È come assistere al più elementare degli esperimenti scientifici al rallentatore. Si prende il contagocce con il colorante blu (la violazione delle norme) e si inizia a versarlo nell’acqua (il sistema di mercato statunitense) e, all’inizio, non succede nulla. Goccia dopo goccia, inesorabile. Poi, all’improvviso – non si sa bene quando accadrà, ma si sa che accadrà – tutta l’acqua diventa blu. È in questo modo che il Financial Times descrive il processo di politicizzazione delle agenzie indipendenti e delle autorità di regolamentazione americane messo in atto da Donald Trump.
Sin dall’inizio del suo secondo mandato presidenziale Trump ha fatto pressioni sulla Federal Reserve, la banca centrale americana, per indirizzarne le scelte. Si fa riferimento, nello specifico, alle decisioni relative al taglio dei tassi di interesse, affinché vengano adottate politiche espansive di breve termine – per fini esclusivamente di consenso – a fronte di quelle che possono esserne le conseguenze di media e lunga durata. Il recente caso di richiesta di licenziamento di Lisa Cook, una dei sette membri del Consiglio dei Governatori, rappresenta un’ingerenza senza precedenti della politica nei confronti della Fed, i cui effetti sull’indipendenza della stessa si possono riversare sulla credibilità e solidità del sistema economico americano. Tale ultima evoluzione sembra rappresentare l’evolversi di un piano del Presidente statunitense – inattuabile, a dire la verità – di licenziare il governatore della Fed, Jerome Powell, a cui si è spesso indirizzato, nel corso dell’ultimo anno, con nomignoli sprezzanti quali “Mr. Too Late”. L’attitudine del presidente Trump al licenziamento di cariche istituzionali a lui personalmente “ostili” – per ostilità si intende semplicemente il fatto che riportino risultati e statistiche politicamente scomode da giustificare – non stupisce più di tanto. Da ultimo, il recente licenziamento della commissaria del Bureau of Labor Statistics, Erika McEntarfer, a seguito della pubblicazione di un rapporto contenente dati negativi sull’occupazione americana, gettando un’ombra ulteriore sull’attendibilità dei “numeri” su cui si fondano le politiche dell’Amministrazione statunitense.
La Federal Reserve e lo stato dell’arte
Il mandato della Federal Reserve si sostanzia in due obiettivi: il raggiungimento di un massimo livello di occupazione ed il controllo dell’inflazione, accompagnati dal mantenimento dei tassi di interesse a lungo termine su livelli moderati. La Fed, nel perseguimento del suo mandato e per favorire le condizioni economiche che permettano di adempierlo, interviene sui tassi d’interesse: le banche centrali fissano e aggiornano periodicamente il tasso di riferimento, sulla base del quale vengono calcolati i tassi offerti dalle banche ai loro clienti. Negli ultimi anni, in cui si è assistito al succedersi della crisi pandemica e dei vari conflitti in corso, i tassi sono cresciuti molto, al fine di contrastare l’aumento dei prezzi che ha colpito tutte le economie occidentali. L’aumento dei tassi d’interesse è volto al rallentamento – controllato – dell’attività economica affinché l’inflazione rallenti. Nel momento in cui, al contrario, l’inflazione è stabile, i tassi possono restare stabili o essere abbassati per stimolare l’economia così da aumentare l’occupazione.
