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26/03/2025
Stati Uniti e Nord America

Come vanno i piani di Trump per l’immigrazione?

di Lorenzo Rossi

Il tema dell’immigrazione illegale è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Donald Trump: il tycoon ha cavalcato le paure degli elettori nei confronti dell’immigrazione incontrollata promettendo mass deportation a partire dal giorno uno; i democratici sono stati costretti ad inseguirlo a destra. A due mesi dal suo insediamento si può iniziare ad approfondire il lavoro dell’amministrazione e ad esaminare i primi risultati. 


Il tema dell’immigrazione illegale è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Donald Trump: il tycoon ha cavalcato le paure degli elettori nei confronti dell’immigrazione incontrollata promettendo mass deportation a partire dal giorno uno; i democratici sono stati costretti ad inseguirlo a destra. A due mesi dal suo insediamento si può iniziare ad approfondire il lavoro dell’amministrazione e ad esaminare i primi risultati. 

Un approccio molto più duro sull’immigrazione irregolare: questo ha promesso Donald Trump per il suo secondo mandato da Presidente. Il tema è stato fondamentale per il successo del movimento MAGA, il quale ha saputo raccogliere ampio consenso e capitale politico. Già durante il suo primo mandato, il tycoon ha concentrato molti dei suoi sforzi per contrastare gli ingressi illegali negli USA. Le politiche più controverse sono state sicuramente la costruzione del muro al confine con il Messico, trattamenti verso i migranti spesso giudicati disumani, arresti, rimpatri coatti e separazione di famiglie con minori. Se paragonati ai numeri della presidenza Biden, gli ingressi illegali negli USA sono stati tutto sommato contenuti dal 2017 al 2021, ma superiori per esempio a quelli dell’amministrazione Obama. La costruzione del famoso muro al confine con il Messico ha dato invece risultati sotto le aspettative.

L’agenda Trump in campagna elettorale

L’analisi delle scelte dell’amministrazione Trump in materia migratoria non può prescindere da un esame delle promesse fatte in campagna elettorale: il fulcro dell’agenda Trumpiana. Il refrain costante nei rallies repubblicani era sicuramente quello delle mass deportation, ossia il rimpatrio delle persone residenti illegalmente in territorio statunitense. Sebbene Trump non sia stato certamente l’unico presidente ad adottare queste misure, i toni della campagna elettorale hanno fatto presagire che l’entità dei rimpatri sarà decisamente superiore rispetto al passato. 

Per implementare il piano di mass deportation, il tycoon si era detto pronto a dispiegare la Guardia Nazionale in ausilio allo U.S. Custom and Border Protection. 

Trump aveva inoltre paventato il ritorno della politica remain in Mexico, la quale prevedeva l’obbligo per il migrante di rimanere in Messico durante la lavorazione della propria procedura di immigrazione. 

Come nel 2016 la retorica aggressiva nei confronti del tema migratorio ha giocato decisamente in favore di Trump: l’immigrazione è stata per tutta la campagna elettorale un tema centrale e una delle principali preoccupazioni degli americani, interessando l’elettore mediano in misura maggiore rispetto alle precedenti elezioni presidenziali. Non stupisce quindi lo spostamento dei democratici verso posizioni più dure nei confronti dei migranti irregolari, soprattutto se confrontate alle posizioni più morbide e tipicamente liberal che connotavano il partito fino a pochi anni fa. 

Le prime misure dell’amministrazione 

Quanto successo finora sembra confermare quanto detto in precedenza: Trump sta seguendo grossomodo il copione del programma elettorale. 

La prima mossa del Presidente è stata la nomina di Tom Homan come suo border czar, il supervisore delle operazioni di border control. Ex-capo dello U.S. Immigration and customs enforcement (ICE) nella prima amministrazione Trump, è stato l’architetto delle misure di tolleranza zero nei confronti dei migranti illegali, tra cui la family separation policy. 

Successivamente, a partire dal 20 Gennaio, The Donald ha inaugurato il suo second term con una serie di ordini esecutivi per agire sin da subito sull’immigrazione. Uno degli effetti immediati delle decisioni del Presidente è stato il blocco dell’applicazione CBP, tramite la quale era possibile richiedere un appuntamento con gli agenti dello U.S. border patrol

Sono seguite diverse misure per smantellare alcune politiche ascrivibili all’amministrazione Biden (basate su scopi umanitari) e per limitare, se non quasi eliminare, la possibilità di richiesta di asilo. Uno dei vari ordini esecutivi infatti, impartisce allo U.S. border patrol l’ordine di ignorare le richieste di asilo provenienti da persone sprovviste di documenti e di allontanarle dal confine.

