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05/03/2025
Europa, Russia e Spazio Post-sovietico, Stati Uniti e Nord America

Ucraina-USA: l’intesa mancata che riunisce l’Europa

di Alexandra Elena Vechiu

Il fallimento dell’accordo sui minerali e la crisi diplomatica tra Kiev e Washington costringono l’Europa a rivedere urgentemente la propria coesione e architettura di sicurezza. L’imprevedibilità degli Stati Uniti e la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina segnano una svolta: per l’Europa è l’ora del riarmo. 

Il fallimento dell’accordo sui minerali e la crisi diplomatica tra Kiev e Washington costringono l’Europa a rivedere urgentemente la propria coesione e architettura di sicurezza. L’imprevedibilità degli Stati Uniti e la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina segnano una svolta: per l’Europa è l’ora del riarmo. 

L’incontro del 28 febbraio, a Washington, avrebbe dovuto risanare le ferite degli ultimi tre anni di guerra e consolidare un’intesa economica commerciale tra Stati Uniti e Ucraina: la cosiddetta “pax mineralis”. L’intesa prevedeva un fondo di investimento congiunto tra i due Paesi, in cui Kiev avrebbe dovuto destinare a Washington il 50%  delle entrate ottenute dalla “monetizzazione futura” delle proprie risorse naturali (litio, grafite, cobalto, petrolio, gas, carbone, titanio e terre rare come lo scandio). Queste riserve minerarie, dal valore di 14.8 trilioni di dollari, sarebbero dovute essere gestite congiuntamente, mentre il reinvestimento annuale delle entrate avrebbe sostenuto la stabilità e lo sviluppo economico del Paese. L’intesa commerciale rappresentava una svolta significativa nella cooperazione bilaterale, tuttavia, l’assenza delle garanzie di sicurezza richieste da Kiev, per contenere Mosca, ha sollevato numerosi interrogativi sul futuro del conflitto. Queste perplessità si sono rivelate fondate con la decisione del tycoon di sospendere gli aiuti militari a Zelensky – un evento che scuote il fragile equilibrio europeo e comporta l’elaborazione di una nuova strategia unitaria.

Il conflitto diplomatico tra Zelensky e Trump

Le garanzie tangibili di protezione per l’Ucraina e l’Europa non sono state ottenute neanche nei giorni che hanno preceduto l’incontro, nonostante i tentativi negoziali di Starmer e Macron. Difatti, Trump si era limitato a enfatizzare il ruolo cruciale e il rispetto dell’articolo 5 della NATO, ma senza rassicurare gli alleati continentali con un impegno concreto. Contro ogni aspettativa, l’occasione di trattazione tra il presidente statunitense e l’omologo ucraino si è rivelata essere una rottura simbolica nei rapporti tra i due alleati dall’inizio della guerra. Nello Studio Ovale, Volodymyr Zelensky ha manifestato le proprie perplessità sull’intesa e sull’effettiva volontà di Vladimir Putin di rispettare la tregua, ricordando la violazione di 25 cessate il fuoco e degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015. In seguito agli interventi del vicepresidente JD Vance e del presidente Donald Trump, il colloquio si è allontanato dai binari diplomatici portando all’interruzione dei negoziati e all’annullamento della conferenza stampa prevista. Poche ore dopo, Trump ha commentato l’accaduto su Truth Social, affermando di “non volere vantaggi, ma solo la pace e che Zelensky sarebbe potuto tornare quando sarebbe stato pronto per la pace“. Mentre, il leader ucraino ha ricordato l’urgenza di fermare l’aggressione russa, menzionando l’importanza degli aiuti forniti dall’Europa e gli storici legami con gli Stati Uniti, facendo intendere una possibile distensione dei rapporti. Tuttavia, il congelamento del sostegno bellico USA, annunciato il 3 marzo, marca un passaggio cruciale nella guerra in Ucraina e nei rapporti transatlantici. La mancata ratifica dell’intesa commerciale sui minerali e l’inaspettato esito del colloquio pongono l’Europa davanti a un bivio, con un netto schieramento dei leader europei, nonché delle considerevoli ripercussioni sul dibattito più ampio sulla sicurezza continentale. Il fallimento dell’intesa e le tensioni alla Casa Bianca hanno innescato un’effetto farfalla in Europa e un’eco immediata che ha sottolineato l’assenza di un fronte comune.

Quale posto per l’Europa? 