La sintesi è semplice: secondo Trump è necessario un taglio dei tassi, mentre Powell prende tempo. È sicuramente vero che la Fed stia adottando un approccio diverso dalle altre banche centrali – i tassi statunitensi sono intorno al 4,25% e quelli della Bce tra il 2 e il 2,4% – avendo tagliato i tassi solo tre volte da luglio dello scorso (la Bce ha tagliato i tassi per otto volte consecutive nello stesso periodo). Allo stesso tempo è altrettanto vero che l’economia statunitense e quella europea vivono condizioni diverse. In Europa l’inflazione è intorno al 2%, negli USA al 2.9%, il PIL europeo si attesta intorno all’1% di crescita, quello statunitense tra il 2 e il 3%. L’atteggiamento cauto del Governatore della Fed è dovuto, in parte, alla politica aggressiva adottata dal Presidente americano in materia di dazi, i quali, rappresentando una tassa sulla merce importata, solitamente vengono almeno in parte scaricati sul consumatore finale, contribuendo all’aumento dell’inflazione. Nella riunione del 17 settembre la
Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi d’interesse di un quarto di punto percentuale, esattamente come si aspettava Wall Street. Tale cambio di approccio da parte della Banca Centrale è sicuramente dovuto alle pressioni provenienti dall’amministrazione Trump, ma non solo. È anche una decisione corroborata dai dati. Numerosi report segnalano un forte rallentamento delle assunzioni negli Stati Uniti e, al contempo, i dazi imposti dal Presidente continuano ad avere un impatto limitato sull’inflazione, nonostante a luglio si sia assistito ad un aumento dal 2,7% al 2,9%. Tale incremento inflazionistico non preoccupa particolarmente. Alcuni analisti della Fed ritengono che una minore creazione di posti di lavoro contribuirebbe a frenare la crescita dei salari e ad assicurare che l’impatto dei dazi sull’inflazione sia di breve durata. È a gran voce, infatti, che parte degli esperti del settore invocano una maggior attenzione da parte della Federal Reserve alla parte di mandato riguardante la massima occupazione, trascurata a fronte di politiche volte al contenimento dell’inflazione. Dalla riunione della Fed emerge come sia avvenuto un cambio di postura da parte di Powell rispetto all’approccio restrittivo adottato fino a questo momento. Si assisterà alla predilezione di misure volte a sostenere l’occupazione, con la previsione che a breve i tassi d’interesse possano essere tagliati ulteriormente. Le proiezioni economiche pubblicate insieme alla decisione della Fed mostrano come la maggior parte dei vertici della banca centrale preveda almeno di altri due tagli di un quarto di punto entro la fine dell’anno, cambiando drasticamente la rotta rispetto alle ultime previsioni di giugno. Nonostante quanto appena affermato, le ultime dichiarazioni di Powell sono molto più caute circa la possibilità che si assista a ulteriori tagli dei tassi nei prossimi mesi.
Il parere degli analisti sembra essere univoco: la Fed non è perfetta, si potrebbe fare molto meglio. Allo stesso tempo, resta centrale e vero e proprio principio cardine del sistema – fino ad oggi considerato bipartisan – il fatto che la politica monetaria debba essere decisa al di fuori dello studio ovale, ovverosia senza l’ingerenza del potere esecutivo. La questione dell’indipendenza della Banca Centrale è fondamentale per la credibilità dell’intero sistema istituzionale statunitense. L’indipendenza è il tratto che garantisce la possibilità alla Fed di prendere decisioni impopolari in momenti critici, per far fronte a un’alta ondata inflazionistica. La ricerca economica mostra che ove le banche centrali agiscono in maniera effettivamente indipendente senza l’ingerenza del potere esecutivo, riescono a tenere sotto controllo l’inflazione più efficacemente e senza mettere a repentaglio la crescita e i posti di lavoro. La solidità dell’economia degli Stati Uniti deriva anche dalle scelte della Banca Centrale in materia di tassi, inflazione e debito. Ove vi fosse la percezione che tali scelte non siano indipendenti, la reazione dei mercati sarebbe quella di associare agli USA un rischio maggiore, potendo portare a conseguenze quali il calo del valore del dollaro – argomento trattato in un altro articolo – e a un aumento dei tassi di interesse da offrire al mercato per vendere titoli di Stato. È importante ricordare come l’indipendenza e la credibilità istituzionale è fondamentale poiché i banchieri centrali, di frequente, fanno politica monetaria anche mediante i discorsi fatti in pubblico, la cui efficacia nel guidare le aspettative è tanto più alta quanto più gli stessi sono autorevoli. L’esempio per antonomasia è il famoso discorso pronunciato da Mario Draghi, allora Presidente della Bce, all’interno del quale si disse che si sarebbe fatto “Whatever it takes” per salvare l’euro, fermando così la speculazione in atto sulla valuta del Vecchio continente.
