nella manica: la possibilità di bloccare lo stretto di Hormuz. Il corto braccio di mare è di fondamentale importanza per il commercio internazionale, tanto che vi transita circa il 20% dell’import-export di petrolio. Se il blocco dovesse verificarsi, il prezzo del greggio – già in risalita a seguito dell’attacco israeliano – schizzerebbe a centinaia di dollari al barile, con conseguenze disastrose per l’economia globale. In ultimo, va rilevato che, dall’insediamento di Trump a oggi, il dollaro ha perso quasi il 10% rispetto all’euro: la flessione, causata dalle già menzionate manovre di Trump sui dazi, rischia di esacerbarsi per via delle tensioni Israele-Iran, che sono ormai sfociate in una vera e propria guerra.
La legittimazione delle criptovalute e il downgrading del debito sovrano
Anche nel mondo digitale e finanziario, le decisioni di Trump hanno prodotto effetti immediati. Coinbase, la principale piattaforma di scambio di criptovalute, è stata inclusa nell’S&P 500, segno di una progressiva legittimazione della valuta digitale quale asset consolidato e la perdita del suo ruolo, anche utopistico, di ‘valuta alternativa’ non tracciabile. A testimonianza di questa svolta, Paul Atkins, ex co-presidente di un importante gruppo finanziario cripto, è stato nominato a capo della SEC, mentre Brian Quintenz, ex responsabile delle politiche per la divisione cripto di Andreessen Horowitz, una delle principali società di venture capital nel settore tecnologico, è stato nominato a guida della CFTC. La direzione è chiara: un’apertura decisa verso il mondo delle valute digitali.
In questo contesto, Trump ha persino avanzato l’ipotesi di inserire il Bitcoin nel paniere valutario della Federal Reserve, un’idea che appare quasi come un ossimoro per il paese che emette la valuta di riferimento globale. Tuttavia, dietro questa apparente contraddizione si cela una strategia ben precisa: consolidare la posizione del dollaro in un sistema economico internazionale dove il 60% delle riserve mondiali, l’80% del commercio globale al netto dell’Unione Europea e il 70% dei debiti aziendali internazionali sono denominati in dollari. E a questo potrebbe certamente contribuire una posizione dominante del dollaro nelle convertibilità delle stable coin.
Tuttavia, nonostante i segnali di innovazione e apertura nel settore digitale e finanziario, sul fronte macroeconomico emergono criticità che non possono essere sottovalutate. Moody’s ha recentemente declassato il rating del debito sovrano degli Stati Uniti. L’agenzia era l’unica delle cosiddette Big Three a non aver ancora tolto la tripla A al debito sovrano americano. Nel 2011 lo aveva già fatto S&P e nel 2023 Fitch. Questo declassamento riflette la preoccupazione degli investitori circa la sostenibilità fiscale del paese e la capacità del governo di gestire in modo efficace i suoi impegni finanziari nel medio-lungo termine.
Il sentiment del mercato si caratterizza per un cauto pessimismo: l’aspettativa di crescita economica si è raffreddata, mentre l’aumento dei tassi di interesse inizia a frenare l’attività economica. L’inflazione, pur in leggera discesa, resta ancora su livelli superiori alla soglia di stabilità, alimentando incertezza e volatilità. Le aspettative di una ripresa robusta e di un miglioramento immediato delle condizioni economiche grazie alla Trumpnomics risultano per ora largamente disattese.
Un’Europa che arranca
Mentre Donald Trump ha impresso un’accelerazione senza precedenti alla sua agenda economica e diplomatica, promettendo di siglare 90 accordi bilaterali in 90 giorni, l’Europa sembra arrancare. La Commissione europea non è riuscita a imprimere una svolta né in tema di politica energetica né sul versante commerciale. Il 18 maggio 2025, a Palazzo Chigi, Ursula von der Leyen ha incontrato J.D. Vance alla presenza di Giorgia Meloni in veste di ‘moderatrice’. L’incontro ha messo in luce le fratture strategiche tra Bruxelles e gli Stati membri. Nessun passo è stato compiuto sulla questione dei dazi, che continuano a colpire settori chiave dell’export UE come l’automotive tedesco, il settore tessile spagnolo e l’agroalimentare italiano.
In un contesto segnato da nuove forme di competizione strategica, cresce la consapevolezza dell’esigenza di un rilancio del progetto europeo: un “Next Energy Europe”, per garantire autonomia tecnologica e sicurezza energetica; ma soprattutto un “Next Defense Europe”, capace di dare una risposta all’accelerazione geopolitica impressa da Stati Uniti, Cina e Russia. Per il rilancio della difesa nazionale negli Stati membri, le strade percorribili sono tre:
- L’idea di un esercito europeo unico resta, a oggi, più una suggestione che una prospettiva realistica, data l’irrealizzabilità di una cessione della sovranità militare dei paesi membri a Bruxelles.
- Una spinta all’indebitamento nazionale finalizzato alla spesa militare – già intrapresa da Francia e Polonia – rischia di compromettere il fragile equilibrio delle regole fiscali europee, appena rientrate in vigore dopo anni di sospensione a causa della pandemia e della crisi energetica.
- L’unica strada strutturalmente percorribile sarebbe l’emissione di nuovi eurobond per la difesa, che rafforzerebbero la credibilità strategica dell’Unione. Una misura del genere verrebbe accolta favorevolmente dagli investitori, che già considerano il debito comune europeo – lanciato con il Next Generation EU, un piano da 600 miliardi di euro, in scadenza nel 2026 – un potenziale “safe asset” capace di consolidare l’euro come valuta globale. Peraltro, il momento sarebbe propizio. Il tentennare della finanza nei confronti dei treasuries (come mostrato dalla recente emissione del trentennale ed il già citato downgrade) apre infatti una strada maestra agli Eurobond, che ancora conservano la tripla A.
Sul fronte ESG, il quadro è altrettanto preoccupante. Negli ultimi mesi, diversi Paesi europei hanno mostrato segnali di rallentamento nelle politiche ambientali, all’insegna di un’insistita deregulation. In Germania, ad esempio, si è assistito a un allentamento delle normative nazionali ESG, in attesa di nuove direttive comunitarie ancora in fase di definizione. Nel Regno Unito, la Financial Conduct Authority ha rivisto le sue linee guida sulla trasparenza sostenibile, riducendo gli obblighi informativi per le imprese. A livello comunitario, il Regolamento sulla Deforestazione (EUDR) ha subito un rinvio di un anno: la sua entrata in vigore è posticipata al 30 dicembre 2025 per le grandi aziende e al 30 giugno 2026 per le piccole e medie imprese. In questo contesto, l’Unione Europea rischia una progressiva e profonda marginalizzazione. Mentre gli Stati Uniti, tra alti e bassi, mediante una nuova dottrina fondata su energia, dazi e alleanze bilaterali, e la Cina, tramite una proiezione infrastrutturale e tecnologica sempre più capillare, stanno rafforzando le proprie catene del valore e consolidando sfere d’influenza geopolitica, l’Europa appare in affanno. La finestra temporale per un rilancio strategico si sta rapidamente chiudendo. E il fattore tempo, oggi più che mai, è una variabile che gioca contro il Vecchio Continente.

