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18/02/2026
Europa

Dall’Ucraina all’Artico, come cambia il rapporto USA-Russia-Ucraina e cosa resta della deterrenza NATO

di Mattia Saitta

Dal vertice di Anchorage ai colloqui di Abu Dhabi, i rapporti trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina rivelano una traiettoria sempre più discontinua e selettiva. Washington distingue tra dossier considerati non negoziabili - come Artico e Groenlandia - e aree ritenute invece negoziabili, come l’Ucraina, riflettendo un mutamento strutturale della deterrenza americana. In questo quadro, il sostegno a Kiev appare progressivamente condizionato e funzionale a un più ampio riassetto dei rapporti con Mosca, evidenziando i limiti della NATO e l’incapacità europea di garantire una sicurezza autonoma e credibile.

Dal vertice di Anchorage ai colloqui di Abu Dhabi, i rapporti trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina rivelano una traiettoria sempre più discontinua e selettiva. Washington distingue tra dossier considerati non negoziabili – come Artico e Groenlandia – e aree ritenute invece negoziabili, come l’Ucraina, riflettendo un mutamento strutturale della deterrenza americana. In questo quadro, il sostegno a Kiev appare progressivamente condizionato e funzionale a un più ampio riassetto dei rapporti con Mosca, evidenziando i limiti della NATO e l’incapacità europea di garantire una sicurezza autonoma e credibile.

Dal vertice di Anchorage ad Abu Dhabi: evoluzione trilaterale USA-Russia-Ucraina. 

Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 rappresenta l’avvio di una fase nei rapporti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, segnando un passaggio qualitativo nella gestione diplomatica del conflitto. L’incontro non si è configurato come un semplice tentativo di riattivare i canali di dialogo interrotti, ma ha evidenziato l’emergere di una impostazione statunitense fondata su una gestione selettiva dei dossier strategici, nella quale il conflitto ucraino viene progressivamente distinto da ambiti considerati vitali e non negoziabili, quali l’Artico e la Groenlandia. In questo quadro, Washington ha riaperto il confronto con Mosca mantenendo formalmente il sostegno a Kiev, ma introducendo elementi di ambiguità strategica destinati a incidere sulla coesione e sulla prevedibilità del fronte euro-atlantico. 

La successiva apertura di colloqui bilaterali tra Stati Uniti e Russia, inizialmente condotti in un clima di discrezione e proseguiti con un nuovo round a Miami, ha confermato l’esistenza di un canale negoziale parallelo rispetto ai tradizionali formati euro-atlantici. Questa dinamica ha sollevato interrogativi sulla reale centralità dell’Ucraina nel processo decisionale occidentale, suggerendo un progressivo spostamento dell’arbitraggio politico verso un dialogo diretto tra Washington e Mosca. Tale percezione è stata rafforzata dalle stesse dichiarazioni provenienti da Kiev, che hanno riconosciuto coma la centralità dell’arbitraggio statunitense, e in particolare il ruolo personale di Donald Trump, rappresentino oggi il fattore determinante per un’eventuale accelerazione dei colloqui di pace. In questo quadro, l’Ucraina appare sempre meno soggetto attivo del processo negoziale e sempre più variabile dipendente di una dinamica bilaterale dominata dagli interessi statunitensi. Parallelamente, la Federazione Russa ha mantenuto una postura inflessibile sulle questioni territoriali, ribadendo la disponibilità al negoziato solo a fronte di concessioni sostanziali. 

Il passaggio decisivo si è registrato all’inizio del 2026, tra gli appuntamenti di Davos e Abu Dhabi , dove la postura statunitense è apparsa con maggiore chiarezza. Nel corso del World Economic Forum, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha denunciato un’Europa smarrita, divisa e incapace di fermare la guerra, mettendo in luce la crescente distanza tra la retorica di sostegno a Kiev e la reale capacità europea di incidere sugli sviluppi del conflitto. In parallelo, la postura statunitense è apparsa progressivamente più esplicita, con Washington che ha esercitato pressioni dirette sulla definizione di una tempistica negoziale, arrivando a imporre una scadenza per il raggiungimento di un accordo con Mosca. Questo passaggio segna un ulteriore slittamento del sostegno americano da strumento di deterrenza a leva di gestione politica del conflitto, rafforzando l’impressione di un appoggio sempre più condizionato e funzionale a un riassetto più ampio dei rapporti con la Russia. In questo contesto, Mosca ha accolto con favore l’attivismo diplomatico statunitense, leggendo anche l’ipotesi di una zona franca in Ucraina come segnale di apertura verso formule di compromesso non pienamente allineate alle posizioni di Kiev. 

