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16/04/2025
Stati Uniti e Nord America

Deportazioni al CECOT? Cosa sta succedendo dopo l’accordo USA-El Salvador

di Federica Petrucci

La notizia della deportazione di quasi 300 tra immigrati e presunti “gangsters” dagli USA a El Salvador ha scosso sia la magistratura statunitense che l’opinione pubblica internazionale, tra cui numerose organizzazioni per i diritti umani. Sembra allora opportuna un’analisi dell’accordo alla base di tali operazioni e delle criticità che queste presentano a livello sia legale che di politica internazionale.

La notizia della deportazione di quasi 300 tra immigrati e presunti “gangsters” dagli USA a El Salvador ha scosso sia la magistratura statunitense che l’opinione pubblica internazionale, tra cui numerose organizzazioni per i diritti umani. Sembra allora opportuna un’analisi dell’accordo alla base di tali operazioni e delle criticità che queste presentano a livello sia legale che di politica internazionale.

Lo scorso 15 marzo, 261 persone sono state fatte sbarcare da un aereo della US air force e sono state introdotte in catene all’interno del CECOT, il “centro di confinamento contro il terrorismo”, carcere di massima sicurezza creato nel 2022 dal presidente salvadoregno Bukele. Di queste, 238 sono venezuelani, allontanati dagli USA per diverse ragioni. Infatti, 137  su 238 sono stati inviati a El Salvador in base all’Alien Enemy Act, gli altri 101 in base all’Immigration and nationality act. I primi sono ritenuti affiliati alla gang Tren de Aragua mentre gli altri sono semplicemente accusati di immigrazione clandestina negli USA. Il 1° aprile, ulteriori 17 uomini sono stati deportati verso la stessa prigione salvadoregna. Entrambe le operazioni sono state descritte in termini quasi militari e definite come azioni contro il terrorismo.  Ma come è possibile che immigrati e criminali sotto la giurisdizione statunitense siano stati spediti e accolti all’interno del sistema penitenziario di El Salvador? 

Formazione dell’accordo tra Trump e Bukele e risposta di Maduro

Il 23 gennaio, con una chiamata telefonica, il presidente americano Donald Trump e il presidente salvadoregno Nayib Bukele hanno cominciato a discutere di una collaborazione per fermare l’immigrazione clandestina e reprimere il fenomeno delle gang internazionali. Il seguente 4 febbraio, la visita del segretario di stato statunitense, Marco Rubio, è stata l’occasione per definire l’accordo tra USA e El Salvador in tal senso. I dettagli non sono stati resi noti, l’unica informazione pubblica è l’offerta da parte di Bukele del CECOT come estensione del sistema carcerario statunitense.  Come dichiarato dallo stesso Bukele, questo servizio viene fornito in cambio del pagamento di 20.000 dollari all’anno a detenuto, considerato dal presidente salvadoregno “relatively low for the U.S. but significant for us”. 

Bukele avrebbe davvero deciso di aprire le porte del CECOT agli USA per tale importo, di fatto quasi irrilevante a fronte di una spesa annuale di circa 200 milioni di dollari? Le motivazioni alla base della sua scelta sembrerebbero essere almeno tre e certamente al di là del contributo economico. Le ragioni più esplicite sarebbero la ricerca del favore dell’amministrazione Trump e il riconoscimento del valore del suo modello carcerario. Infatti il governo di Bukele ha necessità di una legittimazione esterna da un Paese influente come gli USA per controbilanciare le critiche al suo operato da parte di organizzazioni internazionali come Amnesty International, contestazioni dovute alla trasformazione del Paese in uno stato di polizia in nome della lotta al crimine organizzato.

Un ulteriore motivo, più oscuro, sembrerebbe essere il tentativo di Bukele di insabbiare le indagini delle autorità statunitensi su un accordo tra il suo governo e la MS 13, gang di immigrati salvadoregni nata a Los Angeles e da  lì diffusasi. Più precisamente il governo di Bukele è stato accusato dal dipartimento di giustizia statunitense di aver concordato in segreto con la “pandilla” MS 13 una “reducción pactada” del numero di omicidi. Il presidente tramite le deportazioni, potrebbe recuperare i capi delle bande in mano agli USA per evitare che rendano noti i suoi presunti patti.

D’altra parte cosa ottiene Trump da questo accordo con il Presidente Bukele? Sicuramente il presidente statunitense ottiene un forte effetto di propaganda, pubblicizzando l’intesa con El Salvador come uno strumento per rendere gli USA un Paese più sicuro, punto essenziale della sua campagna elettorale. Inoltre rafforza la sua area di influenza in America Centrale, utilizzando El Salvador come “giardino” in cui confinare i target della sua politica.

