Il Canale di Panama e gli Stati Uniti d’America, una improcrastinabile sfida geopolitica o una efficacia strategia di comunicazione?
Quando si parla del controverso rapporto che gli Stati Uniti d’America hanno con il Canale di Panama, non si può non citare una storica quanto perentoria affermazione. «We bought it; we paid for it; we built it».
Sono queste le parole di un Presidente che si presenta ai suoi concittadini con l’orgoglio e la fermezza di chi pretende di restituire all’America il ruolo geopolitico che le compete. Grazie alla sua amministrazione, del resto, il Pase poté tornare a rivendicare «il suo legittimo posto di nazione più grande, più potente e più rispettata al mondo, ispirando stupore e ammirazione in tutto il mondo. Il presidente McKinley ha reso il nostro paese molto ricco grazie ai dazi doganali e al talento – era un uomo d’affari nato – e ha dato a Teddy Roosevelt i fondi per molte delle grandi opere che ha realizzato, incluso il Canale di Panama, che è stato scioccamente donato a Panama dopo che gli Stati Uniti – gli Stati Uniti! – pensateci – hanno speso più soldi di quanto avessero mai speso prima per un progetto e hanno perso 38.000 vite nella costruzione del Canale di Panama. Siamo stati trattati malissimo per questo dono sconsiderato che non avrebbe mai dovuto essere fatto, e la promessa di Panama nei nostri confronti è stata infranta. Lo scopo del nostro accordo e lo spirito del nostro trattato sono stati totalmente violati. Le navi americane sono state gravemente sovraccaricate e non sono state trattate equamente in alcun modo, forma o aspetto […] E soprattutto, la Cina gestisce il Canale di Panama. E non l’abbiamo dato alla Cina. L’abbiamo dato a Panama e lo stiamo riprendendo».
Un precedente storico
Parole pesanti che sembrano preludere, o almeno non escludere l’uso della forza militare per riappropriarsi di una risorsa geopolitica di fondamentale importanza strategica, di cui ci si sente ingiustamente espropriati.
Di fronte a tali parole, però, non bisogna però farsi trascinare dall’entusiasmo o abbattere dalla incredulità. Esaurito l’eco dei calorosi applausi che una folla esaltata spesso restituisce ad una simile dichiarazione, si impone il momento della riflessione più approfondita che ponga nella corretta prospettiva il tema. E, soprattutto, incominciare a precisare che, mentre quest’ultima citazione appartiene al Discorso Inaugurale reso da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato, il 20 gennaio 2025, la prima, se vogliamo anche più perentoria ed efficace nello stile comunicativo, è stata pronunciata da Ronald Reagan. Correva l’anno 1976 e l’allora governatore della California contendeva, nelle primarie repubblicane, la candidatura al presidente in carica, Gerald Ford. «Quando si tratta del Canale [di Panama]» aveva categoricamente affermato il futuro presidente «lo abbiamo costruito, lo abbiamo pagato, è nostro, e dovremmo dire [al dittatore panamense Omar] Torrijos e soci che lo terremo!».
Dopo aver perso una serie di appuntamenti elettorali delle primarie, Reagan si era imbattuto quasi per caso nell’argomento, una questione invero marginale all’epoca, che tuttavia infiammò la base più conservatrice del partito repubblicano e riaccese le sue speranze di essere eletto. Al tempo Reagan non riuscì a spuntarla sul rivale per la nomina e la presidenza stessa sfuggi dalle mani dei repubblicani per opera dell’outsider democratico Jimmy Carter, ma in quegli anni il destino del Canale di Panama si era rivelato un tema di campagna insolitamente potente.
Molti studiosi concordano che avesse inciso in numerose elezioni congressuali, ribaltando esiti in Stati come il Colorado, New Hampshire e Idaho, tutti territori molto lontani dall’America centrale e senza un interesse diretto in chi possedeva la storica via d’acqua che collega gli oceani Atlantico e Pacifico. Sebbene la volontà di chiudere gli accordi investisse in modo trasversale l’arco costituzionale, l’opposizione in Congresso alla ratifica dei trattati Torrijos-Carter diede una inaspettata visibilità a senatori della destra conservatrice come Strom Thurmond e Jesse Helms, che li denunciavano come una rinuncia ad un asset strategico americano nei confronti di quello che loro consideravano un governo ostile.
