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30/10/2024
Medio Oriente e Nord Africa

Tunisia: la manutenzione del caos tra migrazione clandestina ed elezioni a senso unico

di Jacopo Marzano

Dal luglio 2023 ad oggi, il tema delle migrazioni ha rappresentato uno dei principali argomenti di cooperazione tra Tunisia, Europa ed Italia. Nonostante lo sviluppo del dialogo euromediterraneo tra Bruxelles, Roma e Tunisi, si assiste ad un deterioramento delle tensioni sociali ed economiche interne al Paese Nordafricano, snodo chiave per la partenza di flussi migratori – regolari ed irregolari – in direzione Italia ed Europa.

Dal luglio 2023 ad oggi, il tema delle migrazioni ha rappresentato uno dei principali argomenti di cooperazione tra Tunisia, Europa ed Italia. Nonostante lo sviluppo del dialogo euromediterraneo tra Bruxelles, Roma e Tunisi, si assiste ad un deterioramento delle tensioni sociali ed economiche interne al Paese Nordafricano, snodo chiave per la partenza di flussi migratori – regolari ed irregolari – in direzione Italia ed Europa.

Ad oltre un anno dalla firma del memorandum d’intesa con l’Unione Europea, in Tunisia il tema migranti non è mai stato così caldo. Fattori come il clima elettorale, insieme ai fondi europei e alla crescente afrofobia del paese nordafricano hanno contribuito ad innescare un clima sociale e migratorio sfociato nelle violente proteste tra popolazione civile e migranti – prevalentemente di origine subsahariana – risolte grazie ad interventi militari e di polizia. 

La necessità delle misure urgenti per il contrasto alla presenza di migranti subsahariani è stata fermamente sostenuta nella riunione del Consiglio di Sicurezza tunisino, a seguito della quale, le dichiarazioni del Presidente Kais Saied del 21 febbraio 2023 hanno innescato una vera e propria reazione a catena. Secondo il Consiglio di Sicurezza, infatti, la presenza migratoria sarebbe non solo fonte di crimini e violenze, ma comporterebbe la scomparsa degli elementi arabi ed islamici – dunque identitari – della Tunisia stessa. Dichiarazioni dalla forte connotazione ideologica che, denunciando una possibile sostituzione etnica, hanno inizialmente portato ad un’escalation dell’intolleranza sociale e delle forze di polizia nei confronti dei migranti presenti nei confini nazionali e, successivamente, alla mobilitazione di questi. 

Prima le proteste del settembre 2023 a Sfax – la cui città e governatorato sono di fondamentale importanza per gli snodi dell’immigrazione clandestina – con l’occupazione di piazza Bab Jebli da parte di alcune centinaia di migranti, poi sgomberata dalle forze di polizia e militare locali. 

Successivamente, le contestazioni, poi trasformatesi in vere e proprie rivolte, contro i migranti da parte dei cittadini tunisini – per lo più proprietari di piccoli appezzamenti di terra coltivabile – stanchi delle continue occupazioni dei loro campi, dei furti e degli episodi di violenza causati dalla costante e massiccia presenza migratoria clandestina all’interno dei loro territori. 

Ancora, nel novembre 2023, l’occupazione, sempre da parte dei migranti, di un intero palazzo in costruzione nel quartiere Lac I a Tunisi, in una posizione strategicamente vicina alle sedi dell’International Organization for Migration (IOM) e dell’UNHCR, costrette a rinforzare le proprie misure di sicurezza. 

La strategia tunisina

Dall’aprile 2024 ad oggi, il consolidarsi degli accordi politici ed economici tra Ue, Italia e Tunisia, ha causato una stretta di stampo securitario sulla gestione della tratta dei migranti.  Tra le varie azioni intraprese da segnalare lo smantellamento dei campi, la cui maggioranza era localizzata lungo la C 82, tratto stradale che collega alcuni dei principali hub di partenza irregolari sul territorio tunisino; il trasferimento forzato dei migranti verso il confine libico o verso Al Jarissah, all’interno del governatorato di Kef, zona semidesertica e vicina al confine algerino. 

Non solo smantellamenti. I campi dei migranti, localizzati nelle campagne di ulivi e sabbia, sono connesse alle coste tunisine attraverso sentieri scavati nel terreno sabbioso, per tale motivo, l’azione governativa nell’ultimo semestre è stata mirata in modo crescente al sabotaggio dei collegamenti stradali: blocchi di cemento, interruzioni tramite scavi o costruzioni di barriere di terra. Inoltre, i barchini utilizzati dai migranti per percorrere la tratta marittima che separa le coste tunisine da quelle italiane, sono stati localizzati e distrutti o bruciati. Le camionette della Garde Nationale, invece, rimangono a presidio delle uniche vie di passaggio lasciate libere, con un doppio impiego di sorveglianza per mare e per terra. 