In questo contesto è emersa la voce di un altro presidente, quello venezuelano. Constatando la prevalenza di connazionali tra coloro che sono stati deportati al CECOT, Maduro ha criticato l’operato di Trump e Bukele qualificandolo come un’ingiusta criminalizzazione della migrazione dal Venezuela. 

Criticità interne della decisione del presidente americano

Oltre alla risposta da parte del Venezuela, l’ordine esecutivo di Trump ha suscitato una forte reazione all’interno degli USA da parte del ramo giudiziario, in particolare per due motivi.

In primo luogo, è stato criticato l’utilizzo dell’Alien Enemy Act per giustificare la deportazione di 137 delle 261 persone totali. E’ stata messa in discussione tale base legale, considerando la natura dell’atto, datato 1798, adottato per permettere di deportare stranieri in tempo di guerra con il loro Paese di origine o in caso di invasione ad opera loro. Trump ha risposto accusando la gang Tren de Aragua, di cui i 137 venezuelani deportati sono accusati di far parte, di “perpetrare, tentare e minacciare un’invasione o incursioni predatorie contro il territorio degli Stati Uniti”. Attivisti come l’avvocato Gelernt dell’ACLU hanno, dunque, ribattuto che “a gang is not invading”. 

Anche il giudice James Boasberg ha sollevato delle obiezioni sull’uso dell’Alien Enemy Act ed ha emanato un provvedimento per cui non sono temporaneamente possibili ulteriori deportazioni basate su tale legge.  Proprio la controrisposta data da tale giudice all’ordine di Trump costituisce la seconda criticità interna, con l’apertura di un dibattito sulla possibilità che Trump abbia disatteso un provvedimento giudiziario. Nei fatti, il giudice Boasberg ha ordinato una sospensione dell’operazione di deportazione per 14 giorni per completare una più approfondita analisi legale dell’utilizzo dell’Alien Enemy Act. Il giudice avrebbe, inoltre, aggiunto un ordine verbale di far tornare sul suolo americano i velivoli già decollati.

La segretaria dell’ufficio stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha negato che sia stato violato il dispositivo della sentenza, affermando che essa è stata pubblicata sostanzialmente troppo tardi, quando i “terroristi di tran de Aragua” erano già stati espulsi dal territorio statunitense. Tale ritardo è stato anche sottolineato con un “oopsie too late” , nel profilo X del presidente Bukele.

Il dipartimento della giustizia americano ha ripreso e fatto propria la dichiarazione della Leavitt, procedendo, in più, a fare appello contro la sentenza di Boasberg. Dopo la sconfitta in corte d’appello federale, la Casa Bianca ha fatto ricorso alla Corte Suprema, che non si è ancora espressa. Trump ha anche richiesto la messa sotto accusa del giudice Boasberg, definito “agitatore e provocatore”, ricevendo, però,  un ammonimento da parte di J. Roberts, presidente della Corte Suprema, “l’impeachment non è una risposta appropriata al disaccordo riguardante una decisione giudiziaria”.

Conseguenze dell’accordo USA-El Salvador dal punto di vista dei diritti umani

Al di là delle criticità interne al sistema americano, l’ordine esecutivo di Trump, correlato all’accordo con El Salvador, ha allertato numerosi analisti a causa di potenziali ed effettive violazioni dei diritti umani.

Innanzitutto è stato messo in evidenza il fatto che i deportati sono stati inviati direttamente al carcere di massima sicurezza senza essere sottoposti a processo, con operazioni superficiali ed arbitrarie, rese evidenti dal caso di Kilmar Armando Abrego Garcia. 

In secondo luogo, come denuncia Juan Pappier, vicedirettore della divisione Americhe di Human Right Watch, a El Paìs, l’introduzione nel sistema carcerario salvadoregno costituisce una violazione dell’obbligazione di diritto internazionale che vieta ai Paesi di deportare migranti verso contesti in cui sia probabile che soffrano violazioni di diritti umani, proprio perché, come condiviso da N. Bullock, di “Cristosal”, il CECOT è caratterizzato esattamente da questo tipo di violazioni.

Ignorare le denunce da parte delle organizzazioni internazionali e proseguire con le deportazioni verso El Salvador significherebbe contravvenire all’ottavo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che vieta le punizioni crudeli, e anche alla convenzione ONU contro la tortura

Il futuro dell’accordo tra USA e El Salvador e, quindi il destino dei potenziali deportati, verrà sicuramente condizionato dalle decisioni della magistratura statunitense, ma anche dalle pressioni della società civile. In particolare sarà centrale la deliberazione della Corte Suprema sull’operato del Presidente Trump del 15 marzo così come sarà da tenere in considerazione l’influenza che riusciranno ad esercitare le organizzazioni a tutela dei diritti umani e i team legali che lavorano per coloro che sono già stati spediti al CECOT.

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