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15/04/2025
Europa, Stati Uniti e Nord America

Disimpegno graduale o strappo netto: la politica estera di Washington al bivio in Europa

di Stefano Secci

Mentre Washington e Mosca dialogano frontalmente, Ucraina e Unione Europea appaiono esclusi dai grandi processi decisionali, impazienti di conoscere il proprio destino. Donald Trump, presidente del Paese (ancora teoricamente) leader del mondo occidentale, vara diverse prospettive di politica estera per gli anni a venire, nessuna di queste contempla però un’Europa protagonista.Arrivati forse all’epilogo di un conflitto triennale, il vecchio continente necessita di ripensare la propria strategia di difesa e sicurezza, prima che il disimpegno transatlantico lo conduca verso un conflitto insostenibile, o peggio, all’oblio.

Mentre Washington e Mosca dialogano frontalmente, Ucraina e Unione Europea appaiono esclusi dai grandi processi decisionali, impazienti di conoscere il proprio destino. Donald Trump, presidente del Paese (ancora teoricamente) leader del mondo occidentale, vara diverse prospettive di politica estera per gli anni a venire, nessuna di queste contempla però un’Europa protagonista. Arrivati forse all’epilogo di un conflitto triennale, il vecchio continente necessita di ripensare la propria strategia di difesa e sicurezza, prima che il disimpegno transatlantico lo conduca verso un conflitto insostenibile, o peggio, all’oblio.

L’ultimo volume di “Foreign Affairs” (marzo/aprile 2025) si apre con un contributo particolarmente interessante a firma di Michael Kimmage, politologo, saggista e professore di storia presso la Catholic University of America.

Nel suo articolo, intitolato “The world Trump wants”, l’autore espone il bignami della politica estera auspicata dal neo-ri-eletto Presidente degli Stati Uniti. Il progetto, secondo Kimmage, si basa sulla rinegoziazione dei rapporti di forza e sulla condivisione delle responsabilità nella cogestione del mondo, sia con gli alleati americani che con i suoi avversari. 

Nel prossimo futuro gli Stati Uniti d’America dovranno affrontare importanti scelte di politica estera, anche in virtù della ormai evidente – giacché palesata durante la stessa campagna elettorale trumpiana – incapacità e indisponibilità a farsi carico delle dinamiche geopolitiche del mondo, ivi compresi conflitti in essere e/o potenziali.

Per ottenere i suoi obiettivi Trump sembra essere molto più propenso alla costruzione di rapporti e alleanze interpersonali, piuttosto che relazioni più tradizionalmente istituzionali, e il teatro più evidente in cui questo approccio si sta manifestando è senz’altro la guerra russo-ucraina, analizzata da Kimmage secondo la previsione di due possibili scenari nei mesi a venire.

Gli Scenari

Il primo scenario, intitolato “A VISION OF WAR”, presuppone il totale disimpegno degli Stati Uniti dalle vicende ucraine, con il conseguente rischio di condurre presto gli alleati più prossimi al terreno di contesa, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Romania a perdere fiducia nella garanzia dell’ombrello nucleare americano arrivata dal 1991 in poi, e finire con la possibilità concreta di armarsi e attaccare preventivamente la Russia prima che questa possa riassestarsi e progettare un nuovo conflitto che sfondi sul fianco est-europeo.

Questo scenario appare, in verità, piuttosto provocatorio e inverosimile, giacché gli Stati Uniti stessi negli ultimi tre anni si sono profusi così tanto in questo quadrante che a oggi decidere di rinunciare militarmente e politicamente all’Ucraina in maniera così plateale risulterebbe per loro in una disfatta e una perdita di credibilità sul piano internazionale senza eguali, aprendo inoltre a una fase in cui diversi attori si sentirebbero esplicitamente legittimati a dispiegare il proprio arsenale bellico per ragioni espansionistiche.

Un’altra ragione per cui questa prospettiva risulta di difficile compimento è, banalmente, una condizione di carattere prettamente operativo.

Innanzitutto Mosca, anche qualora il conflitto in Ucraina terminasse domani, non avrebbe comunque conquistato totalmente il territorio nemico, e sarebbe pertanto piuttosto avventato da parte sua esporsi ulteriormente sul continente europeo lasciando alle spalle km di terreno non protetto militarmente. Anche ipotizzando una vittoria totale russa, prima di stabilizzare l’Ucraina sarebbero necessari almeno dieci o quindici anni. In secondo luogo il sistema della difesa della Polonia e dei Paesi baltici, per quanto in crescita, non è minimamente in grado di prepararsi a un conflitto con la Russia nel tempo visibile, e necessiterebbe del supporto armato – e dunque del via libera politico – degli altri paesi dell’Unione. Un supporto che a oggi stenta ad arrivare così plebiscitario.

Questo conduce al secondo scenario.

Il secondo – e molto più verosimile – scenario si intitola invece “A VISION OF PEACE” e presuppone due momenti fondamentali, opposti e speculari. Da una parte immagina gli Stati Uniti ridurre gradualmente il coinvolgimento in Ucraina,  quanto basta da alleviare lo sforzo profuso da Washington finora, ma ancora sufficientemente rilevante da placare Mosca e impedirle di ottenere una vittoria totale. Dall’altra apre a una nuova era, un’era in cui i Paesi europei, attraverso un progetto di riarmo a oggi ancora fortemente embrionale, inizieranno a occuparsi direttamente della gestione della sicurezza nel continente, cominciando proprio dall’amministrazione delle fasi finali del conflitto, per poi continuare con la ricostruzione dell’Ucraina all’indomani del cessate il fuoco.