La popolazione residente

Oltre a protestare e manifestare, la popolazione residente, principalmente nei centri di El Amra e Sfax, ha autonomamente messo in campo risorse ed azioni volte a contrastare il passaggio dei migranti all’interno dei territori costieri attraverso l’ostruzione di strade tramite tronchi o barriere fisiche rudimentali e sorveglianza urbana. L’atmosfera sociale è quella di un’ostilità latente, una guerriglia silenziosa, che sfocia in episodi di violenza o di discriminazione

 I migranti ancora presenti trascorrono le giornate a raccogliere plastica per pochi dinari, percorrono decine di chilometri a piedi per raggiungere le fabbriche presenti nella strada per Sfax o si recano alle Moschee per le scorte d’acqua. La loro presenza è ormai un vero e proprio substrato sociale e culturale, una presenza sempre più silenziosa e nascosta a causa dell’aggravarsi delle tensioni con i residenti. 

Il fronte politico

Gli sviluppi a livello internazionale intrecciano gli interessi europei ed italiani sulle migrazioni ed accontentano quelli di Tunisi, che, pur mantenendo aperto il dialogo interregionale ed internazionale, rivendica ed esercita la sovranità della propria nazione ed il controllo del proprio territorio. Potere sovrano che, sul fronte interno, non intende tollerare alcun effettivo pluralismo politico, operando per rafforzarsi e contando sul supporto degli apparati giudiziari e di polizia. 

Le elezioni del 6 ottobre hanno infatti visto il Presidente Kais Saied riconfermarsi con il 90,96% delle preferenze. Una vittoria schiacciante, possibile anche grazie al continuo ricorso ad arresti e repressione da parte governativa, oltre alle interdizioni e agli interventi da parte dell’ISIE, l’autorità elettorale tunisina, che ha respinto 14 dei 17 candidati iniziali nonostante i numerosi ricorsi da parte del tribunale amministrativo per il reintegro di alcuni tra questi.

Oltre al Presidente Saied, al voto del 6 ottobre, erano presenti Zouhair Maghzaoui – uomo vicino al Presidente, mai davvero in contrasto con quest’ultimo – e Ayachi Zammel, leader del movimento Azmoun e unico vero oppositore di Saied, condannato, dal 3 settembre e per un totale di 12 anni, a causa di presunte irregolarità nei processi elettorali. 

L’arresto degli oppositori politici e dei giornalisti critici nei confronti della Presidenza ha portato la popolazione, soprattutto tra i più giovani, a protestare in piazza contro la repressione dei diritti in vista del voto. L’ultima protesta, che si è tenuta venerdì 13 settembre in Avenue Habib Burguiba – via principale di Tunisi – è culminata con l’arresto di oltre 80 attivisti politici ed il pronto intervento delle forze dell’ordine.

La retorica del Presidente

Dal 2021, la condotta governativa di Kais Saied è stata caratterizzata dal continuo ricorso allo Stato d’emergenza, inizialmente causato dalla pandemia da Covid-19, e dall’accentramento dei poteri nelle sue mani. La dialettica del nemico, individuato prima nella presenza migratoria nel Paese, poi nelle presunte irregolarità da parte dei candidati alle elezioni presidenziali, hanno permesso al giurista tunisino di monopolizzare l’attenzione pubblica, polarizzandola su tematiche di sicurezza e proponendosi come garante dell’ordine sociale e politico della propria Nazione con l’obiettivo anche di tenere sotto controllo il possibile caos migratorio. 

La deriva autoritaria e l’instabilità cronica. Cosa preoccupa l’Europa?

Nonostante i molti finanziamenti europei dal 2011 ad oggi a favore del Paese nordafricano, la Tunisia continua a soffrire una crisi economica e sociale ormai pluridecennale. La popolazione inoltre lamenta l’assenza di un reale pluralismo politico e di una effettiva libertà di espressione. 

La comunicazione politica del Presidente Saied, solo pochi mesi fa definiva la Tunisia come una nazione sovrana ed indipendente, respingendo duramente le intrusioni europee e sovrastatali nelle vicende interne.  Oggi, invece, le necessità contingenti, portano il paese ad una maggiore propensione al dialogo con Occidente ed Oriente su questioni migratorie, socioeconomiche e strategiche (dal settore dell’energia a quello della sicurezza).

La promessa successiva alla rivoluzione dei gelsomini di una rinascita civile e democratica compie 13 anni: le molte manifestazioni in piazza evidenziano come le aspettative non siano – ancora – state soddisfatte. 

Le rivolte e le proteste in piazza, sia da parte della cittadinanza che dei migranti, sottolineano quindi un’instabilità latente mai risolta.

La Tunisia oggi vive un evidente paradosso: molti tunisini e subsahariani tentano, legalmente e clandestinamente, di arrivare sulle coste italiane ed europee, con l’obiettivo di poter vivere in paesi più liberi ed economicamente più stabili.  I medesimi paesi sono però oggetto di forte contestazione da parte degli stessi migranti, che individuano la responsabilità del deterioramento delle loro condizioni nelle politiche italiane ed europee.  

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