Il caso Lisa Cook
Nonostante la Federal Reserve sia caratterizzata da un alto tasso di indipendenza dal potere esecutivo, vi sono però diversi precedenti in cui la politica ha cercato di controllare le funzioni esercitate dalla banca centrale. Lyndon Johnson litigò con la Fed nel 1965. Nixon fece pressioni affinché i tassi di interesse venissero abbassati. Harry Truman chiamò “traditore” il Presidente della Fed. Ciò che differenzia la situazione attuale dal passato è la presenza, da un lato, di una Corte Suprema che ha eliminato molti dei vincoli legali sull’azione esecutiva, i quali in passato avevano frenato i Presidenti, e, dall’altro, di un Presidente degli Stati Uniti disposto a violarne quelli che rimangono, presumibilmente nella convinzione che potrebbe ottenere ulteriori concessioni giudiziarie. L’attuale
situazione affonda le radici nel passato. È datata anni Ottanta la guerra in cui venne coinvolta la Banca Centrale con le agenzie governative. È in quel periodo che un gruppo di avvocati conservatori, cercando di aggirare il Congresso per ridurre la portata e l’ambito della regolamentazione economica federale, elabora la “teoria dell’esecutivo unitario”. Tale teoria si basa sull’idea che la costituzione conferisca al Presidente degli Stati Uniti ingenti poteri per ignorare le leggi che regolano le agenzie governative. I tribunali vennero quindi riempiti di giudici disposti ad applicare tale teoria. È esattamente a tale interpretazione costituzionale che si riferisce Trump quando afferma di “avere l’articolo II”. L’attuale livello di scontro tra l’amministrazione statunitense e la Banca Centrale rappresenta però un unicum nella storia della Fed.
Il 22 maggio, la Corte suprema ha spuntato la nuova arma del Presidente, affermando che qualsivoglia futura decisione giudiziaria avente ad oggetto l’annullamento di leggi federali che garantiscono i funzionari amministrativi dal controllo presidenziale, probabilmente non si applicherebbe alla Fed perché: “The Federal Reserve is a uniquely structured, quasi-private entity that follows in the distinct historical tradition of the First and Second Banks of the United States”. Resta da vedere se quanto affermato servirà ad arginare le pretese presidenziali in materia di politica monetaria. È da metà luglio che il presidente Trump sembra pronto a licenziare Powell. Un funzionario della Casa bianca riporta come siano stati convocati nello studio ovale un gruppo di membri repubblicani del Congresso a cui Trump ha chiesto se fosse il caso di licenziare il Governatore della Fed. Il passo indietro – dopo un’ulteriore caduta del dollaro – arriva subito dopo, quando il Presidente degli USA corregge il tiro dicendo che non era stato deciso nulla a riguardo ma che, allo stesso tempo, non avrebbe escluso nulla, soprattutto nel caso in cui il Governatore avesse dovuto lasciare l’ufficio per frode, cosa comunque possibile.
