La ratifica turca dell’accesso della Svezia nella NATO ha rappresentato uno dei passaggi fondamentali nei rapporti tra la Turchia e i paesi occidentali degli ultimi anni. Dopo quasi due anni di stallo, infatti, a fine gennaio 2024 Ankara ha rimosso il veto all’ingresso della Svezia nell’Alleanza Atlantica, accusata di ospitare sul proprio territorio membri di spicco del PKK. Più recentemente, le divergenze nei rapporti tra i paesi europei e gli Stati Uniti potrebbero favorire una stretta e crescente cooperazione strategico-militare tra l’Europa e la Turchia.
Sebbene la questione possa essere letta come un rapido riavvicinamento della Turchia ai paesi occidentali, tale interpretazione potrebbe essere fuorviante, non tenendo in considerazione la postura geopolitica turca. Per comprenderla, è opportuno prendere in esame le due dimensioni geografiche del paese: quella marittima, incarnata dalla teoria del Mavi Vatan (Patria Blu), e quella terrestre, interpretata dall’idea del “nuovo immaginario geografico” turco concepita dall’attuale ministro degli esteri del paese.
Nel suo celebre The influence of sea power upon history, 1660-1793, l’ammiraglio Alfred Thayer Mahan (1840-1914) elenca i caratteri distintivi del potere marittimo: il possesso di una potente Marina da guerra, le colonie, la possibilità di incrementare la ricchezza nazionale grazie ai traffici marittimi e al controllo del mare, la possibilità di accrescere la forza dello Stato. Nella sua analisi, Mahan li suddivide a loro volta in due gruppi: i fattori fisico-geografici e quelli antropici. Sebbene la Turchia non sia oggetto dell’opera di Mahan e rappresenti un caso diverso dagli Stati Uniti, è possibile analizzare le caratteristiche del potere marittimo dell’autore, applicandole al caso turco.
La marina turca rappresenta la maggior forza navale nell’area del Mediterraneo orientale, ma non è considerabile una marina di livello assoluto se paragonata ad altri paesi del bacino, come la Francia o l’Italia. Le colonie non costituiscono certamente una caratteristica del potere turco e, seppure considerate appartenenti al passato, ancora oggi hanno effetti determinanti sulle relazioni internazionali; basta pensare all’influenza linguistica sui colonizzati, o ai rapporti commerciali dei paesi con la madrepatria. Ogni stato che può vantare coste estese, Ankara ha un’estensione costiera pari a 7,200 km, ha le potenzialità di far fiorire i suoi commerci marittimi e la Turchia ha una flotta commerciale di tutto rispetto, composta da migliaia di navi. Tuttavia, il paese non controlla tutte le acque in prossimità delle proprie coste, per via delle numerose dispute che contraddistinguono il Mediterraneo Orientale. L’ultimo elemento individuato da Mahan costituisce una caratteristica che troviamo nella moderna Turchia. In particolar modo nella seconda decade di potere di Erdoğan, si è assistito a un tentativo di rivitalizzare l’orgoglio nazionale. Questo processo è avvenuto attraverso l’impegno diretto e indiretto nei teatri che storicamente hanno un’importanza per i turchi, ovvero le aree parzialmente soggette al dominio dell’Impero Ottomano: la Libia, il Kurdistan siriano e iracheno, l’Azerbaijan. Anche lo sviluppo di un’industria della difesa nazionale in ascesa sembra aver generato un forte senso di orgoglio nelle masse anatoliche.
Nella sua opera, Mahan identificava sei ulteriori categorie di fattori di primaria importanza per qualsiasi potere marittimo. Gli elementi in questione vengono qui raggruppati in due tipologie. I fattori fisico-antropici, che comprendono la posizione geografica, la conformazione fisica e l’estensione del territorio di un paese. In tal caso, la Turchia risulta avvantaggiata. La posizione, tra l’Europa, i Balcani, il Caucaso, e il Medio Oriente, non può far altro che favorire Ankara da diversi punti di vista; le coste si estendono ampiamente tra il Mar Nero, il Mar di Marmara, l’Egeo e il Mediterraneo e, infine, si tratta di un territorio esteso e con una popolazione di oltre ottanta milioni di abitanti, con un’età media di 31,8 anni.