Il colloquio Trump-Zelensky è stato uno spartiacque tra i leader europei, sottolineando la mancanza di un’autonomia decisionale indipendente in ambito geopolitico – come ricordato dalla leader di Rassemblement National, Marine Le Pen. Le parole forti pronunciate alla Casa Bianca hanno stimolato un’immediata risonanza sull’opinione pubblica europea, amplificata dai social, e rispecchiato le divisioni geopolitiche interne al Vecchio Continente. Il presidente Macron, intervistato dalla televisione portoghese e su X, ha ribadito “l’esistenza di una sola vittima: l’Ucraina” e confermato l’intenzione di continuare a fornire aiuti, invitando gli Stati Uniti a fare lo stesso. La sua posizione è stata condivisa dai leader della Polonia, Spagna, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Stati baltici, Finlandia, Paesi Bassi. Il Regno Unito ha annunciato un aumento della spesa militare fino al 2,5% del PIL entro il 2027 e un prestito di 2,6 miliardi di sterline per sostenere l’Ucraina e la produzione interna di armamenti. Parallelamente, la Presidente della Commissione europea ha elogiato “la dignità di Zelensky”, mentre l’ufficio del primo ministro svedese ha definito la crisi ucraina come “una battaglia per tutta l’Europa”. A sfidare il fronte europeo sono Viktor Orbán e Robert Fico, noti per le posizioni scettiche e filorusse. L’Ungheria si è schierata dalla parte degli Stati Uniti e della “coraggiosa difesa della pace”, mentre la Slovacchia ha insistito sul rifiuto di fornire aiuti all’Ucraina, esortando l’Europa a ripristinare la dipendenza energetica dalla Russia. Posizione neutrale per la Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, che ha proposto un vertice d’urgenza tra USA, Stati europei e alleati per superare le divisioni interne all’Occidente, sottolineando come queste siano rischiose per l’intero ordine internazionale.

Una sfida generazionale per la sicurezza dell’Europa

La linea italiana per una pace “duratura e giusta, realizzabile in sintonia con gli USA, è stata accolta durante il Vertice di Londra, tenutosi il 2 marzo, che ha visto coinvolti 16 Paesi euroatlantici, NATO e Ue. Il Regno Unito ha annunciato la creazione di una coalizione di volonterosi per perseguire la pace in Ucraina, coinvolgendo la Russia nei negoziati ma impedendole di dettare le proprie condizioni. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Cósta nel citare i fallimenti diplomatici del passato a Minsk e Kabul, ha evidenziato l’urgenza di bilanciare diplomazia efficace, garanzie di sicurezza e operazioni di peacekeeping. Eppure, a Londra, è stato l’appello della presidente von der Leyen – “L’Europa deve riarmarsi” – a segnare un momento storico per il continente, definendo una nuova architettura strategica. Il 4 marzo, la Commissione ha annunciato il ReArm Europe, un piano con cui l’Europa si assume la responsabilità della propria sicurezza – una sfida generazionale e urgente che inciderà nel lungo periodo. Con l’obiettivo di mobilitare circa 800 miliardi di euro, il piano si articola lungo 5 direttrici: 150 miliardi di euro di prestiti agli Stati membri per investimenti nella difesa, incentivi per aumentare la spesa militare, clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita (consentirà ai 27 di aumentare le loro spese per la difesa e il loro debito, oltre i limiti consentiti, senza incorrere in infrazioni), mobilitare capitali privati accelerando l’Unione del risparmio e degli investimenti e attraverso la Banca europea per gli investimenti. Questo piano di riarmo verrà definito il 6 marzo, in occasione del Consiglio straordinario a Bruxelles sulla difesa europea e sull’Ucraina, e sarà successivamente presentato agli USA per ottenere il loro sostegno. Tuttavia, la posizione di Washington resta un’incognita e la sospensione degli aiuti militari a Kiev è la prova di un cambiamento significativo nello scacchiere internazionale.

In questo contesto, la sfida per la difesa dell’Europa diventa sempre più urgente e evidente. Di fronte all’imprevedibilità di Trump in politica estera e alle similitudini con la Dottrina Monroe – tra cui la riaffermazione della supremazia statunitense – il risveglio europeo non è più un’opzione, ma una necessità. L’Europa, come sostenuto da Starmer, sta affrontando una sfida generazionale per la propria sicurezza, che deve essere superata bilanciando una strategia diplomatica di successo con l’auspicata autonomia strategica, senza compromettere l’impegno nella NATO né i rapporti con gli Stati Uniti – un attore politico troppo rilevante per essere marginalizzato. Al contempo, “l’apparente inerzia” russa non va sottovalutata: Mosca, infatti, potrebbe consolidare i legami con quei governi europei che sfidano il fronte comune ed esercitare una pressione militare crescente su Kiev. In questo scenario geopolitico, l’Europa non può permettersi né di dipendere dalla volatilità decisionale di Stati terzi, né tantomeno di essere internamente disunita, offrendo alla Russia un vantaggio strategico, sia sul campo di battaglia che nelle trattative diplomatiche. Il riarmo europeo non è solo una risposta immediata alla minaccia russa e al disimpegno statunitense, ma è il primo passo per far fronte a una sfida generazionale che richiede una visione unitaria e un impegno militare, diplomatico, politico. Il Consiglio straordinario del 6 marzo sarà un primo banco di prova determinante e l’esito influenzerà il peso geopolitico del continente nel breve e medio periodo.

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