L’energia nucleare è vista come un potenziale, strategico alleato nel supportare gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione dell’UE, garantendo una maggior stabilità nella produzione di energia “pulita” rispetto alle rinnovabili come eolico e solare. E, in effetti, trascurare il nucleare potrebbe rendere il percorso europeo verso la neutralità carbonica ancora più complesso di quanto non lo sia già. Bisogna fare attenzione, tuttavia, a non escludere potenziali rischi, soprattutto futuri, nell’approvvigionamento del combustibile chiave dell’energia nucleare: l’uranio, già considerato da alcuni paesi come una materia prima critica a tutti gli effetti.
Il disequilibrio geografico tra domanda ed offerta di uranio
Puntare in larga scala sull’energia nucleare potrebbe aumentare la dipendenza dell’UE da materie prime straniere, “stringendo” ulteriormente il nodo delle risorse legato alla transizione energetica. Nonostante le riserve globali di uranio dovrebbero bastare per soddisfare la domanda futura, avere accesso ad un approvvigionamento stabile non dovrebbe essere dato per scontato. L’estrazione di uranio è fortemente concentrata in una manciata di paesi – nel 2022 i primi tre hanno contribuito a circa il 70% del volume mondiale – il che ricorda molto la realtà di materie prime critiche come litio e cobalto. Nel 2021, nessun paese consumatore di uranio (ad eccezione del Canada) ne ha prodotto abbastanza da coprire la domanda interna. Il forte disequilibrio geografico tra domanda ed offerta dell’elemento radioattivo, unito ad un rilevante aumento della prima – spinto dagli obiettivi della transizione energetica – potrebbe in futuro essere fonte di rischi di approvvigionamento simili a quelli associati alle materie prime critiche.
Giappone, guerra in Ucraina e piccoli reattori modulari
Per il Giappone la questione è chiara. Il Paese del Sol Levante ha di recente “promosso” l’uranio a materia prima critica, nel tentativo di favorire lo sviluppo di progetti di esplorazione ed estrazione domestici, cercando di ridurre la propria dipendenza dalle importazioni. Prime fra tutte, quelle dalla Russia. Nel 2022 la Russia ha rappresentato il sesto paese al mondo per produzione di uranio (e nel 2021 ospitava l’8% delle risorse globali). Le forti tensioni tra la Russia ed il blocco NATO conseguenti alla guerra in Ucraina – nonché le recenti sanzioni imposte – rischiano di ripercuotersi sugli equilibri di mercato del metallo radioattivo. È anche a causa di ciò che Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia e Regno Unito hanno di recente dato il via ad un accordo di cooperazione che mira a promuovere uno stabile approvvigionamento di uranio per scopi civili, riducendo la dipendenza dei paesi membri dalla Russia. La guerra in Ucraina potrebbe avere ancora maggiori conseguenze sullo sviluppo di reattori nucleari più avanzati come i piccoli reattori modulari, di recente interesse per le “Big Tech”. La Russia è ad oggi l’unico fornitore in scala commerciale di High-Assay Low-Enriched Uranium (HALEU), combustibile necessario per questo tipo di tecnologie. Anche se Stati Uniti e Regno Unito hanno mosso i primi passi verso una produzione interna, è difficile escludere futuri rischi nell’approvvigionamento di HALEU.
Il gigante dell’uranio tra Cina e Russia
Risalendo dal sesto posto della Russia fino al primo posto tra i paesi produttori di uranio si trova il Kazakistan. Nel 2022 il paese ha fornito il 43% di tutto l’uranio prodotto nel mondo, quasi tre volte i volumi provenienti dalla medaglia d’argento, il Canada (15%). Questo dato soltanto dovrebbe far riflettere sulla fragilità della catena di approvvigionamento globale dell’elemento radioattivo. In aggiunta, chiunque decida di affacciarsi al mercato di estrazione e raffinazione kazako, si troverebbe a sgomitare con la Cina. Il Dragone, infatti, ha di recente avviato proficue collaborazioni con l’ex paese sovietico per assicurarsi una fetta rilevante della sua produzione di uranio. La domanda di uranio della Cina è in forte aumento e dal 2010 il paese ha contribuito più di tutti alla crescita globale del nucleare. Ciò, unito alla vicinanza della Cina al Kazakistan (sia in termini commerciali, che geografici), potrebbe rendere più complesso instaurare efficaci collaborazioni con quest’ultimo. Senza contare, poi, che la Russia controlla il 25% della produzione di uranio kazako.