Se da un lato i fattori geografici sembrano favorire la Turchia, dall’altro Mahan tiene in considerazione anche gli elementi antropici, quali l’entità e la qualità della popolazione, il carattere nazionale e il carattere del governo. Riguardo l’entità della popolazione si è detto in precedenza, mentre sulla qualità della stessa, l’analisi è meno agevole. Si può prendere in esame il sistema industriale turco, caratterizzato da un modesto valore aggiunto in termini di produttività, innovazione e tecnologia; questi elementi porterebbero a dubitare sulla qualità media della popolazione turca. Se si osservano, inoltre, i dati rilasciati dall’OCSE sull’apparato scolastico, emerge una spesa per il sistema educativo pari a 5.352$ per studente, ben al di sotto della media dei paesi dell’OCSE, di 12.647$. Inoltre, il 33% dei cittadini tra i 25 e i 34 anni non hanno frequentato la scuola secondaria, a fronte di una media OCSE del 14%. Sebbene non si tratti di parametri del tutto esaustivi, possono fornire un’idea generale della qualità media della popolazione del paese.
Riguardo il carattere nazionale, è ragionevole considerare la Turchia un paese che ha fatto della dimensione nazionale la sua forza, caratterizzato infatti da un forte orgoglio verso lo stato. Infine, il basso livello di democratizzazione, se consideriamo che Erdoğan è al potere da 20 anni, non porterebbe ad ipotizzare uno scenario positivo in tal senso. Inoltre, è opportuno ricordare anche i tre colpi di stato militari avvenuti prima della salita al potere di Erdoğan, tra il 1960 e il 1980. Nel complesso, gli elementi presi in considerazione da Mahan, che comprendono fattori militari, economici, politici, geografici e demografici, applicati al caso della Turchia, portano a ritenere che non il paese oggetto di analisi non sia una potenza marittima.
La strategia marittima turca: Mavi Vatan
Dopo aver analizzato il caso della Turchia attraverso la teoria di Mahan, è opportuno prendere in esame la strategia marittima del paese. Nata a metà degli anni 2000 dall’idea di un ammiraglio turco, Cem Gürdeniz, la dottrina del Mavi Vatan è l’essenza della dimensione marittima turca. La “Patria Blu” è un concetto, un simbolo e una dottrina, nelle parole di Cem Gürdeniz, Ammiraglio della Marina turca e teorico del pensiero marittimo anatolico. Con questa visione strategica, si vogliono rivedere i confini marittimi della Turchia; si vuole adottare una strategia marittima e dotare il paese di un’idea di mare che ne protegga gli interessi nel Mediterraneo. Un’idea, questa, riproposta anche dal presidente Erdoğan, che nel 2020 affermava “Siamo orgogliosi di proteggere il nostro vessillo glorioso in tutte le acque”.
Secondo Ankara, la Convenzione di Montego Bay del 1982 non ha alcun valore giuridico ed è inapplicabile in uno spazio ristretto e denso di isole come quello del Mar Egeo. Com’è noto, la Convenzione prevede che l’estensione delle acque territoriali sia pari a 12 miglia nautiche, un elemento che favorisce paesi caratterizzati da diverse isole e arcipelaghi, estendendone di fatto la giurisdizione marittima. I sostenitori dell’idea della Patria Blu ritengono che le rivendicazioni turche dovrebbero espandersi alle acque che la Grecia e Cipro ritengono sotto la propria giurisdizione, confinando poi con le zone economiche esclusive libiche ed egiziane. Infine, parte delle acque tra Cipro, la Siria e il Libano sono rivendicate dalla Repubblica di Cipro Nord e, insieme alle rivendicazioni turche formerebbero una ZEE di 462,000 km₂. Secondo la dottrina del Mavi Vatan, sono queste le condizioni minime per qualsiasi negoziato con la Grecia e Cipro. Tali rivendicazioni hanno portato nel 2019 la Turchia a stipulare un accordo marittimo con l’allora Governo di Accordo Nazionale libico. L’intesa puntava a creare un corridoio marittimo tra i due paesi, attraverso le acque territoriali e la zona economica esclusiva rivendicate dalla Grecia.
La disputa in merito alle delimitazioni marittime ha assunto ulteriore importanza alla luce delle scoperte di gas degli ultimi anni nel Mediterraneo Orientale. Sebbene i giacimenti più grandi rientrino nelle zone economiche esclusive egiziana e israeliana, un tema ancora irrisolto è il possibile export delle risorse dall’area; considerando, però, le infrastrutture di rigassificazioni esistenti (Idku e Damietta), è ragionevole considerare l’Egitto come l’unico paese in grado di ricoprire il ruolo di hub energetico della regione.