I colloqui di Abu Dhabi, avviati a fine gennaio e proseguiti fino ai primi giorni di febbraio 2026, hanno rappresentato l’approdo operativo di questo percorso negoziale. In assenza di un’intesa politica complessiva, le parti hanno comunque concordato misure limitate ma simbolicamente rilevanti, come lo scambio di 314 prigionieri di guerra, presentato come segnale di distensione e progresso. Tuttavia, un’analisi più approfondita degli esiti evidenzia persistenti asimmetrie negoziali: la Russia ha rivendicato progressi sostanziali nonostante l’atteggiamento definito “ostruzionista” dei partner europei, mentre Zelensky ha riconosciuto apertamente la complessità e le difficoltà dei colloqui, confermando l’assenza di un reale riequilibrio delle posizioni tra le parti. 

Nel complesso, l’evoluzione dal vertice di Anchorage ai colloqui di Abu Dhabi mostra come la traiettoria trilaterale USA-Russia-Ucraina non sia il risultato di oscillazioni tattiche contingenti, bensì l’espressione di un mutamento strutturale della strategia americana. L’Ucraina mantiene una posizione centrale nel confronto, ma sempre più come dossier negoziabile all’interno di un equilibrio globale ridefinito, piuttosto che come attore pienamente sovrano del processo decisionale. L’Europa, relegata a un ruolo prevalentemente reattivo, appare spettatrice di una dinamica che mette in discussione la sua capacità di iniziativa, la credibilità strategica e l’autonomia decisionale, evidenziando una crescente dipendenza dalle scelte operate direttamente da Washington. 

Ucraina: attore strategico sostenuto artificialmente e logoramento della deterrenza

A oltre tre anni dall’invasione russa, l’Ucraina continua a occupare una posizione centrale nel confronto strategico euro-atlantico, ma all’interno di un quadro sempre più segnato da logoramento militare, fragilità strutturali e crescente dipendenza dal sostegno esterno. La centralità di Kiev non deriva più da una capacità autonoma di determinare l’evoluzione del conflitto, bensì dal suo ruolo di snodo geopolitico in un equilibrio instabile tra Stati Uniti, Russia e alleati europei. 

Sul piano operativo, il periodo compreso tra il 2025 e l’inizio del 2026 segna un progressivo spostamento dell’iniziativa militare a favore di Mosca. Le valutazioni indipendenti sull’andamento dell’offensiva russa di fine 2025 evidenziano un’avanzata territoriale senza precedenti dall’inizio del conflitto, con la Russia arrivata a controllare complessivamente – in forma totale o parziale – circa il 19,4% del territorio ucraino. Studi di area statunitense indicano che, nel corso del 2025, il ritmo dell’avanzata russa sarebbe risultato sensibilmente superiore rispetto all’anno precedente, in alcuni settori quasi raddoppiato, ampliando il divario tra le due parti in termini di risorse disponibili, profondità strategica e capacità di rigenerazione delle forze. 

Questa dinamica si inserisce in una guerra che appare sempre più priva di una prospettiva di svolta decisiva. Le analisi prospettiche del 2026 convergono nel delineare uno scenario dominato da stallo prolungato, logoramento reciproco e negoziati intermittenti, incapaci di produrre risultati strutturali o duraturi. A rafforzare questa lettura contribuisce la crescente pressione per una conclusione accelerata del conflitto, con Washington che ha esplicitamente indicato nell’estate l’orizzonte temporale auspicabile per il raggiungimento di un accordo. Tale impostazione conferma come il sostegno occidentale tenda sempre più a tradursi in una gestione politica del tempo e dei costi della guerra, piuttosto che in una strategia orientata a modificare in modo decisivo gli equilibri sul terreno. In parallelo, le condizioni avanzate da Mosca per un eventuale accordo di pace – fondate su riconoscimenti territoriali, neutralizzazione militare dell’Ucraina e garanzie di sicurezza vincolanti – irrigidiscono il quadro negoziale, riducendo ulteriormente gli spazi di manovra politica di Kiev e rafforzando la percezione di una cronicizzazione del conflitto. 

