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17/04/2025
Africa Subsahariana

Le sfide della nuova Commissione dell’Unione Africana

di Luca Busola

Il 15 febbraio si sono svolte le elezioni per il rinnovo della Commissione dell’Unione Africana, organo che si occupa di integrazione regionale, sicurezza e cooperazione economica. Seguendo un sistema di rotazione regionale per la distribuzione delle cariche quadriennale, la più alta di queste è stata attribuita a un Paese dell’Africa Orientale, mentre il Nord Africa ha espresso i propri candidati alla vicepresidenza.

Il 15 febbraio si sono svolte le elezioni per il rinnovo della Commissione dell’Unione Africana, organo che si occupa di integrazione regionale, sicurezza e cooperazione economica. Seguendo un sistema di rotazione regionale per la distribuzione delle cariche quadriennale, la più alta di queste è stata attribuita a un Paese dell’Africa Orientale, mentre il Nord Africa ha espresso i propri candidati alla vicepresidenza.

Dopo una lunga campagna elettorale, i candidati si sono ridotti a tre: il gibutiano Mahamoud Youssouf, ministro degli esteri della piccola nazione sul Mar Rosso, sostenuto inizialmente da Somalia, Organizzazione per la Cooperazione Islamica e dal suo Paese natale; il kenyota Raila Odinga, considerato da tutti come il favorito per via della sua esperienza da primo ministro a Nairobi, da Alto Commissario per lo Sviluppo Infrastrutturale presso l’UA e per il sostegno immediato da parte di 22 nazioni e della East African Community; mentre l’ultimo candidato, il malgascio Richard Randriamandrato, si è presentato col solo supporto del Madagascar, di cui è stato ministro degli esteri, e della South African Community.

Dopo sette round di votazioni, Mahamoud Youssouf è riuscito a ottenere i due terzi dei voti necessari a sconfiggere i suoi avversari, diventando così il nuovo presidente della Commissione dell’Unione Africana; la vicepresidenza è andata all’algerina Selma Haddadi.

Youssouf è riuscito a ottenere consenso grazie a un programma incentrato sul consolidamento dell’Africa nello scenario politico internazionale, facendo perno soprattutto sui fattori economici e finanziari.  Raila non è riuscito ad allargare il proprio bacino elettorale e a proporsi come credibile difensore del pan-africanismo. Inoltre, la politica estera del Kenya nelle settimane antecedenti la votazione non ha di certo migliorato la posizione del proprio candidato: l’evento che ha probabilmente sancito la sconfitta di Raila è stato l’incontro delle RSF, le forze ribelli sudanesi, tenutosi a Nairobi e da cui il governo kenyota non ha preso le distanze, minando la credibilità del Kenya come Paese aggregante e portatore di stabilità per l’intera comunità africana.

Al contrario, secondo diversi commentatori, Youssouf ha ottenuto la vittoria proponendosi come punto d’incontro tra le varie identità presenti nel continente, soprattutto a livello linguistico, convogliando su di sé i voti dei Paesi francofoni, arabofoni e lusofoni. Questa strategia si è rivelata vincente anche alla luce dei recenti malumori di alcuni membri che temono lo strapotere e l’eccessiva rappresentanza dei Paesi francofoni nelle più alte sfere di potere continentale, anche grazie al sistema di rotazione regionale delle cariche. A partire dalle nomine interne alla commissione, Youssouf ha dunque il compito di confermarsi come “ponte” tra le diverse identità linguistiche africane senza lasciar trasparire ogni tipo di favoritismo, a maggior ragione se l’Africa si ritroverà a dover affrontare i propri problemi in solitaria, senza il supporto degli USA o di alcune nazioni europee, come effetto delle nuove politiche sovraniste e isolazioniste dell’Occidente. Per tale motivo, tutti e tre i candidati hanno sottolineato il ruolo chiave che le istituzioni africane giocheranno nel dare forma al ruolo del continente nella politica globale, a partire dal consolidamento dell’African Continental Free Trade Area, delle African Security Forces e del riconoscimento di due seggi africani permanenti all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Oltre al raggiungimento di questi obiettivi, la Commissione dovrà trovare soluzioni per i problemi che da anni affliggono il continente sul piano securitario, rappresentativo, climatico ed economico.

Il primo di questi riguarda il ruolo politico dell’Unione Africana: per raggiungere i propri obiettivi, Youssouf dovrà convincere i Paesi membri a rivedere porzioni della propria sovranità, collaborando per rafforzare l’integrazione continentale e lasciare alla Commissione e agli organi dell’Unione maggiore spazio di manovra, consentendole così di agire in maniera efficace. Contemporaneamente, la Commissione deve colmare il vuoto creatosi con la popolazione che percepisce l’UA come uno spazio distante e distaccato dai reali problemi della gente in cui le elites e gli intellettuali compiono i loro giochi politici. Un primo segnale di cambiamento sembra essere arrivato proprio in queste elezioni: l’età media dei membri della Commissione è passata da 59 a 53 anni grazie all’ingresso di numerosi giovani, per lo più tecnocrati, che sperano che l’UA non sia più uno spazio riservato ad anziani politici di carriera in cerca di un ultimo incarico di prestigio.

