Le recenti tensioni avvenute nelle acque di Taiwan hanno riacceso il rischio di un conflitto militare tra Cina e Stati Uniti, ponendo degli interrogativi sulle effettive capacità operative cinesi e sul potenziale bellico complessivo della PLAN.
Dal punto di vista numerico, la Marina cinese è diventata la prima flotta al mondo, in grado di dispiegare – tra le altre – tre portaerei, circa 38 cacciatorpediniere lanciamissili multiruolo di recente produzione, circa 50 unità subacquee a propulsione nucleare, in aggiunta di 12 unità convenzionali, 30 fregate, nonché svariate unità d’assalto anfibio per il supporto logistico d’altura (Cosentino, 2021).
La strategia marittima cinese nello spazio Indo-Pacifico è osteggiata da un contesto fortemente disputato. Corea del Sud e Giappone, insieme allo stretto di Luzon tra Taiwan e le Filippine, rappresentano degli ostacoli operativi molto prossimi al territorio cinese, in termini di potenziale accerchiamento. Contrariamente a quanto si possa ipotizzare, la strategia navale cinese all’interno del proprio mare resta fondamentalmente difensiva. L’obiettivo è quello di mostrare una costante e massiccia presenza navale, coadiuvata da supporti logistici, al fine di allontanare gli avversari dal primo arco strategico di difesa costiera – ossia lo spazio che va dallo Stretto di Mikayo fino alla Malesia. La Cina non possiede porzioni di mare abbastanza ampie e libere in cui attuare il sea control; pertanto, la sua strategia principale è quella dell’interdizione marittima attraverso bolle di Anti Access/Area Denial (A2/AD). Al fine di aumentare la propria proiezione marittima e guadagnare terreno, la Cina sta attuando una militarizzazione di isolotti artificiali – dalla dubbia legittimità giuridica – concentrati maggiormente nelle acque prospicienti le isole Spratly. Queste ultime hanno subito installazioni di sistemi missilistici antiaerei e antinave, oltre a piste per il supporto di aerei da combattimento.
Tale dinamicità ha costretto gli Stati Uniti a rivedere i propri concetti strategici, facendo concentrare la maggior parte degli sforzi economici e operativi nel teatro orientale, come confermato dalla Indo-Pacific Strategy pubblicata lo scorso febbraio dalla Casa Bianca.
La Cina presenta una serie di indicatori che ne connotano una (attuale) vocazione marittima rilevante. D’altra parte, però, non sviluppa pienamente una capacità sistemica di prosperare, proteggendo e sviluppando i propri interessi attraverso l’azione sinergica delle componenti militare, diplomatica, economica e informativa afferenti al dominio marittimo (Zampieri 2020).
Innanzitutto, non ha la capacità di cooptazione che hanno gli Stati Uniti e che ha avuto in passato la Royal Navy, ossia la capacità di ergersi a riferimento politico-militare per una serie di Paesi (e Marine) alleati e/o partner. L’esempio principale è quanto avviene con la NATO, in cui i rispettivi Stati membri – già militarmente collaudati – riescono ad essere integrati in sistemi di interessi comuni e interoperabilità, ampliando enormemente la propria capacità operativa e la proiezione di potenza.
Si può supporre che la Cina – quasi certamente – nel medio termine non potrà far parte di un sistema di sicurezza collettivo, né in Asia orientale, né in contesti geopolitici periferici.
D’altra parte, è probabile che assisteremo allo sviluppo di partnership, più o meno vincolanti, di garanzia e tutela della sicurezza dei Paesi più piccoli e fragili militarmente. In particolar modo negli Stati in cui l’Occidente ha lasciato vuoti politici. Questo implicherebbe da una parte l’ottenimento di basi e concessioni poco rilevanti ai fini della contesa egemonica globale; d’altra parte, però, potrebbe dotare la Cina di territori strategici sui quali investire. Ne sono un esempio Gibuti, Sudan, Tanzania, oltre all’Africa equatoriale e subsahariana.
La variabile incalcolabile al momento sarebbe dettata dalla sostenibilità economica nel lungo termine di una espansione di questo genere. Perseguire la strategia dell’accaparramento del più debole implicherebbe anche una quantità di spesa pubblica non indifferente. In tutto ciò, Pechino potrebbe diventare un impero a debito, e pertanto soffrire di solidità.
Peraltro, operare in contesti regionali e in Paesi con forti instabilità politiche interne, potrebbe costringere la Cina a dover abbandonare la politica della non ingerenza interna, la quale richiederebbe una presenza diversa da quella attuale. In questo scenario, si avrebbe una espansione simil-imperiale a quella che hanno avuto proprio USA e Regno Unito, non casualmente costruita e consolidata nel corso della storia, attraversando due guerre mondiali.
Altresì importante è la questione legata all’hard power e alle capacità militari. La Cina dispone della prima flotta al mondo per numeri quantitativi e una vasta gamma di dotazioni navali, aeree, missilistiche e nucleari. Se si analizzassero questi dati in termini assoluti, potremmo affermare – senza alcun dubbio – che la Cina è una potenza marittima, e inoltre seconda solo agli Stati Uniti.
Per quanto la US Navy sia superiore alla PLAN per ampio distacco, ciò che impedisce la reale contesa egemonica – lasciandola incontrastata agli USA – è quel sistema di interrelazioni e capacità complessive sopra citate. Oltre alla inevitabile sfida tra il mantenimento dello status quo sul mare da parte americana e la spinta revisionista (il riferimento è a Taiwan) da parte cinese, vi è la condizione che tale partita è giocata proprio all’interno del Mar Cinese.
La storia insegna come il peso militare – impiegato o potenziale – sia stato funzionale a scalare le gerarchie dell’ordine internazionale, plasmato nel tempo dalle guerre. Hard power che non consiste solamente nel possedere una determinata quantità di armamenti, ma anche nella capacità di influenza di un determinato Paese e dal modo in cui essa viene fatta percepire ai Paesi sfidanti. Un esempio calzante riguarda le esercitazioni militari: la Cina, seppur mostrando notevoli mezzi, non è in grado di effettuarle in contesti fortemente disputati al pari degli USA, né di essere affiancata da Marine alleate credibili.
Dal punto di vista militare la Cina non ha ancora una proiezione di potenza e una presenza costante in tutti i mari, tali da poter considerare il Paese una vera e propria potenza marittima. Non dispone di basi navali e logistiche abbastanza strategiche e numerose da poter contendere credibilmente il dominio statunitense. Inoltre, ha uno standard tecnico-operativo da verificare. L’incognita è data proprio dalla rapidissima crescita marittima, alla quale potrebbe non corrispondere una pari crescita di capacità e utilizzo dei mezzi.
Qualora tale crescita continuasse, la Cina potrebbe giocare un ruolo ancora più importante all’interno del proprio spazio, rendendo “inaccessibile” il Mar Cinese. A livello regionale è una macro-potenza, ridimensionata, però, dall’ostruzionismo statunitense e filoccidentale.
Nel complesso la PLAN presenta delle incoerenze e delle perplessità; pertanto, è definibile una “grande potenza senza possibilità di mire egemoniche”. Al contempo, evidenziando tipi di limiti strategici, potrebbe essere definita “la più grande delle medie potenze marittime”. Sicuramente, la Cina è l’unico caso della storia in cui l’espansione marittima di un Paese è stata contestata e ostacolata da una moltitudine così consistente di altri attori internazionali. Non è casuale la denominazione di “secolo marittimo” attribuita proprio a quello corrente.