Uranio in Africa: la Cina ne fa ancora da protagonista
Medaglia di bronzo nella produzione di uranio è la Namibia, che nel 2022 ha contributo all’11% della produzione globale. Fino a marzo 2024, quando le attività sono state riprese nella miniera di Langer Heinrich, la Namibia contava su due sole miniere attive per l’estrazione del metallo radioattivo, la miniera di Husab e la miniera di Rössing. Considerate al 2022 le due miniere d’uranio a cielo aperto più grandi al mondo, Husab è di proprietà della Swakop Uranium, una partnership tra Namibia e Repubblica Popolare Cinese. In particolare, quest’ultima ne detiene il 90% attraverso il China General Nuclear Power Group ed il China Africa Development Fund. Il secondo gigante a cielo aperto, Rössing, conta anch’esso un attore cinese, il China National Uranium Corporation Limited, come maggior detentore. La Cina può godere del frutto di ingenti investimenti anche sulla terza miniera d’uranio namibiana, la già sopra citata Langer Heinrich. È chiaro, dunque, che il Dragone possiede una leva rilevante sulle operazioni di estrazione, raffinazione e fornitura dell’uranio del paese. Ma non finisce qui. Contribuendo nel 2022 per circa il 5% alla produzione mondiale, il Niger è un altro stato africano da osservare attentamente quando si parla di uranio. Pechino ha stabilito una solida presenza anche qui, in larga parte motivata dalle ricche riserve offerte dal paese. Ad esempio, il China National Nuclear Corporation, il China Nuclear International Uranium Corporation, e la società a maggioranza cinese Societe des Mines d’Azelik sono tra le maggiori organizzazioni straniere ad operare nel settore dell’uranio in Niger. Tutto questo nonostante la storica forte dipendenza dei paesi europei dall’uranio nigerino, che nel 2022 ha alimentato un terzo delle centrali nucleari francesi ed un quarto di quelle europee. Non di certo una buona notizia, considerando il recente deterioramento nei rapporti tra lo stato africano e le potenze Occidentali.
Conclusioni
La sempre più concreta ascesa della Cina come leader nucleare mondiale è sicuramente una buona notizia per il raggiungimento da parte di Pechino degli ambiziosi obiettivi di neutralità carbonica, fissati dal paese per il 2060. Tuttavia, l’“ingombrante” presenza di investimenti esteri da un singolo paese, unita ad una crescente asimmetria geografica tra domanda ed offerta globali ed alle tensioni tra Russia e blocco NATO, potrebbe portare a sempre maggiori rischi nell’approvvigionamento di uranio. Timori in questo senso, già peraltro sollevati dall’IEA, dovrebbero offrire uno spunto di riflessione per l’UE. Non bisogna inoltre scordarsi di ulteriori fonti di rischio nell’approvvigionamento di uranio qui non approfondite, ma nondimeno rilevanti. Una fra tutte è la futura scarsità di acido solforico sempre più paventata, che ha già costretto alcune società a ridurre la propria produzione del metallo radioattivo (il rischio legato alla carenza di acido solforico, tra l’altro, non interessa solo il nucleare, ma anche le rinnovabili…). La crescita del nucleare in Europa (ed una sua reintroduzione in Italia) dovrebbe essere accompagnata da iniziative concrete, volte a garantire una catena di approvvigionamento di uranio resiliente. Una possibile direzione da percorrere è la promozione di crescenti rapporti di cooperazione con paesi esportatori (un punto di partenza potrebbe essere il Minerals Security Partnership Forum, istituito per le materie prime critiche). In aggiunta, risulterà necessario sviluppare un’industria interna di estrazione e raffinazione di uranio, cominciando dal superamento di leggi “anti-nucleare” attualmente presenti in alcuni paesi europei. Tuttavia, far ripartire l’estrazione mineraria di uranio in UE (ad oggi non se ne estrae) potrebbe incontrare opposizioni sociali al pari di quanto non avvenga già per alcune materie prime critiche. Il superamento della mentalità “not in my backyard” (“NIMBY”), particolarmente popolare in Europa, risulterà essenziale per permettere lo sviluppo di un’industria interna (la quale sarebbe allineata, tra l’altro, alle politiche ambientali europee, più virtuose che altrove). Di contro, strategie di approvvigionamento miopi e passive – e sorrette esclusivamente dalle importazioni – rischieranno di rendere il nucleare un’ulteriore fonte di vulnerabilità energetica per l’UE, nonché per il nostro Paese.


