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21/05/2025
Europa

Bosnia ed Erzegovina: il faticoso cammino verso Bruxelles

di Nicolas Piazza

La Bosnia ed Erzegovina rappresenta una delle sfide più complesse per la politica di allargamento dell'Unione Europea nei Balcani occidentali. Nonostante lo status di Paese candidato ottenuto nel 2022, il percorso d'integrazione procede a rilento, ostacolato da divisioni etniche, corruzione endemica e influenze esterne.

La Bosnia ed Erzegovina rappresenta una delle sfide più complesse per la politica di allargamento dell’Unione Europea nei Balcani occidentali. Nonostante lo status di Paese candidato ottenuto nel 2022, il percorso d’integrazione procede a rilento, ostacolato da divisioni etniche, corruzione endemica e influenze esterne.

L’Unione Europea è sicuramente il principale attore internazionale per la Bosnia ed Erzegovina e il più interessato a mantenere una certa stabilità nella zona, sia per ragioni di sicurezza che di coesione regionale. Il coinvolgimento di Bruxelles deriva non solo dalla vicinanza geografica (la Bosnia ed Erzegovina confina direttamente con l’UE tramite la Croazia), ma anche dall’impegno a lungo termine che si è assunta nella stabilizzazione dei Balcani occidentali, una regione che porta ancora i segni dei conflitti degli anni ’90. Attraverso missioni di mantenimento della pace come EUFOR Althea, il supporto economico e l’assistenza tecnica, l’Unione Europea sostiene le istituzioni locali e promuove riforme essenziali, necessarie per avvicinare il paese agli standard europei. L’obiettivo finale è facilitare l’integrazione della Bosnia ed Erzegovina all’interno dell’Unione, un passo che contribuirebbe alla stabilità dell’intera area balcanica e rafforzerebbe la sicurezza europea.

Un percorso a ostacoli

La Bosnia ed Erzegovina è stata individuata come potenziale candidata all’adesione all’Unione Europea durante il vertice del Consiglio europeo tenutosi a Salonicco nel giugno del 2003, insieme ad Albania, Croazia, Macedonia del Nord e Serbia-Montenegro. Nel novembre del 2005 ebbero inizio le negoziazioni per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA), un accordo fondamentale per avvicinare i Paesi non appartenenti all’Unione Europea agli standard politici, economici e istituzionali necessari per entrare a farne parte. Le disposizioni commerciali dell’ASA entrarono ufficialmente in vigore il 1° luglio 2008, ma per l’implementazione completa, inclusi i capitoli su governance, stato di diritto e diritti fondamentali, si dovette aspettare fino al 1° giugno 2015.

Un progresso significativo si ebbe nel 2010, quando il Paese ottenne l’accesso all’area Schengen per i viaggi senza visto, permettendo ai cittadini bosniaci di circolare liberamente per motivi turistici o di breve soggiorno nei paesi dell’area. Sarajevo ha ufficialmente presentato la sua domanda di adesione all’Unione Europea nel febbraio 2016, e nel maggio 2019 la Commissione Europea ha adottato il suo Parere ufficiale (Avis) sulla candidatura, individuando 14 priorità chiave che la Bosnia ed Erzegovina deve soddisfare per poter avanzare verso l’apertura dei negoziati di adesione.

Nell’ottobre 2022, la Commissione Europea ha finalmente concesso a Sarajevo lo status di Paese candidato all’adesione all’Unione Europea, confermato dal Consiglio Europeo a dicembre dello stesso anno. Un anno più tardi, nel dicembre 2023, il Consiglio ha deciso di avviare i negoziati di adesione una volta che la Bosnia ed Erzegovina avrà soddisfatto un livello adeguato di conformità ai criteri previsti. Nonostante questo grande successo, la Nazione continua a soffrire di forti carenze nella pubblica amministrazione, una gestione poco trasparente del potere e una mancanza di coordinazione tra tutti gli attori politici ed istituzionali.