L’ammiraglio turco Cem Gürdeniz definì la visione marittima turca, Mavi Vatan, un concetto, il cui scopo è individuare precise zone di giurisdizione marittime della Turchia; un simbolo della “marittimizzazione” di Ankara, che dovrebbe farsi appunto potenza marittima; e una dottrina che indichi gli interessi marittimi del paese nel contesto internazionale multipolare. Sebbene alla luce della vittoria di Erdoğan alle elezioni nel 2023 la retorica aggressiva nei confronti della Grecia sia stata abbandonata e, in più, sia stato intrapreso un processo di distensione delle relazioni con Atene, le rivendicazioni turche nell’area non sembrano destinate ad arrestarsi.
Il panturanesimo, le origini della Turchia e il nuovo immaginario geografico
Dopo aver tratteggiato gli elementi del potere marittimo e aver affermato che la Turchia non sembrerebbe una potenza marittima, è opportuno analizzare la dimensione terrestre della proiezione geopolitica turca. Partiremo dagli studi di Halford John Mackinder. Geografo e politico inglese noto per il suo contributo intitolato “The geographical pivot of history” (1904), Mackinder individua l’area pivot o Heartland, nella grande massa euro-asiatica di oltre 4000 km₂ che si estende dalla pianura ungherese al deserto del Gobi e confina a sud con l’odierno Iran. L’Heartland comprende anche l’area di origine della civiltà turca, dei popoli turanici, popolazioni nomadi originariamente stanziati in Asia Centrale e in Mongolia. Già nell’Alto Medioevo le antiche tribù turciche si stabilirono sul Mar Caspio e sull’intera massa eurasiatica. Intorno all’anno 1000, i selgiuchidi riunirono sotto il proprio dominio parte delle odierne Turchia, Siria e l’antica Persia. Proprio dai persiani, furono convertiti all’Islam e si ersero a difensori della religione musulmana contro i crociati. Tra il Medioevo e l’età moderna le tribù turcofone si svilupparono nell’intera Asia, dalla Persia all’India, fino alla Cina. È dunque l’Asia, e in particolare l’Asia Centrale, la culla della moderna Turchia.
Il panturanesimo, movimento politico-ideologico risalente alla fine del XIX Secolo, mirava all’unità politica dei diversi popoli turcofoni, dall’Anatolia fino all’Asia Centrale e oltre. Sviluppatosi per salvare dalla successiva e inesorabile disfatta l’Impero Ottomano, che con la guerra russo-turca del 1877-78 aveva perso circa metà del suo territorio nei Balcani, il movimento trovò il favore dei turchi tornati in Anatolia da questi territori; essi riconoscevano il mancato sviluppo dell’Impero in tutti gli ambiti, fallendo così nello stare al passo con lo sviluppo tecnologico, in particolare, dell’occidente. Di conseguenza, gruppi di intellettuali, che si definivano “giovani ottomani” (conosciuti in seguito alla caduta dell’Impero Ottomano come “giovani turchi”) nei circoli liberali, formarono un vero e proprio movimento politico, che ambiva a modernizzare l’Impero, tramutandolo in una monarchia costituzionale con un esercito efficiente ed evoluto. Tuttavia, nel gruppo dei giovani turchi, vi era una consistente componente che può definirsi radicale e sognava, come detto, di costituire uno stato composto da tutti i popoli turcofoni presenti, oltre che in Turchia, in Asia Centrale, nel Caucaso e nei Balcani (Figura 1).
