Subito dopo la fine delle operazioni in Venezuela, il Presidente Trump è tornato a volgere gli occhi sulla Groenlandia, isola più grande del mondo e attualmente territorio autonomo sotto sovranità danese. Le motivazioni ufficiali dietro l’insistenza americana sarebbero di natura strategica, afferenti a motivi di sicurezza nazionale nell’area artica. Oltre a ciò, gli interessi di Washington verterebbero, in modo non troppo velato, sulla notevole quantità di giacimenti minerari dell’isola. Tuttavia, le ricchezze del sottosuolo groenlandese risulterebbero difficili da sfruttare.
L’interesse di Donald Trump per la Groenlandia risale già al suo primo mandato, ma è il 2025 che ha visto intensificare i toni dell’Amministrazione sull’isola.
Nei giorni immediatamente precedenti l’insediamento, Trump ha affermato di voler prendere il controllo dell’isola per questioni di sicurezza nazionale. Ragioni che, al netto di palesi violazioni del diritto internazionale, non sarebbero del tutto infondate.
Difatti, il progressivo scioglimento dei ghiacci aprirà la strada al passaggio di un numero sempre maggiore di navi nel cosiddetto passaggio nord-ovest. Ciò che Washington teme di più è che l’area diventi teatro di maggiore assertività da parte russa e cinese.
Tuttavia, le ragioni dell’interesse americano sarebbero altresì di natura geoeconomia, data la notevole ricchezza di minerali rari presente nell’isola. Un contesto geologico che ben si sposa con gli sforzi statunitensi nella ricerca di disaccoppiamento dalle catene globali del valore nel settore delle terre rare, soprattutto dalla Cina.
La questione principale rimane comunque la possibilità effettiva di sfruttamento delle risorse naturali, resa complicata da tutta una serie di fattori, economici, politici e climatici.
Washington e la ricerca dell’autonomia geoeconomica
La sicurezza economica è uno dei punti più importanti della National Security Strategy 2025, focalizzata sui cosiddetti raw materials.
Appare piuttosto semplice comprendere le ragioni dietro l’inquietudine americana per i minerali: le terre rare costituiscono la spina dorsale dell’industria della difesa moderna, nonché delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale e delle telecomunicazioni.
Per “terre rare” si intende un gruppo di diciassette elementi della tavola periodica che, seppur presenti in quantità consistenti nel sottosuolo, risultano difficili e costosi da estrarre, sia in termini economici che ambientali. Negli ultimi decenni la Cina ha raggiunto un quasi monopolio nelle fasi di estrazione e raffinazione, che le ha garantito de facto una potente leva coercitiva.
Un campanello di allarme che a Washington risuona da almeno un decennio, specie dopo l’introduzione di controlli sull’export da parte di Pechino come ritorsione sui dazi nel 2025.
La strategia dell’Amministrazione Trump si è dunque focalizzata sulla ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare, a partire da quelli offshore. Nonostante ciò, l’attenzione di Washington si è spostata inevitabilmente sulla Groenlandia, il cui territorio consta di giacimenti per un totale di 1,5 milioni di tonnellate di terre rare, l’ottavo al mondo per quantità.
I depositi maggiori sono rispettivamente quelli di Kvanefjeld e Tanbreez, non ancora sfruttati.
Nel 2019, durante la prima Amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno siglato un Memorandum of Understanding (MOU) con la Groenlandia per lo sfruttamento delle terre rare presenti nell’isola. L’accordo prevedeva l’esplorazione congiunta dei giacimenti minerari e la collaborazione scientifica per arrivare all’estrazione delle risorse. Accordo che, tuttavia, non è stato rinnovato e non ha portato all’apertura di nuovi siti minerari. Nel frattempo, la Cina ha intensificato la propria attività nell’area con la cosiddetta Artic Policy, lanciata nel 2018. Nonostante gli scarsi risultati ottenuti, il ministro groenlandese per il commercio e i minerali ha affermato che se non confluiranno sufficienti investimenti occidentali il governo dovrà inevitabilmente rivolgersi ad altri clienti, sintomo che Pechino può ancora rappresentare un rivale strategico per Washington nell’area.
Da qui nasce l’esigenza degli Stati Uniti di assicurarsi il controllo non solo militare, ma anche geoeconomico dell’isola. L’approccio della Casa Bianca a tal proposito sembra essere mutato a partire dal World Economic Forum 2026 a Davos. Se fino a poche settimane fa Washington non avrebbe escluso il ricorso alla forza in Groenlandia (aggredendo un alleato e decretando di fatto la fine dell’Alleanza Atlantica), nel suo discorso il Presidente Trump ha ribaltato le aspettative escludendo di prendere il controllo dell’isola manu militari.
Secondo varie indiscrezioni, il cambio di rotta sarebbe il risultato di un colloquio con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, che preveda il rispetto della sovranità danese sulla Groenlandia.
Tuttavia, anche in presenza di consenso attorno alla presenza militare ed economica statunitense sull’isola, lo sfruttamento delle risorse risulterebbe assai problematico.
Difficoltà nello sfruttamento dei giacimenti
Si è visto come la Groenlandia sia ricchissima di giacimenti minerari e soprattutto di terre rare, ma il problema principale rimane lo sfruttamento effettivo.
In primo luogo, la regione presenta un clima proibitivo. Temperature che possono raggiungere i meno quaranta gradi e un’isola ricoperta per l’80% da ghiaccio. Si potrebbe obiettare che il progressivo scioglimento dei ghiacci renderà più agevole lo sfruttamento dei minerali, ma ciò non eliminerebbe del tutto le altre problematiche.
Problematiche che sono anche di natura infrastrutturale: la Groenlandia può contare su meno ci cento miglia di strade e i trasporti sono basati principalmente su nevi e aerei. Costruire tali infrastrutture, tra cui strade, ferrovie, porti, aeroporti, richiederebbe tempo e soprattutto enormi spese, i cui costi renderebbero difficile ripagare l’investimento iniziale (stimato in 500 milioni di dollari per miniera) e renderebbe i minerali groenlandesi economicamente meno convenienti.
Il problema infrastrutturale si collega a quello climatico, dato che costruire collegamenti con il clima artico rimane altamente complesso.
Un altro fattore da tenere in considerazione sono l’opposizione politica dei groenlandesi e i costi ambientali. Nonostante poco più della metà dei groenlandesi sia favorevole all’apertura delle miniere (secondo un sondaggio condotto nel 2013), nel 2021 il parlamento ha approvato una legge restrittiva sull’esplorazione e l’estrazione dell’uranio. Nello stesso anno è scoppiata una crisi politica proprio su questo tema, portando i groenlandesi al voto. A ciò si aggiungano i danni ambientali provocati dalle miniere, dato che estrarre terre rare è un processo altamente inquinante, produce una quantità notevole di rifiuti e inquinamento acustico, nonché disturbi per la fauna locale.
In conclusione, le preoccupazioni di Washington sul fronte della competizione con la Cina appaiono fondate, come del resto l’interesse per i giacimenti siti in Groenlandia.
Tuttavia, lo sfruttamento delle risorse (benché non impossibile) appare piuttosto tortuoso, per motivazioni politiche, economiche e ambientali. Un approccio più pragmatico da parte di Washington, teso ad offrire una valida alternativa alla Cina, rimane la via più concreta per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