Ostacoli strutturali e resistenze politiche

Il rispetto dei 14 criteri stabiliti dalla Commissione procede a velocità ridotta, incontrando numerosi ostacoli. La complessa struttura statale nata dagli accordi di Dayton del 1995, caratterizzata da divisioni etniche del potere e diritti di veto, rende ogni decisione complessa e lenta. La necessità di una riforma del sistema era già emersa nel report della Commissione Europea del 2009, ma poco o nessun progresso è stato fatto in questa direzione. L’Unione Europea, tuttavia, sembra disposta a tollerare questa lentezza, in quanto le riforme comporterebbero scontri istituzionali tra i vari gruppi etnici, e Bruxelles considera la stabilità della regione una priorità maggiore rispetto all’adesione stessa.

La corruzione endemica rappresenta un altro ostacolo fondamentale, con la Bosnia ed Erzegovina considerata “lo stato più corrotto dei Balcani occidentali” secondo diversi analisti e il Corruption Perceptions Index. La perdita parziale di potere che verrebbe trasferito alle istituzioni europee rappresenta un motivo di scoraggiamento verso riforme che si muovano in direzione dell’integrazione. Il blocco istituzionale e il boicottaggio spesso servono solo come facciata per nascondere interessi che verrebbero altrimenti intaccati. Per questo motivo, nonostante non esistano partiti dichiaratamente anti-europeisti, il processo prosegue a rilento.

Un ulteriore problema è rappresentato dalla scarsa preparazione della comunità politica: la sola preparazione del questionario per la candidatura ha richiesto più di due anni (dal 2017 fino all’aprile del 2019), mentre negli altri paesi confinanti sono stati necessari solo un paio di mesi. Preoccupanti sono anche i limitati progressi in materia di libertà di stampa e dei media, con il rapporto dell’Unione Europea del 2022 che evidenzia come i politici utilizzino spesso l’arma della querela spingendo i giornalisti all’autocensura.

Influenze esterne e divisioni interne

A completare il quadro arrivano le influenze esterne di paesi che ricoprono un ruolo culturale e politico ingombrante, come Cina, Turchia e Russia, che spingono verso un allontanamento dall’Unione Europea. La Russia, in particolare, si è più volte opposta alle dichiarazioni del Consiglio Europeo, ad esempio quando si è dichiarata contraria a negare il diritto di secessione della Republika Srpska. Sorgono inoltre dispute con gli stati membri, come nel caso della Croazia con la costruzione del ponte di Sabbioncello, che permette di evitare la striscia di terra di Neum, unico sbocco sul mare della Bosnia.

Le divisioni etniche si riflettono anche nel sostegno all’integrazione europea. Un sondaggio del National Democratic Institute del 2019 ha rivelato che l’88% dei bosgnacchi si dichiara favorevole all’ingresso nell’UE, così come il 75% dei croati. Diversa è invece la situazione nella Republika Srpska: qui l’influenza serba e russa, unita alle ferite ancora aperte della guerra, mantiene il supporto al 54%, con il 39% dichiaratamente contrario all’adesione. Lo scetticismo tra i serbi è rafforzato dal timore che l’ingresso nell’Unione Europea possa portare vantaggi limitati, specialmente a livello economico.

Secondo diversi analisti, anche le scelte dell’Unione Europea hanno contribuito al rallentamento del processo di integrazione. La progressiva cessione di competenze dall’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina al governo centrale ha ridotto il potere di supervisione dell’UE nel monitorare e guidare il processo politico bosniaco. Inoltre, i criteri fissati dall’UE sono spesso stati formulati in modo vago e non sufficientemente specifico, rendendo più complesso per le istituzioni locali comprendere esattamente gli obiettivi richiesti.
Nonostante questi ostacoli, le riforme richieste dall’Unione Europea rappresentano un’opportunità per la Bosnia ed Erzegovina di avanzare verso una maggiore democratizzazione e prosperità economica. Il percorso verso Bruxelles resta lungo e tortuoso, ma costituisce ancora la migliore speranza per un futuro stabile e prospero per tutte le comunità del paese.

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