Come ricorda Robert Mason in The Domestic Politics of War and Peace: Jimmy Carter, Ronald Reagan and the Election of 1980, nel novembre del 1977, Richard Viguerie, figura di spicco della New Right definì in modo alquanto iperbolico la questione come il tema più elettrizzante che i conservatori si fossero mai trovati ad affrontare. La sua organizzazione perseguì una diffusa campagna contro la ratifica che raccolse ben 400 mila firme nel Paese. Un indirizzario che Viguerie, pioniere del direct mailing politico, utilizzò con grande sagacia elettorale nelle diverse competizioni per i seggi congressuali.
Gli oppositori del trattato si impegnorono in campagne di scrittura di lettere, organizzarono manifestazioni pubbliche e raccolsero una notevole quantità di denaro per comprare spazi nei programmi radiofonici locali per diffondere la loro indignazione. E dopo la ratifica dei trattati, la protesta si trasformò in punizione elettorale. Nelle elezioni del 1978 e del 1980, molti dei membri della Camera dei Rappresentati e del Senato che avevano apertamente appoggiato gli accordi persero il loro seggio. Come Richard Viguerie ha spiegato, la lotta per il canale aveva creato una mappa del voto grazie alla quale gli elettori più conservatori potevano andare alle urne, cercare il nome di un candidato a favore del trattato e votare contro di lui.
Un interrogativo
Oggi come allora sorge la domanda su come un tema di politica estera, che potrebbe anche essere da molti considerato marginale, sia finito per diventare una straordinaria risorsa elettorale almeno per una certa parte politica.
A ben vedere, non c’è stato nessun esproprio né tantomeno gli interessi americani sulla libera navigazione del canale sono stati in alcun modo intaccati.
Tutti i paesi sono soggetti alle stesse tariffe, che variano solo in base alle dimensioni della nave. Spetta all’Autorità del Canale di Panama fissarne l’ammontare, tenendo conto delle condizioni di mercato, della concorrenza internazionale e dei costi operativi e di manutenzione.
Certo, le tariffe sono aumentate di recente. Ma questo perché il governo di Panama è alla disperata ricerca di acqua dolce, fondamentale per il funzionamento delle dighe che permettono alle navi di attraversare il canale e passare da un oceano all’altro. A partire dal 2023, il territorio, infatti, è stato investito da una grave siccità, causata dalla combinazione del passaggio di El Niño coi cambiamenti climatici. La diminuzione delle piogge di oltre il 41% ha portato il livello del lago Gatún, la principale riserva idrologica del canale, a livelli estremamente bassi, e le autorità hanno ridotto il trasporto marittimo attraverso il canale per preservare le sue acque.
I permessi giornalieri di transito sono drasticamente diminuiti sino a quasi la metà, generando lunghe liste di attesa. Tra le compagnie di navigazione si è così diffusa la tendenza a partecipare a negoziazioni collettive con il meccanismo dell’asta pubblica per accaparrarsi le autorizzazioni prioritarie. Il tutto ha contribuito ovviamente ad incrementare i costi con una più ampia ricaduta sugli Stati Uniti i quali, comunque, rappresentano da sempre il maggior utilizzatore del canale. Ma questo non prova certo l’esistenza di alcun atteggiamento discriminatorio nei confronti di uno stato rispetto ad un altro. Anzi, pur non esistendo sconti per nazionalità l’ACP è venuta incontro alle esigenze dei clienti più assidui con l’introduzione di riduzioni specifiche delle tariffe.
Né tanto meno si può affermare che il controllo del canale di Panama sia finito in mani a potenze straniere concorrenti. Neppure della Cina che rappresenta il secondo utilizzatore del Canale.
Già dal giugno del 2021, il governo di Panama aveva revocato al gruppo cinese Landbridge la concessione del Panama-Colón Container Port dell’Isola Margarita di fronte all’oceano Atlantico. Persistono invece le concessioni dei porti di Balboa sul lato Pacifico e di Cristóbal su quello Atlantico alla Panama Ports Company, di proprietà della CK Hutchison Holdings, una multinazionale con sede ad Hong Kong. Ma queste sono oggetto di una intricata partita internazionale che vede da
un lato, la negoziazione per la loro acquisizione da parte di un consorzio guidato dalla società d’investimenti statunitense BlackRock, attraverso Global Infrastructure Partners, e dalla società terminalista Terminal Investment controllata da compagnia di navigazione svizzera, Mediterranean Shipping Company S.A., meglio nota con la sigla MSC;
Dall’altro, sulle concessioni, appena rinnovate nel 2021 per 25 anni, pende attualmente una indagine da parte delle autorità panamensi per presunte irregolarità fiscali e La Contraloría General de Panamá ha annunciato azioni legali contro i funzionari che hanno autorizzato il rinnovo.