Seppure perseguitato durante il periodo della fonazione della Repubblica di Turchia, il movimento rimase in vita, in esilio in Europa; è opportuno riportare le parole di Mustafa-bi j Choqai-ogli, esponente del movimento e editore del giornale “Yas Turkestan” che durante un discorso a Parigi negli anni ’20 di fronte ai suoi connazionali affermò: “I sei paesi dell’Asia Centrale devono formare uno stato: il Turkestan. La popolazione di quelle regioni condivide il sangue, la lingua, la religione e la visione”. Quest’idea ebbe grande successo negli ambienti militari e universitari turchi in Europa, specialmente in Germania, anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un’idea, questa, che trova una configurazione attuale nell’articolo del 2009 intitolato “Turkey and Eurasia: Frontiers of a new geographic imagination”. Scritto da Bülent Aras, noto docente di relazioni internazionali turco, e da Hakan Fidan, accademico, ex capo dei servizi di sicurezza e attuale ministro degli esteri di Ankara, l’articolo descrive nel dettaglio la nuova politica estera turca verso l’Asia Centrale, il Caucaso meridionale e, in generale, l’Eurasia; inoltre, l’analisi verte sul necessario impegno della classe dirigente turca in ambito securitario, energetico e commerciale nelle aree di origine degli attuali turchi. Infine, gli autori sottolineano come il rinnovato attivismo turco nell’area possa aprire nuovi orizzonti al paese relativamente ai rapporti con gli stati euroasiatici. È utile prendere in esame il contributo per comprendere l’importanza delle due aree in oggetto per la Turchia e le parole degli autori risultano esplicative in tal senso:
“While moving toward the West, Turkey is generating new areas of engagement in the East. Although Turkey’s borders have remained the same, Turkish policy-makers new geographic imagination and new-found self-confidence have created momentum in extending Turkey’s sphere of influence to the Middle East, the Gulf region, Central Asia and Beyond. In the minds of Turkish politicians, Turkey has started acting according to its new identity as a ‘central country’, leaving the ’bridge country’ rhetoric behind.”
L’Asia Centrale e il Caucaso meridionale: le “destinazioni” della proiezione anatolica
La postura geopolitica turca emerge con grande forza quando si prende in esame l’Asia Centrale. Tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza delle sei repubbliche nei primi anni ’90, Ankara si esaltò nuovamente all’idea di un mondo turco che si estende dal Mar Adriatico fino alla Muraglia cinese, concetto ripreso negli anni da ben due presidenti, Turgut Özal e Süleyman Demirel.
In seguito al 2016, anno del presunto golpe in Turchia ad opera dei seguaci di Fethullah Gülen, il paese ha voluto contrastare la presenza dei suoi seguaci anche in Asia Centrale, facendo pressioni principalmente sui governi kazako e kirghizo per la chiusura delle scuole guleniste nell’area. La stretta ebbe successo e le scuole vennero chiuse o sostituite con entità simili, ma fedeli al governo turco. Sul piano militare meritano una menzione i legami tra la Turchia e, in particolare, il Kazakistan: nel 2013, infatti, Ankara ha cominciato a produrre sistemi d’arma nel paese; un progetto replicato nel 2017 anche in Uzbekistan. È opportuno sottolineare il carattere geo-economico dell’influenza turca in Asia Centrale. Attraverso la TIKA (Turkish International Cooperation and Development Agency), organizzazione interstatale che favorisce lo sviluppo delle comunità turciche e guidata , Ankara ha infatti sostenuto economicamente i paesi dell’area con progetti nel settore energetico, industriale, sanitario, accademico, commerciale e culturale. Così facendo, Ankara mantiene un saldo legame con i luoghi d’origine delle popolazioni turcofone e, al contempo, ha sviluppato un’ampia influenza nei confronti di questi paesi.
Se c’è un paese che può vantare storiche e ottime relazioni con la Turchia, è certamente l’Azerbaijan. Riconosciutane l’indipendenza nel 1918 con il Trattato di Butan, la Turchia fu il primo paese a dichiararne la rinnovata autonomia da Mosca nel 1991. Da allora, i turchi hanno supportato Baku sia sul piano militare, in primo luogo nel caso delle diverse guerre con l’Armenia, che su quello sociopolitico. Definite “una nazione, due stati”, dall’ex presidente azero Heydar Aliyev, i due paesi mantengono relazioni strategiche, che poggiano sulla lingua, storia e cultura comuni.
Le dichiarazioni di Erdoğan del 2020 riguardo la contesa del Nagorno Karabakh tra azeri e armeni, permettono di comprendere chiaramente la posizione turca in merito: “Continueremo la missione che i nostri nonni hanno portato avanti per secoli nel Caucaso. Questa non è solo una violazione del confine e un conflitto, ma un attacco deliberato contro l’Azerbaijan, con cui la Turchia ha una relazione di fratellanza e amicizia”. Il riferimento al genocidio armeno del 1915, quando circa 1,5 milioni di armeni vennero uccisi dai turchi ottomani, appare chiaro, sebbene la Turchia non lo abbia mai riconosciuto. Ecco che il nuovo immaginario geografico della Turchia ha sostanziato un sostegno sempre più forte verso l’Azerbaijan e verso la “risoluzione” della questione del Karabakh a favore dell’alleato azero.