Tale visione, che come accennato contemplerebbe anche il riarmo dei Paesi europei (da sottolineare che si tratterebbe di un processo dei singoli Stati, e non dell’Unione in senso allargato) prevederebbe comunque – secondo Washington – l’acquisto di mezzi e strumenti americani, e non dunque la costituzione di un’effettiva industria autonoma europea della difesa.

La “vision of peace” pronosticata da Kimmage è dunque frutto della consapevolezza a stelle e strisce che il tempo del multipolarismo è (finalmente?) arrivato – come d’altronde annunciato sia dal vice Presidente Vance che dal Ministro degli Esteri Rubio – e che forse gli USA dovranno riabituarsi all’idea che la cogestione del mondo con altre potenze mondiali sarà non solo necessaria, ma addirittura auspicabile.

Il grande sacrificato

Alla luce di questo articolo, come si prospetta il futuro dell’Unione Europea e dei suoi Paesi membri?

Nel caso del primo scenario, A vision of war, appare evidente come l’opzione di un disimpegno completo da parte degli Stati Uniti trascinerebbe l’intera Europa sulla soglia di un terzo conflitto mondiale, una prospettiva per la quale i singoli Paesi, e in modo particolare l’Italia, non sono assolutamente preparati. L’Europa è, come noto, un continente piuttosto anziano, con un sistema burocratico farraginoso e multi sfaccettato, esattamente il contrario di ciò che sarebbe necessario in tempo di guerra, dove la prontezza di decisione e di azione è la discriminante che fa la differenza tra la vita e la morte. 

Manca una cabina di regia, manca una definizione unica del concetto di politica estera, manca un’economia e un’industria organizzata al servizio di una singola visione. 

Insomma, manca uno Stato.

A livello micro, inoltre, i singoli Paesi faticherebbero notevolmente a rimettere in piedi un sistema economico e industriale della difesa che sia in grado di far fronte all’abbandono americano e contestualmente prevenire la minaccia russa. Per comprendere meglio: fatta eccezione per il Regno Unito e la Francia, che possiedono sofisticatissime aziende (Airbus, Safran, BAE Systems), oltreché la deterrenza nucleare, e per alcuni altri paesi, come Germania, Italia e Spagna, che ospitano alcune eccellenze nel settore della difesa (Rheinmetal, Leonardo e Navantia), il resto del continente è sguarnito di grosse realtà operanti nell’ambito della sicurezza.

In aggiunta, gli strumenti di cui questi Paesi dispongono sono spesso delle vere proprie armi spuntate se staccate dalla garanzia americana. I missili Patriot (MIM-104) in dotazione ai paesi europei sono in realtà americani, i droni Reaper (General Atomics MQ-9) sono americani, e perfino i caccia F35, aerei alla cui costruzione ha collaborato proprio anche l’italiana Leonardo, possono essere utilizzati solo attraverso i codici sorgente, detenuti esclusivamente da Washington. In breve, l’esercito europeo in queste condizioni non si può fare, a meno di non contemplare una totale revisione della strategia industriale e una ridefinizione politica dei rapporti di forza con Washington, cosa che, al momento, non è alle viste. Per quanto riguarda la riconfigurazione degli eserciti nazionali, il cammino sembra essere molto meno tortuoso, anche se non mancano voci discordanti all’interno delle opinioni pubbliche europee. 

Nel frattempo la Commissione Europea ha reso noto il piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, volto al riefficientamento delle difese nazionali attraverso l’emissione di debito per un totale cumulato di €800 miliardi, a cui i singoli Paesi potranno attingere in maniera direttamente proporzionale al loro apporto  economico all’Unione, slegati da vincoli di bilancio.

Nel caso invece si manifesti il più probabile scenario di A vision of Peace, e quindi un congelamento lento del conflitto subordinato alla cogestione del mondo per sfere di influenza, l’Europa ne beneficerebbe sul medio-lungo periodo?

Se da una parte la prospettiva di entrare in un conflitto mondiale verrebbe  immediatamente cancellata da questo scenario più “pacifico”, dall’altra si riaprirebbe – e forse sdoganerebbe definitivamente – l’idea per cui l’Europa (e i Paesi che la compongono) diventerà a tutti gli effetti un continente eliminato dai libri di Storia. Un continente dove si fa crescita economica, dove si vive bene e in pace, ma che per le sorti del mondo non conta più nulla. Una grande dinastia del passato, come l’antico Egitto.

In questo scenario la sicurezza militare la gestiscono gli americani, lo sviluppo economico e industriale è affidato ai cinesi, e l’approvvigionamento energetico lo forniscono i russi. 

Una prospettiva che, aldilà di distruggere completamente le velleità di grande potenza, mina proprio le fondamenta dell’indipendenza e della sovranità nazionale.

In un caso o in un altro, che sia abbandonando l’Europa in balia di una nuova guerra, o scrutandola da lontano mentre si dirige verso la porta d’uscita dei libri di Storia, appare evidente come gli americani non moriranno per i Paesi europei. Tantomeno per l’Unione che li raccoglie.

Farebbe quindi bene questo vecchio continente a cominciare a disegnare una sua traiettoria geopolitica, fatta di singoli Stati con precisi dossier, ma anche di alcune visioni comuni su specifici teatri, su specifici settori. Magari una che cominci a prevedere un mondo con meno stelle, con meno strisce. 

Anche fosse un semplice bozzetto, o un disegno a matita.

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