A questo logoramento esterno si affianca una crescente pressione interna sul sistema ucraino, che contribuisce a indebolirne la resilienza complessiva. Il protrarsi della guerra ha accentuato tensioni politiche, difficoltà economiche e problemi di governance, mentre il tema della corruzione continua a rappresentare un fattore strutturale di vulnerabilità. Le inchieste e le analisi condotte nel corso del 2025 evidenziano come pratiche corruttive e inefficienze amministrative abbiano avuto un impatto negativo sulla gestione delle risorse, sulla mobilitazione e sulla fiducia della popolazione, incidente indirettamente anche sulla capacità bellica del paese. In questo senso, l’Ucraina si trova a combattere una guerra su più livelli: militare, istituzionale e sociale. 

Nonostante tali criticità, la tenuta ucraina resta fortemente dipendente dal sostegno esterno garantito dagli Stati Uniti, dalla NATO e dall’Unione Europea. Senza questo flusso continuo di aiuti militari, finanziari e politici, la sostenibilità dello sforzo bellico risulterebbe difficilmente garantibile. Tuttavia, tale supporto si accompagna a una crescente ambiguità politica, che alimenta un paradosso strategico sempre più evidente. Da un lato, Washington continua a fornire assistenza a Kiev; dall’altro l’amministrazione Trump ha attribuito pubblicamente al presidente Zelensky la responsabilità del mancato accordo di pace, sostenendo che sarebbe Kiev – più che Mosca – a ostacolare una soluzione negoziale. 

Questa impostazione si inserisce in un quadro più ampio di riallocazione degli oneri di sicurezza, in cui gli Stati Uniti mantengono il controllo dell’arbitraggio politico, ma riducono progressivamente il proprio coinvolgimento diretto nella gestione del fianco orientale. Le critiche rivolte da Trump alla NATO e l’invito ai partner europei ad assumersi maggiori responsabilità economiche e operative segnalano un cambio di paradigma nella postura americana. Parallelamente, il dibattito sugli aiuti a Kiev è sempre più intrecciato alla promozione di strumenti come il principio di buy European, volto a trasferire sull’Unione Europea una quota crescente dei costi del sostegno militare. 

Le implicazioni per l’Europa risultano profonde. Fonti comunitarie hanno riconosciuto la necessità di accelerare sul dossier dell’autonomia strategica europea, ammettendo implicitamente i limiti dell’attuale capacità dell’UE di agire come attore di sicurezza autonomo nel conflitto ucraino. Tale consapevolezza si accompagna a tensioni e divisioni interne, che si riflettono anche sul piano economico: diversi esponenti politici, tra cui Viktor Orban, hanno messo in guardia dai costi crescenti di un sostegno militare e finanziario prolungato a Kiev, ritenuto potenzialmente destabilizzante per la competitività e la sostenibilità economica dell’Unione nel medio periodo. In questo quadro, l’intervento della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen al Forum di Davos, incentrato sulla necessità di rafforzare l’indipendenza europea di fronte all’unilateralismo statunitense, segnala una maturazione politica delle fragilità strutturali che caratterizzano l’attuale architettura di sicurezza europea. 

L’Ucraina emerge come attore strategico sostenuto artificialmente, la cui resilienza dipende in larga misura da decisioni esterne e da un equilibrio instabile tra supporto militare e condizionalità politica. Questa configurazione contribuisce a un progressivo logoramento della deterrenza euro-atlantica, in cui la continuità del sostegno non si traduce automaticamente in credibilità strategica. L’Europa, chiamata a sostenere un conflitto ad alta intensità sul proprio spazio di sicurezza, assume oneri crescenti senza disporre ancora degli strumenti necessari per trasformare il sostegno politico in autonomia strategica effettiva, rimanendo esposta alle scelte e alle priorità definite da Washington. 

Ucraina e Groenlandia: deterrenza selettiva e limiti NATO-europei

Il confronto tra Ucraina e Groenlandia consente di cogliere con particolare chiarezza la logica della deterrenza selettiva che caratterizza l’attuale postura strategica degli Stati Uniti. Apparentemente distanti per geografia, natura del conflitto e livello di militarizzazione, i due dossier condividono in realtà una collocazione centrale nella competizione globale per l’accesso alle risorse, il controllo delle rotte strategiche e la definizione delle sfere di influenza. Ciò che li distingue non è la loro rilevanza, bensì il modo in cui Washington ne definisce il grado di negoziabilità politica. 