Per quanto riguarda il lato securitario, il primo problema riguarda il Sudan dove si stima che la guerra civile abbia causato circa 12 milioni di sfollati interni e aggravato la crisi alimentare per 26 milioni di persone. Inoltre, i circa 3 milioni di profughi fuggiti verso Egitto, Ciad, Sud Sudan ed Etiopia, hanno talvolta intensificato crisi già presenti nei Paesi di destinazione, come nel caso dell’Etiopia dove continuano gli scontri tra le forze governative e le popolazioni Amhara e Oromo, senza dimenticare la recente guerra civile in Tigray e i rapporti sempre più tesi con l’Eritrea. La guerra civile sudanese ha avuto forti ripercussioni anche sul Sud Sudan, ormai sull’orlo di un nuovo conflitto civile, la cui economia, fortemente dipendente dall’esportazione del petrolio, è precipitata a causa del conflitto sudanese che ha reso impossibile l’esportazione di greggio tramite il Mar Rosso e Port Sudan.

L’Unione Africana non è riuscita a far valere la propria posizione all’interno della crisi sudanese dato che il precedente commissario Mahamat non ha mai portato avanti un piano chiaro per il raggiungimento di un cessate il fuoco. Youssouf ha ora la possibilità di far valere il peso diplomatico dell’Unione al fine di fungere da mediatore e fare sì che l’UA venga invitata ai tavoli delle trattative organizzati da paesi terzi extra africani.

Il secondo teatro emergenziale si trova in Congo. Qui, a differenza del Sudan, il conflitto non è puramente intrastatale, dal momento che le milizie M23 sono supportate da altri stati sovrani come l’Uganda e soprattutto il Ruanda. 

Anche qui l’UA ha faticato a far sentire la propria voce e a influenzare le parti. Una prima efficace mediazione è avvenuta nel 2022, tuttavia lo scorso dicembre ogni tentativo è risultato vano a causa dell’opposizione del presidente ruandese Kagame. 

Il conflitto in Congo ha portato divisioni interne alla stessa Unione: alcuni leader, di Paesi prevalentemente della East African Community, hanno dichiarato il proprio supporto a Kigali e alla posizione ruandese di “securitizzazione” del confine col Congo; al fianco di Kinshasa, invece, si sono schierati i Paesi del sud del continente. Nonostante le divisioni interne, Youssouf ha ora la possibilità di abbandonare il modus operandi del suo predecessore e dimostrare di essere effettivamente in grado di mediare tra i Paesi membri e convincere il Ruanda ad abbandonare Goma e il Kivu, nel rispetto della sovranità congolese.

Grazie alla propria esperienza da ministro degli esteri del Gibuti, Paese notoriamente aperto alle influenze estere per via delle numerose basi militari disseminate sul suo territorio, Youssouf potrà tentare di riavvicinare le parti in causa coinvolgendo anche attori internazionali, facendo sì che questi agiscano insieme all’UA per garantire la stabilità nella regione e non contro di essa.

Un altro problema è quello delle giunte militari di Mali, Niger e Burkina Faso che negli ultimi anni hanno progressivamente troncato ogni rapporto con gli altri stati dell’Africa Occidentale, abbandonando l’ECOWAS e costituendo la propria organizzazione regionale, l’Alleanza degli Stati del Sahel. I tre Paesi sono poi stati sospesi dall’Unione Africana, la quale ha fatto affidamento sull’ECOWAS per favorire una distensione, senza ottenere alcun successo. L’Unione Africana non sembra avere in mente una soluzione chiara al problema delle giunte saheliane: se da un lato le sanzioni non hanno avuto gli effetti sperati e hanno minato la credibilità dell’Unione in Mali, Niger e Burkina Faso, dall’altro ogni sorta di dialogo diplomatico con gli stati golpisti finirebbe con il legittimare il ruolo politico delle giunte. Un possibile riavvicinamento potrebbe verificarsi con l’istituzione di una missione panafricana per fronteggiare la penetrazione delle milizie jihadiste e fermare l’emorragia di instabilità che si sta diffondendo verso gli altri Paesi dell’Africa Occidentale. Le passate missioni dell’Unione Africana in Mali (AFISMA) e in Repubblica Centrafricana (MISCA) rappresentano degli esempi di efficacie “soluzione africana ai problemi africani” che si potrebbe riproporre in Sahel per ridare legittimità all’Unione agli occhi delle popolazioni locali.

Altre zone di particolare difficoltà sono la Somalia e il Camerun. 

In Somalia l’Unione è ancora attiva contro al-Shabaab al fianco delle truppe governative con la missione AUSSOM. Qui l’Unione deve riuscire a raggiungere obiettivi tali per cui non si debba più rendere necessaria la presenza delle truppe continentali nel Paese: AUSSOM è stata prorogata su richiesta del primo ministro somalo, tuttavia ciò implica due maggiori problematiche. La prima riguarda i finanziamenti: la missione risulta finanziata al 75% dall’ONU, tuttavia i fondi già stanziati sono sufficienti a coprire il budget di AUSSOM fino a luglio e la decisione di Trump di sospendere il sostegno americano alle missioni internazionali e umanitarie non lascia al momento spiragli di certezza. 