Certo, proprio mentre il presidente americano brindava al successo dell’operazione, il governo cinese, rivolgeva enormi pressioni al miliardario Li Ka-shing, proprietario della CK Hutchison Holdings affinché soprassedesse dall’accordo.
Visto anche l’attuale scontro sui dazi, probabilmente il vero nodo da sciogliere, la questione sembra lontana da una sua veloce risoluzione.
Tuttavia, anche se le leggi sulla sicurezza nazionale della Cina possono obbligare le aziende, comprese quelle di Hong Kong, a supportare il proprio governo nella raccolta di informazioni, si può con una certa sicurezza affermare che il Canale è ancora un via d’acqua libera e accessibile, sotto il dominio giuridico e fattuale delle autorità panamensi.
Una chiave di lettura
Le reiterate provocazioni di Donald Trump sulla questione del Canale di Panama possono allora rivelare un’altra spiegazione che si riscontrano nella lucida analisi con le quali la storica Natasha Zaretsky nel suo studio Restraint or Retreat? The Debate over the Panama Canal Treaties and U.S. Nationalism after Vietnam descriveva gli stati d’animo della destra più conservatrice nella seconda metà degli anni Settanta.
Oggi come allora, giova ripeterlo, la questione del Canale diventa un catalizzatore del dibattito più ampio sul prestigio degli Stati Uniti d’America nel contesto internazionale.
Della questione in sé, certo il cittadino medio non se ne preoccupa davvero. Un recente sondaggio di YouGov ha rilevato che appena il 36% degli elettori sostiene le aspirazioni territoriali ed espansionistiche di Trump.
Il tema serve tuttavia per ribadire uno stile muscolare di leadership, se non addirittura una espressione di eccessiva mascolinità, che rappresenta, al pari dell’inutile quanto costosa impasse sull’affaire Panama Ports Company, una risorsa di rilevanza e forse di efficacia soprattutto interna.
Tornando a quanto sostenuto da Zaretsky, in quegli anni dolorosi per le ferite inferte al Paese dalla Guerra del Vietnam, l’amministrazione Carter e in genere i democratici vedevano nella ratifica dei trattati l’opportunità per affrancarsi dall’immagine negativa di prepotente oppressore nella quale gli Stati Uniti erano precipitati. Al contrario i detrattori percepivano quegli accordi come sintomatici della confusione e della debolezza che credevano avessero attanagliato i decisori politici dopo il fallito intervento nel sud-est asiatico. «Non un nobile atto di magnanimità», ebbe a commentare all’epoca il deputato Philip Crane, «ma il vile ritiro di una tigre di carta, stanca e sdentata».
Ma i trattati con Panama erano solo il pretesto per rivolgere uno sguardo di pari intensità sulle questioni di politica interna. Una sorta di dog whistle, per richiamare i propri sostenitori su altri ben più importanti temi, senza tuttavia citarli espressamene per non allarmare anzitempo gli oppositori.
Allora, per tutti coloro «che si stavano ritagliando uno spazio politico all’interno della fiorente New Right, questa percezione di debolezza nel regno della politica estera non era estranea alle lotte interne sull’aborto, sul femminismo e sull’omosessualità». Precisa Zaretsky come «In effetti, questa debolezza era vista come un’estensione del declino morale che essi percepivano nei regni del matrimonio eterosessuale, delle relazioni di genere e della famiglia». Allora, i critici dei Trattati dipingevano regolarmente Carter come debole ed effeminato e lo mettevano a confronto con Teddy Roosevelt, il presidente che aveva preso il controllo del Canale nel 1903 e che a loro avviso incarnava la virilità e la forza d’animo che era ora scomparsa dalla politica estera degli Stati Uniti.
Oggi, la storia culturale ed elettorale del Pase, prima che geopolitica sembra ancora una volta ripetersi.