Il 25 agosto il presidente Trump ha pubblicato una lettera in cui ha ordinato il licenziamento con effetto immediato di Lisa Cook, una dei sette membri del Consiglio dei Governatori della Fed. Questa mossa è l’ultimo tassello del piano di Trump di esercitare il proprio potere sulla Banca Centrale statunitense. L’accusa è di aver prodotto documenti falsi per pagare di meno un mutuo su una propria abitazione. Cook si era difesa affermando che non vi era stato alcun provvedimento legale nei suoi confronti, facendo causa al Presidente, in quanto egli mancava dell’autorità per effettuare il licenziamento di un membro del Consiglio della banca centrale. A seguito di quanto è successo, il dipartimento di giustizia ha avviato un’indagine. A dire il vero il reato di frode bancaria non è considerato rilevante e spesso viene utilizzato strumentalmente dall’Amministrazione Trump per mettere in difficoltà chi la critica. Gli sviluppi giudiziari della vicenda hanno visto dapprima un tribunale di primo grado bloccare il licenziamento di Cook, decisione contro la quale l’Amministrazione ha fatto ricorso e, successivamente, è notizia del 16 settembre che la Corte d’Appello del District of Columbia ha confermato tale decisione. È un’evoluzione di fondamentale importanza poiché, all’alba della riunione della Fed che deciderà sull’eventuale taglio dei tassi, viene consentito a Cook di parteciparvi, nonostante le accuse rivoltele. La Corte, che si è espressa a maggioranza, ha rigettato l’appello di Trump sulla base della “forte probabilità di successo” dell’argomentazione di Cook secondo cui non le era stato concesso un giusto processo prima che il Presidente la licenziasse. L’Amministrazione statunitense subito dopo la riunione della Fed del 17 settembre, tramite il Solicitor General, John Sauer, ha fatto richiesta alla Corte Suprema di consentire al Presidente di rimuovere dalla carica Cook, in attesa che venga decisa la controversia che la riguarda. Nello stesso momento, al Senato, è stata confermata la nomina di Stephen Miran, uno dei principali consiglieri economici di Trump e fautore della sua politica protezionistica, nel Consiglio di Amministrazione della Fed, andando a riempire la posizione vacante dell’ex consigliera Adriana Kugler. Tale mossa garantirà alla Casa Bianca una maggior influenza sulla Banca Centrale alla vigilia della fatidica riunione sui tassi d’interesse.
Se sembra esserci una certezza è che il presidente Trump non ha i poteri per licenziare Powell, ma sicuramente ha il potere di indirizzarne le scelte. Questa è la verità ultima che emerge dall’ultima
riunione della Federal Reserve. Il consiglio non si è espresso all’unanimità sulla decisione di tagliare i tassi di un quarto di punto percentuale, vedendo l’opposizione di Miran che spingeva per un intervento ancora più incisivo. La nomina di Miran – fedelissimo di Trump – nel consiglio di amministrazione è un esempio di come le pressioni sull’istituzione non saranno solo esterne, ma bensì anche interne. La tenuta dell’architettura istituzionale statunitense dipenderà dalla percezione dei mercati – la cui sostanziale indifferenza agli eventi sorprende gli addetti ai lavori – sull’indipendenza della Banca Centrale rispetto al potere esecutivo, il quale come si è detto è un principio cardine della credibilità del sistema economico americano. Se venisse messo in dubbio tale postulato, si potrebbe assistere ad una crisi del dollaro (già in atto) e alla necessità che gli USA offrano rendimenti ancora più alti per finanziare il proprio debito già poco sostenibile. Detto questo, per ora, non vi è alcuna previsione di disastri imminenti che diano adito ad un riposizionamento degli Stati Uniti sullo scacchiere globale o ne mettano in dubbio la supremazia in settori fondamentali quale l’innovazione e la difesa. Nonostante lo scontro tra l’amministrazione Trump e la Federal Reserve sia senza precedenti, il cambio di approccio sul taglio dei tassi può essere considerato un modo per “calmare gli animi”. Una volta tolta la Fed dai riflettori quotidiani, la Banca Centrale potrà tornare ad operare con maggiore serenità. A partire dal 17 settembre, l’orientamento nell’adempimento del suo mandato risulterà, comunque, più sbilanciato verso politiche di sostegno all’occupazione, piuttosto che verso il contenimento dell’inflazione.