La seconda problematica coinvolge il reclutamento delle truppe all’interno della coalizione. Fino ad ora Burundi, Gibuti, Kenya, Etiopia e Uganda hanno inviato i propri soldati e non è sicuro che questi continuino a spedire le proprie forze in Somalia: il Burundi sembra intenzionato ad abbandonare AUSSOM, mentre le truppe etiopi potrebbero non essere ben accolte in seguito al recente scontro tra Addis Abeba e Mogadiscio sul riconoscimento etiope del Somaliland. L’ipotizzato ingresso dell’Egitto nella missione potrebbe momentaneamente colmare il fabbisogno di soldati.

In Camerun sono riprese le violenze contro le minoranze anglofone nelle regioni nord occidentali e sud occidentali del Paese, dove le forze regolari si scontrano con le milizie locali che da anni chiedono la secessione. Nella Regione dell’Estremo Nord, invece, il pericolo è rappresentato da Boko Haram e dalle altre milizie jihadiste che proliferano nel bacino del Lago Ciad. Nella stessa capitale Yaoundè sta aumentando la tensione a causa delle elezioni di ottobre in cui il presidente uscente Biya cercherà di ottenere l’ennesimo mandato all’età di 92 anni. Nonostante l’Unione Africana si sia negli ultimi anni poco interessata al Camerun, essa dovrebbe prestarvi particolare attenzione per evitare che il Paese diventi una nuova fucina di violenza e tensione regionale in grado di coinvolgere gli stati limitrofi, soprattutto la Nigeria.

L’ultimo nodo da districare per la nuova Commissione riguarda i finanziamenti esteri dal momento che il ritiro americano avrà forti conseguenze sui Paesi africani e sull’Unione stessa: dal 2022 il governo USA ha stanziato circa 20 miliardi di dollari per aiutare l’UA a sviluppare e implementare piani di sicurezza e mitigazione soprattutto nell’ambito della sicurezza alimentare. La sospensione dei fondi americani causerebbe un’importante vuoto finanziario per l’Unione che si vedrebbe costretta a cercare il denaro mancante tramite accordi con Nazioni estere o con i Paesi membri rivedendo le politiche di bilancio. Anche l’Unione Europea potrebbe non rappresentare più un alleato certo: l’ascesa dei nazionalismi e dei governi sovranisti si tramuterebbe in un’UE meno incline a dedicare parte del proprio budget a progetti verso un continente considerato inaffidabile e ideologicamente antagonista. L’UA stessa dipende dall’UE in maniera maggiore rispetto agli USA dal momento che più del 50% dei fondi internazionali arriva da Bruxelles e dai quali dipendono anche interi programmi di sicurezza e antiterrorismo.

Le sfide che attendono la nuova commissione dell’Unione Africana e il suo neoeletto presidente sono numerose e ricche di incognite che potrebbero aggravare preesistenti scenari di instabilità, violenza e insicurezza. Per tale motivo, Youssouf deve portare avanti una chiara agenda di consolidamento comunitario e riposizionamento dell’Unione  e dei Paesi africani per quanto concerne le tematiche continentali ed intercontinentali, cercando di districarsi in un mondo sempre più polarizzato e allo stesso tempo isolazionista nelle ideologie e nei metodi di cooperazione.

La via più sicura è quella della creazione di una vera comunità africana che non sia solo un palcoscenico per politici e intellettuali di carriera, ma che riesca ad avvicinarsi alle popolazioni locali veicolando un messaggio pan-africanista, affinchè il continente possa portare avanti le proprie istanze nei forum e nei summit internazionali in materia di sicurezza, clima e finanza. Un’Unione Africana realmente unita e compatta potrebbe finalmente dare al continente il peso specifico politico di cui necessita per proporsi come interlocutore credibile agli occhi dei partner esteri.  Così facendo, l’Unione potrà coordinare le partnership internazionali agendo da catalizzatore e da portatore degli interessi africani anziché essere mero facilitatore logistico privo di potere contrattuale.

Pertanto, il rafforzamento del ruolo politico e diplomatico dell’Unione Africana potrebbe circoscrivere il livello di influenza esercitato da Paesi terzi quali Russia, Francia o Emirati Arabi, mitigando così gli effetti delle loro azioni nella politica africana e portandoli a comunicare e, nella migliore delle ipotesi, a collaborare con l’Unione stessa. Si rende così necessaria una Commissione in grado di proporre nuove narrative capaci di unire gli Stati africani sotto una bandiera comune, al fine di creare un continente unito che possa proporsi come alternativa in uno scenario geopolitico che negli ultimi mesi è drasticamente mutato e che sembra diventare sempre più frammentato. L’accentuata polarizzazione potrebbe così dare all’Unione Africana la possibilità di agire da megafono per le richieste continentali e creare un fronte comune.

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