Nel caso della Groenlandia, la postura americana appare inequivocabile. L’isola artica è trattata come asset strategico non negoziabile, parte integrante della sicurezza nazionale statunitense e snodo essenziale per il controllo del fianco nord dell’Alleanza. Le tensioni emerse attorno alle pressioni esercitate da Donald Trump sugli alleati europei, durante il Forum di Davos, hanno reso evidente come la Groenlandia venga percepita da Washington non come una questione multilaterale, bensì come un interesse diretto, sottratto a qualsiasi mediazione euro-atlantica. La pubblicazione di messaggi privati e le dinamiche di allineamento politico all’interno della NATO hanno ulteriormente rafforzato l’impressione di una gerarchia decisionale in cui il consenso alleato è secondario rispetto alla priorità strategica americana. 

Questa centralità si riflette anche sul piano militare e organizzativo. Il progressivo ridimensionamento delle strutture NATO, con la rimozione di centinaia di ufficiali dai comandi chiave, è stato interpretato da diversi osservatori come un segnale politico volto a riaffermare il controllo statunitense sugli snodi decisionali dell’Alleanza, più che come una semplice razionalizzazione burocratica. In questo quadro, la reazione russa appare rivelatrice: Mosca ha esplicitamente dichiarato che la questione della sovranità sulla Groenlandia non rientra nei propri interessi strategici diretti, riconoscendo implicitamente l’area come parte integrante della sfera di influenza statunitense. La deterrenza, in questo caso, funziona proprio perché è chiara, unilaterale e credibile. 

Di segno opposto è la gestione del dossier ucraino. Pur continuando a occupare una posizione centrale nel confronto con la Russia, l’Ucraina viene progressivamente trattata come spazio strategico negoziabile, subordinato a logiche di compromesso e scambio politico. I colloqui trilaterali e i tentativi di rilancio del dialogo tra Stati Uniti, Russia e Ucraina si sono sviluppati in parallelo a una riduzione dell’impegno diretto americano, lasciando emergere una dinamica in cui il sostegno a Kiev è sempre più condizionato e strumentale. La ripresa di contatti militari di alto livello tra Washington e Mosca conferma questa impostazione, suggerendo una volontà di stabilizzazione selettiva del confronto con la Russia che non passa necessariamente dalla tutela integrale degli interessi ucraini. 

La differenza tra i due dossier non riguarda, dunque, la loro importanza strategica, ma la funzione che essi svolgono nella deterrenza statunitense. Groenlandia e Ucraina condividono elementi spesso trascurati nel dibattito pubblico: entrambe sono aree ricche di risorse naturali, incluse materie prime critiche e terre rare, entrambe assumono un valore crescente nella competizione tecnologica e industriale globale, entrambe si collocano lungo direttrici fondamentali per la sicurezza euro-atlantica. Tuttavia, mentre la Groenlandia è difesa come perno irrinunciabile della proiezione americana nell’Artico, l’Ucraina è mantenuta in uno stato di sostegno controllato, funzionale più al contenimento della Russia che alla costruzione di una sicurezza europea autonoma.  

Questa asimmetria produce effetti diretti sulla NATO e sull’Unione Europea. L’Alleanza appare sempre più dipendente dalle priorità strategiche statunitensi, incapace di definire una deterrenza credibile laddove Washington sceglie di mantenere margini di ambiguità. L’Europa dal canto suo, è chiamata a sostenere economicamente e industrialmente lo sforzo ucraino – anche attraverso meccanismi come il principio del buy European – senza disporre di un reale potere decisionale sull’evoluzione del conflitto. Il risultato è una deterrenza incompleta, in cui gli oneri sono europei ma l’arbitraggio resta americano. 

Il confronto tra Ucraina e Groenlandia consente di cogliere il tratto distintivo dell’attuale architettura di sicurezza occidentale: la deterrenza funziona in modo pieno e coerente laddove Washington individua interessi vitali e non negoziabili; si indebolisce, invece, quando il dossier viene inserito in una logica di gestione flessibile e transazionale. Per l’Europa e per la NATO, questa distinzione rappresenta una sfida cruciale: senza una capacità autonoma di definire priorità, risorse e linee rosse, il rischio è quello di rimanere intrappolati in una sicurezza delegata, frammentata e sempre più dipendente dalle scelte di Washington. 

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