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15/03/2025
Russia e Spazio Post-sovietico, Stati Uniti e Nord America

Uno sguardo globale sui negoziati russo-americani

di Michele Rosito

L’analisi geopolitica pretende un approccio trans-scalare piuttosto che multi-scalare, si avvale cioè della capacità dell’analista di intrecciare le dinamiche che avvengono su scale differenti. Lo sguardo sui negoziati andanti tra Mosca e Washington dovrebbe pertanto assumere questo tipo di prospettiva, a dispetto di un approccio troppo focalizzato sulla linea di attrito tra gli eserciti ucraino e russo. Una più salda chiave di lettura dovrebbe infine prevedere il cambiamento avvenuto nella mappa mentale degli americani, concretizzatasi sulla negoziabilità di ciò che prima non lo era. 

L’analisi geopolitica pretende un approccio trans-scalare piuttosto che multi-scalare, si avvale cioè della capacità dell’analista di intrecciare le dinamiche che avvengono su scale differenti. Lo sguardo sui negoziati andanti tra Mosca e Washington dovrebbe pertanto assumere questo tipo di prospettiva, a dispetto di un approccio troppo focalizzato sulla linea di attrito tra gli eserciti ucraino e russo. Una più salda chiave di lettura dovrebbe infine prevedere il cambiamento avvenuto nella mappa mentale degli americani, concretizzatasi sulla negoziabilità di ciò che prima non lo era. 

Per comprendere l’attuale fase negoziale incalzata dall’Amministrazione Trump con la Federazione Russa, bisogna considerare in primo luogo che Stati Uniti e Ucraina stavano combattendo sul piano strategico due guerre differenti.  Mentre Kiev era, ed è tuttora, impegnata in una guerra strettamente esistenziale, gli americani, distanti un oceano, combattevano una guerra volta al deperimento delle risorse russe, con l’obiettivo ultimo di concentrarsi definitivamente e con più disinvoltura sul quadrante più strategico dei nostri giorni: l’Indo-Pacifico.  Washington era dunque impegnata in una confronto sulla falsariga di quanto avvenne in Afghanistan tra il 1979 e il 1989, l’obiettivo in entrambi i casi, oggi ed allora, è quello di dilungare quanto basta l’impegno bellico del rivale per diluirne il potenziale geopolitico, evitandone al contempo un confronto diretto. Dimostrazione in ultima istanza che il conteinement russo non è terminato con la dipartita dell’Unione Sovietica, abito dei russi sino al 1990-91. 

Come è mutata la “mappa mentale” americana

Al contempo non è possibile leggere i rapporti russo-amercani con le stesse lenti utilizzate per la Guerra Fredda. Il quadro sistemico ed il panorama geopolitico sono mutati profondamente rispetto all’epoca. Da un punto di vista sistemico il bipolarismo è stato soppiantato da un unipolarismo prima e da un multipolarismo ancora in fase di gestazione. 

Il panorama geopolitico invece vede mutata la gerarchia dei quadranti, ovvero l’importanza degli spazi geografici ai fini della più importante competizione globale sino-statunitense. Pertanto  durante la guerra fredda, la gerarchia spaziale annidatasi nella cabina di regia degli apparati americani poneva la penisola europea al vertice, quadrante non negoziabile per alcuna ragione con il rivale sovietico, perché era l’epicentro principale dell’attrito tra i due blocchi. Oggi la mappa mentale degli americani sta subendo una trasformazione che segue di pari passo lo spostamento del baricentro geopolitico globale, innalzando il quadrante Indo-Pacifico al vertice della gerarchia citata pocanzi. 

Il mutamento lo si può toccare con mano nella negoziabilità degli spazi geografici che prima non lo erano. Durante la guerra fredda Taiwan divenne la pedina di scambio per l’apertura ai cinesi, con il fine di utilizzarli in funzione anti-sovietica e operando così l’anelato obiettivo di slegare la coppia comunista in cui vi si annidavano i timori geopolitici di matrice mackinderiana e spykmaniana. 

