Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’intero governo federale è stato travolto da una serie di riforme radicali, tagli di budget e nomine anti-establishment. Poche figure incarnano questa trasformazione quanto Tulsi Gabbard, Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI). Ne parliamo con Luca Trenta, docente di relazioni internazionali presso l’Università di Swansea ed autore del libro “The President’s Kill List: Assassination in US foreign policy since 1945” (2024).
Tulsi Gabbard ha annunciato una riforma dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI), che prevede una drastica riduzione del personale e lo smantellamento del Foreign Malign Influence Center. Condivide la valutazione dell’ex Direttore della CIA William Burns, secondo cui si tratta di un pericoloso tentativo di politicizzare l’intero apparato di sicurezza?
L’aspetto a mio avviso problematico della riforma è che si basa su una logica paradossale. Da un lato viene presentata come una misura per depoliticizzare l’intelligence community (IC), con particolare riferimento alle indagini sui tentativi della Russia di interferire nelle elezioni presidenziali del 2016 – confermati tra l’altro da un panel bipartisan del Congresso. Dall’altro, eliminando il dissenso interno e riducendo lo spazio per valutazioni autonome, la riforma rischia di trasformare l’ODNI in uno strumento sempre più subordinato alle politiche della Casa Bianca. È in questa ottica che va interpretata la figura di un outsider come Gabbard, la cui nomina a DNI appare più funzionale al perseguimento di una strategia politica che all’effettiva supervisione delle 17 agenzie dell’IC. Come racconta Tim Weiner nel suo libro “The Mission”, John Ratcliffe e Kash Patel, attualmente Direttori di CIA ed FBI, avevano già avuto un ruolo, seppur secondario, verso la fine della prima amministrazione Trump. Gabbard, invece, non ha mai veramente fatto parte della sua cerchia di fedelissimi. Anche per questo è interessante notare come Trump ne abbia in parte ridimensionato il ruolo dopo le divergenze sul programma nucleare iraniano, emerse alla vigilia dell’Operazione Midnight Hammer.
C’è poi la direttiva con cui Gabbard ha ordinato di classificare l’intelligence relativa ai negoziati tra Russia e Ucraina come “NOFORN”, impedendone dunque la condivisione con governi stranieri. Si tratta di una rottura clamorosa in ambito Five Eyes, oppure di una prassi tutto sommato accettabile?
Anche se l’intelligence militare è stata esclusa dalla direttiva, a mio parere si tratta di un segnale tutt’altro che incoraggiante per la collaborazione internazionale in quest’ambito. In passato non sono certo mancate tensioni tra i Paesi dell’alleanza – USA, UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda – ma, almeno per quanto ne sappiamo, Washington non aveva mai deliberatamente limitato la condivisione di informazioni su un negoziato di questa portata, soprattutto a vantaggio implicito di un antagonista strategico come la Russia. È insomma una rottura che mina la fiducia tra alleati e introduce un precedente rischioso.
Rispetto all’amministrazione Biden, ci sono differenze significative nel modo in cui Trump impiega o concepisce gli omicidi mirati come strumento di politica estera?
Trump, già durante il suo primo mandato, aveva eliminato la Presidential Policy Guidance e l’Executive Order con cui Obama aveva regolamentato l’uso degli attacchi con droni, aprendo la strada a operazioni meno vincolate dal diritto internazionale. La più significativa di esse fu senz’altro l’assassinio di Qasem Soleimani, avvenuto il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad. Biden ha in parte ripristinato quelle linee guida, mantenendo però la stessa impostazione sostanziale: ad esempio, quando ordinò l’eliminazione del leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, si limitò a presentare l’operazione affermando che “giustizia è stata fatta”, senza alcun riferimento a basi legali. Con Trump 2.0 il passo ulteriore è stato istituzionalizzare questa logica: la designazione dei cartelli della droga come organizzazioni terroristiche, sostenuta da una direttiva militare segreta che autorizza l’uso della forza contro di essi, serve del resto a rendere più semplice il ricorso ai cosiddetti targeted killings. Non è da escludere che la stessa strategia possa essere applicata per esercitare pressione sul governo Maduro in Venezuela, dove già nel 2019 si registrò un goffo tentativo di golpe.
Un’inchiesta del New York Times ha svelato il fallimento di un’operazione clandestina condotta nel 2019 dal Navy SEALs Team 6 – la stessa unità che eliminò Osama bin Laden – per installare un dispositivo capace di intercettare il leader nordcoreano Kim Jong-un. Quali sono le implicazioni di questo incidente, e cosa ci rivela sulle reali capacità del Congresso in termini di oversight?
È difficile dire se l’operazione abbia condizionato o meno i vertici sulla denuclearizzazione tenutisi ad Hanoi e nella zona demilitarizzata tra Corea del Nord e del Sud – che comunque non portarono a risultati concreti. Sul piano del controllo parlamentare, probabilmente senza l’inchiesta del NYT la situazione sarebbe rimasta invariata per molto tempo: per legge il Congresso dovrebbe essere informato tempestivamente, ma spesso riceve solo resoconti parziali o preferisce non approfondire, garantendosi così una “plausible deniability”. Pensiamo ad esempio a tecniche di interrogatorio potenziato come il waterboarding: sebbene il Torture Report del Senato lasci intendere che il Congresso fosse completamente all’oscuro, diversi documenti declassificati mostrano invece che alcuni membri di entrambe le Camere erano informati, almeno in termini generali, sulle operazioni della CIA.