Le relazioni tra la Turchia e gli stati turcofoni del Caucaso e dell’Asia Centrale sono state istituzionalizzate con la creazione dell’Organizzazione degli Stati Turchici, nata nel 2009 tra i paesi turcofoni, che si fonda su quattro pilastri: la storia, la cultura, la lingua l’identità comune. L’organismo, che comprende la Turchia, l’Azerbaijan, il Kazakistan, il Kirghizistan e l’Uzbekistan, favorisce la cooperazione tra i paesi membri in settori strategici, come la cooperazione tra le rispettive forze armate e industrie della difesa. È possibile affermare che l’influenza turca dell’area oggetto d’analisi riguarda la dimensione etnico-politica, quella economica e quella securitaria. Una penetrazione, quindi, di tipo strategico, che sembra destinata a rafforzarsi negli anni a vanire.
Conclusione
Per tirare le fila del presente lavoro, è utile riferirsi brevemente alla storia della cartografia turca. Questo, sia per cercare di comprendere le percezioni geografiche da parte della collettività, di cui le carte sono l’espressione concreta, sia, parallelamente, per capire come quelle medesime percezioni sono influenzate dalle carte stesse. Tali sono, infatti le due dimensioni della relazione tra le carte e le impressioni della popolazione. Le tre aree geografiche più rappresentate dalla cartografia turca sono i Balcani, il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Ecco che la rappresentazione geografica ci fornisce un buon indicatore di quelle che sono le priorità del paese, sia da un punto di vista politico, che nelle della impressioni della popolazione.
L’importanza della posizione geografica turca emerge anche dagli scritti dell’ex primo ministro, Ahmet Davutoğlu. L’Iran è un paese di primo piano in Asia, afferma Davutoğlu, ma è lontano dall’Europa e dall’Africa; la Turchia, invece, ha una posizione privilegiata verso paesi europei ed asiatici ed è vicina all’Africa e al Mediterraneo Orientale. Un paese tale, per via della sua geografia, non può spiegarsi in chiave unicamente difensiva, né come paese-ponte, né un paese di frontiera, e certamente non come un paese “normale”. Sebbene Davutoğlu intendesse porre le basi per una nuova politica estera, che si avvicinasse all’occidente, il suo articolo deve essere letto anche in termini di proiezione di potenza. Un’influenza che si estende, come visto, alle aree analizzate precedentemente, ma anche ad altre regioni come il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Africa Orientale. A questo punto ci vengono in soccorso le carte e, in particolare, le rappresentazioni della produzione cartografica turca. L’Asia Centrale e l’Eurasia sono due aree molto riprodotte, poiché richiamano l’elemento storico ed etnico del popolo turco, fatto proprio dal movimento panturanista che riscontra successo ancora oggi. Sebbene, specialmente negli ultimi tempi, Ankara sembra volersi ri-avvicinare ai paesi occidentali, tiene in grande considerazione i luoghi d’origine del moderno popolo turco, facendone una priorità in termini di proiezione geopolitica.Ci sembra possibile affermare che, nonostante l’espressione venga ripetutamente respinta dagli apparati turchi, Ankara sia configurabile come un attore che svolge la funzione di ponte tra due continenti, Europa e Asia. Questo avviene per una ragione di volontà politica, che ha portato negli anni e, con maggiore forza dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Turchia a riempire quello spazio lasciato da Mosca nell’area euro-asiatica. Tuttavia, è opportuno considerare anche l’idea del panturanesimo sembra aver riscontrato un grande e crescente successo dalla sua nascita ad oggi e il forte senso patriottico, nonché gli scritti dell’attuale ministro degli esteri ne sono un esempio. Più fortuna della teoria della “Patria Blu” di Gürdeniz che ha trovato un limitato successo sia per ragioni storiche che di limitate capacità militare in ambito marittimo. È plausibile definire, quindi, l’interesse verso le regioni del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale di natura strategica per Ankara che, per i suddetti motivi, sembra voler orientare la sua influenza nelle due aree sul lungo periodo.
Figura 1 – Carta geografica degli stati turanici, che avrebbero dovuto formare il Turkestan: dall’Anatolia alla Manciuria (fonte: CIA archival records, The Pan-Turanian idea, approvato per essere rilasciato nel dicembre 2005).