Nel 1971 difatti la Repubblica Popolare Cinese sostituì la Repubblica di Cina all’interno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli americani inoltre abbandonarono la “teoria delle due Cine” riconoscendo l’indivisibilità del Paese inscritta nella nuova formula “un Paese due sistemi”. All’epoca questo tipo di mossa era sostanziata nell’obiettivo di negoziare una pacificazione su un fronte, l’Indo-Pacifico, per rafforzarsi sul versante euro-mediterraneo. Evitando di ricadere in una trappola vietnamita che sfiancava l’America su più fronti.  Analogamente Washington aspira oggi ad una stabilizzazione del fronte europeo, attraverso una contrazione dello scontro con Mosca, per evitare di distogliere le energie dall’Estremo Oriente e per evitare di schiacciare troppo Mosca su Pechino, che costituirebbero altrimenti un asse più ostico con cui competere. 

Il tentativo di concentrarsi definitivamente nell’Indo Pacifico una volta ridimensionata la Russia

In ottica americana però non è una resa alla Russia. Gli americani avrebbero difatti ottemperato ai loro obiettivi di Grand Strategy in Eurasia. In primo luogo la Federazione Russa è stata, ancor più di prima, circoscritta e contenuta grazie all’ingresso ufficiale nella Nato di Finlandia e Svezia, trasformando definitivamente il Mar Baltico in un lago della Nato; in secondo luogo hanno “dissanguato” – secondo la terminologia utilizzata da Mearsheimer – le risorse belliche del Cremlino, grazie al prolungamento di una guerra che si prospettava molto più breve e priva di ostacoli insormontabili per i russi sul piano operativo, ma che al contrario è costata caro e ha pagato poco, all’incirca il 20% del territorio ucraino. Nel breve e medio termine dunque, la Russia sembra non rappresentare una minaccia in grado di sovvertire definitivamente il panorama geopolitico europeo, consentendo agli americani di ri-appaltare la difesa europea agli europei, mentre sarà impegnata nel contenimento marittimo della Repubblica Popolare Cinese; in terzo luogo Mosca sembra essere un attore meno prorompente anche altrove, come in Medio Oriente, in Nord Africa e nel Caucaso. Partendo da quest’ultimo, la distrazione del Cremlino in ucraina ha comportato un peggioramento dei rapporti con l’Armenia, uscita sconfitta nella guerra del Nagorno Karabagh mentre lamentava il fatto che i russi non siano stati in grado di far abbassare le pretese geopolitiche di Baku. Nell’area MENA (Middle east and North Africa) la perdita della Siria, per gli stessi motivi di cui sopra, rappresenta una battuta d’arresto importante nell’avanzamento geostrategico russo nel Mediterraneo. Il crollo di Assad si è tradotto nella privazione delle basi di Tartus e Latakia, centri logistico-militari che corroboravano la presenza russa nel Mediterraneo Allargato. 

La gestione dei diversi teatri

L’attuale postura statunitense dunque è legata anche ai vantaggi raggiunti nel Medio Oriente in termini geostrategici. La guerra di Gaza si è tradotta pertanto in una guerra indiretta contro l’Iran ed i suoi proxies, che ha portato quest’ultimi allo sbando provocando una riduzione della profondità strategica degli iraniani. 

Sino ad oggi dunque Washington ha combattuto una guerra contro la Repubblica Popolare Cinese a pezzi – per parafrasare Papa Francesco in merito a quanto sosteneva sulla terza guerra mondiale – concentrandosi in un primo momento sui partner di Pechino, riducendone il potenziale e tenendoli sotto stretta osservazione dai suoi alleati euro-mediterranei, per poi volgere definitivamente lo sguardo verso le acque dell’Indo-Pacifico. 

A Washington sembra quindi prevalere una politica estera volta a chiudere i conti con le guerre che non percepisce come strettamente strategiche, pur tuttavia essendo coscienti che un’efficace gestione di questi conflitti può comportare un netto vantaggio, come abbiamo visto, sul rivale numero uno: Pechino. La questione è che vorrebbero poter gestire in modo ancor più indiretto questi teatri che sono sì strategici, ma non al vertice della loro gerarchia spaziale.

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