Il controllo statunitense sulle esportazioni petrolifere venezuelane apre una fase di ridefinizione degli equilibri energetici e geopolitici del Paese. Il nuovo assetto incide sulle relazioni di Caracas con Cina e Russia, principali partner energetici, trasformando il Venezuela in un banco di prova dell’uso delle risorse energetiche come strumento di potere economico, finanziario e strategico.
In queste ultime settimane, ci si interroga sempre più su come e in che misura gli Stati Uniti intendano sfruttare le risorse petrolifere venezuelane. Recentemente sono emerse diverse risposte a tali interrogativi: alcune lasciano intravedere la possibilità di un sostegno economico statunitense al Venezuela, finalizzato alla ricostruzione del settore energetico nazionale; altre, invece, fanno temere un semplice sfruttamento delle risorse da parte di Washington. Il Segretario all’Energia, Chris Wright, ha sottolineato che nei prossimi giorni verranno immessi sul mercato tra i 50-60 milioni di barili di petrolio confiscati e ha inoltre evidenziato come un controllo statunitense sul greggio venezuelano, a tempo indefinito, potrebbe non solo apportare benefici economici al Venezuela, ma soprattutto avere ricadute positive sulla popolazione venezuelana.
La manovra di Trump.
Nei giorni postumi alla cattura di Maduro, il Presidente Trump, si è adoperato al meglio per capire come sfruttare il potenziale inesplorato del sottosuolo venezuelano. La riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi, de facto, viene individuata come leva centrale per la riattivazione strutturale dell’industria petrolifera venezuelana, fortemente compromessa dal collasso della produzione registrato a partire dal 2014 e culminato nel minimo storico del 2020. Il regime introdotto nel 2006, basato su imprese miste con partecipazione privata massima del 40% e controllo operativo e decisionale in capo allo Stato, ha progressivamente ridotto l’attrattività del settore upstream, limitando l’accesso a capitali, tecnologia e know-how internazionale. Dal punto di vista energetico, il quadro normativo vigente ha generato elevate barriere all’ingresso attraverso un mix di rigidità societarie, fiscalità onerosa (royalties elevate e contributi speciali), instabilità contrattuale e assenza di adeguati meccanismi di tutela degli investimenti. Tali condizioni hanno compromesso la sostenibilità economica dei progetti E&P (Exploration and Production), in particolare nei giacimenti maturi e nei campi ad alta intensità di capitale, rendendo non bancabili molte iniziative di sviluppo e recupero della produzione. La governance venezuelana, de facto, si sta attivando in materia, proprio attraverso una proposta di riforma della legge sugli idrocarburi. Ciò rappresenta un primo passo verso la riattivazione dell’industria petrolifera, ma risulta insufficiente per attrarre i circa cento miliardi di dollari di investimenti che, secondo gli Stati Uniti, sarebbero necessari per una ricostruzione completa del settore energetico del Paese. La riforma potrebbe incentivare l’espansione delle attività degli operatori già presenti e favorire l’ingresso di nuovi attori di piccole e medie dimensioni, ma non appare ancora in grado di convincere le grandi major internazionali. In relazione a ciò, durante una riunione alla Casa Bianca il 9 gennaio, Trump ha tentato di coinvolgere numerose multinazionali del settore, compresa Exxonmobil. L’amministrazione americana ha anche provveduto a sequestrare la settima petroliera venezuelana, la Motor Vessel Sagitta, già in precedenza sanzionata. Queste operazioni di sequestro rientrano in una più ampia campagna lanciata da Washington a partire da dicembre 2025, volta a bloccare e intercettare petroliere sotto sanzioni statunitensi o considerate parte della cosiddetta “shadow fleet” (flotta ombra) utilizzata al fine di eludere le sanzioni americane. Le autorità statunitensi presentano queste azioni come una misura per far rispettare le sanzioni e garantire che il petrolio venezuelano non venga trasferito illegalmente, mentre Caracas ha denunciato queste operazioni come atti di “furto” o “pirateria internazionale”.
Cina e Russia osservano.