Il Presidente si è concentrato inoltre sul rafforzamento della sorveglianza ai confini, aumentando il numero delle truppe del 60% e facendo pressione su Canada e Messico per inasprire i controlli alle frontiere. 

Un primo risultato è stato sicuramente il numero di arresti nei pressi dei confini più basso degli ultimi anni, 8.300 persone fermate a Febbraio 2025, un record che supera quello precedente di Aprile 2017, poco sopra le 11.000 unità. L’entità degli arresti viene spesso presa come riferimento per stabilire il numero approssimativo degli attraversamenti illegali delle frontiere. 

Sono infine iniziate le famigerate operazioni di mass deportation, i cui risultati sono stati tuttavia inferiori a quelli registrati nell’ultimo anno dell’amministrazione Biden. Si parla infatti di poco più di 37.000 rimpatri nel primo mese, meno della media mensile di 57.000 persone rimpatriate nel 2024. Nonostante le promesse di accelerare con i rimpatri, il tycoon sembra trovarsi in difficoltà nel portare risultati migliori del suo predecessore. 

In alcuni casi, le prime operazioni di rimpatrio sono state sponsorizzate sulle pagine istituzionali della Casa Bianca, sollevando le proteste dei democratici e del mondo associativo. 

Una di queste operazioni è stata anche causa di uno scontro diplomatico con la Colombia, dopo che il presidente Gustavo Petro aveva espresso la sua contrarietà ad accogliere un convoglio di persone giudicate migranti illegali negli USA. La crisi è rientrata dopo le minacce di Trump di imporre pesanti dazi sulle merci provenienti dalla Colombia e il Presidente Petro costretto ad adeguarsi alle richieste di Washington. 

Prospettive future e impatto delle politiche Trumpiane

È indubbio che il nuovo corso inaugurato da Trump avrà effetti duraturi e importanti sul sistema migratorio e sulla politica interna statunitense. 

In primis, occorre analizzare le implicazioni legali delle misure adottate, dato l’ampio ricorso agli ordini esecutivi e un bypass pressoché totale del Congresso, un test importante per il sistema di checks and balances statunitense. 

Trump si è già procurato alcuni conflitti con il potere giudiziario: il più recente ha visto un giudice federale annullare il ricorso al Alien Enemies Act del 1798 per rimpatriare i membri della gang venezuelana ‘Tren de Aragua’, ma il più significativo è sicuramente la decisione di un tribunale federale di bloccare l’ordine esecutivo emanato da Trump per limitare la birthright citizenship (ius soli), un diritto garantito a livello costituzionale dal XIV Emendamento. 

Per le operazioni di mass deportation, Trump potrebbe ricorrere all’utilizzo dell’esercito senza particolari implicazioni legali: esso non può essere dispiegato per far rispettare la legge (Law Enforcement) a meno che la misura non venga autorizzata dal Congresso. Tuttavia, il presidente potrebbe dichiarare lo stato di emergenza nazionale e ricorrere al Insurrection Act del 1807, il quale prevede che l’esercito possa essere mobilitato in caso di emergenza. In passato, diversi presidenti hanno fatto ricorso a questa legge (per motivi diversi), tra cui Lincoln, Eisenhower e Kennedy. 

Inoltre, le politiche dell’amministrazione Trump possono far sorgere dei dubbi in merito alla sostenibilità fiscale, economica e sociale. 

Secondo l’American Community Survey (ACS), i rimpatri potrebbero colpire fino a 11 milioni di persone (stando ai dati del 2022), con importanti ricadute sull’economia statunitense e danni fino a svariati miliardi di dollari l’anno. I migranti irregolari costituiscono infatti il 23% della forza lavoro proveniente dall’immigrazione, circa 7,6 milioni di persone. 

Sul fronte delle spese sostenute dal governo, il costo delle operazioni di rimpatrio potrebbe superare i 315 miliardi di dollari, una stima tuttavia cauta, che non tiene conto di molti costi potenziali. 

Nonostante occorreranno anni per analizzare gli impatti a lungo termine di tali misure, le politiche di Trump potrebbero rappresentare un deciso punto di rottura con l’approccio all’immigrazione fin qui tenuto dal governo degli Stati Uniti, spinto da un’opinione pubblica che guarda sempre più con preoccupazione al fenomeno migratorio.

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