L’ingresso degli Stati Uniti ha tuttavia alterato equilibri geopolitici che fino ad allora erano rimasti relativamente stabili tra Venezuela, Russia e Cina. In seguito alle severe sanzioni imposte nel 2017 dall’amministrazione Trump contro lo Stato venezuelano e la compagnia petrolifera nazionale PDVSA (Petroleos de Venezuela, S.A), Caracas fu costretta a riorientare la propria strategia, rafforzando le collaborazioni energetiche con Mosca e Pechino per compensare l’isolamento dai mercati occidentali. Tra il 2000 e il 2018, il Venezuela ha tuttavia accumulato un ingente debito nei confronti della Cina pari a circa 106 miliardi di dollari, principalmente attraverso prestiti concessi da istituzioni finanziarie statali cinesi, come la China Development Bank, e garantite dalla produzione petrolifera. Tali finanziamenti erano strutturati secondo il meccanismo oil-for-loans, in base al quale il pagamento del debito avveniva parzialmente in valuta estera e parzialmente mediante forniture di greggio e prodotti petroliferi, consegnati direttamente alla controparte cinese o a società a essa collegate. L’inasprimento delle sanzioni statunitensi e il conseguente deterioramento della capacità operativa e commerciale di PDVSA hanno tuttavia compromesso la sostenibilità di questo schema, determinandone il progressivo superamento. Ad oggi il Venezuela risulta ancora debitore nei confronti della Cina per circa 15 miliardi di dollari; tuttavia, a seguito del recente controllo statunitense sulle esportazioni petrolifere venezuelane, rimangono poco chiare le modalità attraverso cui tale debito potrà continuare a essere onorato. Washington ha annunciato che i proventi delle vendite di greggio confluiranno in un conto sotto supervisione americana in Qatar. In teoria, da questo canale gli Stati Uniti dovrebbero trasferire fondi alla Cina per continuare a onorare il debito, ma le dichiarazioni dell’amministrazione Trump indicano che tale opzione è improbabile. Resta inoltre incerto il futuro delle attività dirette cinesi in Venezuela: la compagnia statale CNPC (China National Petrol Corporation) possiede asset produttivi nel Paese e, attraverso la collaborazione tra PetroChina e PDVSA, estrae circa 166.000 barili al giorno. Non è ancora chiaro come gli Stati Uniti intendano gestire il destino di queste produzioni e dei relativi carichi di petrolio. In relazione a ciò, PetroChina ha ordinato ai propri trader di non acquistare petrolio venezuelano, per via dei prezzi poco competitivi offerti da Washington, preferendo acquistare da Russia, Iran e Canada. Un discorso molto simile vale per un altro storico alleato del Venezuela: la Russia. Le relazioni tra Caracas e Mosca, infatti, si fondano principalmente sul settore petrolifero, con la compagnia russa Rosneft attiva nel Paese attraverso la joint venture Sinovensa con la compagnia statale venezuelana PDVSA. Oltre alla cooperazione industriale, la Russia ha assunto il ruolo di creditore strategico di Caracas, in particolare a causa del crollo economico e dell’isolamento derivante dalle sanzioni statunitensi. Il debito venezuelano verso Mosca viene gestito tramite meccanismi come accordi oil-for-loans, anticipi sulle forniture e ristrutturazioni periodiche, che hanno permesso al governo di sostenere la propria economia nonostante la crisi. Il debito che il Venezuela ha con la Russia ammonta a circa 1,5 miliardi di dollari, nonostante la gestione americana, l’ambasciatore russo a Caracas, Sergey Melik-Bagdasarov, ha dichiarato che le attività russe nel settore petrolifero non subiranno interruzioni. Inoltre, secondo il direttore dell’Istituto per l’Energia e la Finanza, Alexey Gromov, la mossa statunitense potrebbe tradursi in un vantaggio strategico per la Russia: l’estromissione della Cina dal canale venezuelano la spingerebbe infatti a rafforzare il proprio approvvigionamento energetico da Mosca, consolidando ulteriormente l’asse energetico sino-russo.
Ad oggi, dunque, resta aperta la questione di come Washington intenda gestire un equilibrio energetico estremamente delicato. Il controllo statunitense sul petrolio venezuelano non incide solo sull’economia di Caracas, ma ridisegna anche le relazioni tra le grandi potenze coinvolte, con il rischio di rafforzare indirettamente la cooperazione energetica tra Russia e Cina. In questo scenario, il Venezuela si conferma non soltanto un nodo energetico strategico, ma anche un terreno di competizione geopolitica dove le scelte americane potrebbero produrre effetti sistemici ben oltre il mercato petrolifero.

