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TematicheCina e Indo-PacificoVaticano, Cina e Usa: un triello internazionale

Vaticano, Cina e Usa: un triello internazionale

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Gli arresti avvenuti nello Xinxiang qualche giorno fa travalicano la politica domestica e sfociano in quella internazionale. Come riportato AsiaNews, portale diretto da padre Bernardo Cervellera, nella prefettura di Xinxiang in Cina un’operazione di polizia ha portato all’arresto del vescovo Giuseppe Zhang Weizhu, oltre a sette sacerdoti e dieci seminaristi. Il governo di Pechino, infatti, non riconosce la diocesi di Xinxiang, zona grigia sulla quale l’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare, a quanto pare, non sembra aver avuto effetti. Con tutte le conseguenze internazionali del caso sulle relazioni tra Cina e Vaticano. Con gli Stati Uniti, osservatori – fortemente – interessati all’evoluzione del rapporto tra pontefice e Xi Jinping, sullo sfondo.

Una pulsione missionaria

Il processo di avvicinamento tra Cina e Santa Sede, che non hanno avuto relazioni ufficiali per mezzo secolo, non è stato avviato da Bergoglio. Il percorso intrapreso è cominciato nel 2007, con la lettera di Papa Benedetto XVI ai cattolici cinesi: in essa, Ratzinger ha ribadito l’insegnamento del Concilio Vaticano II, che slega la Chiesa cattolica dal sistema politico-economico dell’Occidente. 

L’elezione di Francesco al soglio pontificio non ha fatto altro che accelerare questo processo. Gesuita e profondamente convinto della vocazione missionaria della Chiesa, che lo stesso Francesco ha codificato all’interno della sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Bergoglio ha immediatamente rivolto il suo sguardo geopolitico verso Oriente. Come molti altri, il Papa è persuaso che questo secolo sia finalmente il secolo asiatico. Senza dubbio, lo è demograficamente: sul continente, nel 2020, vive il 60% della popolazione mondiale.

Vi è in Francesco questa forte pulsione missionaria verso la Cina. Come Matteo Ricci, anche lui gesuita e tra i protagonisti dell’evangelizzazione in Asia durante il XVI secolo, il pontefice si rivolge alla Cina alla ricerca di un dialogo costante. E non è certo frutto del caso che la firma dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, stipulato nel 2018 e rinnovato a ottobre dello scorso anno, sia arrivata proprio durante il pontificato di Francesco. A differenza di Benedetto XVI, Bergoglio si è fatto portatore di un progetto geopolitico non-occidentale, diverso da quello del suo predecessore. Europeista e atlantista il primo, globale e de-romanizzato il secondo. Una vision che, a Pechino, ha sorpreso e affascinato, accorciando notevolmente le distanze che avevano sempre mantenuto la Chiesa, percepita come agenzia morale e spirituale dell’Occidente, fuori dall’orbita gravitazionale della Repubblica popolare.

Gli Usa tra Cina e Vaticano

La scommessa di Francesco è diametralmente opposta a quella fatta dal politologo statunitense John Mearsheimer qualche anno fa in “The Tragedy of the Great Power Politics”. Quest’ultimo, sull’ascesa pacifica della Cina nel contesto internazionale, manteneva più di un dubbio. Bergoglio, al contrario, non solo crede in questa possibilità, ma è fermamente convinto che la costruzione di una pace globale sia incompatibile con l’esclusione di Pechino da questo processo. Già in un’intervista concessa a Francesco Sisci ad Asia Times nel 2016, il pontefice aveva chiarito la propria posizione: senza il contributo della Cina, raggiungere la pace a livello internazionale è impossibile. Ecco, allora, che il coinvolgimento della Cina è un momento improcrastinabile di un processo internazionale di lunga durata. Del resto, la Chiesa ha il tempo dalla sua parte e Bergoglio lo sa: “il tempo”, scrive Francesco in Evangelii Gaudium, “è superiore allo spazio”.

Lo slancio vaticano verso la Cina, però, non è rimasto inosservato nell’emisfero occidentale. Nei giorni immediatamente precedenti al rinnovo dell’Accordo provvisorio, avvenuto nell’ottobre 2020, il Segretario di Stato Mike Pence, su mandato dell’ex Presidente Donald Trump, ha denunciato pubblicamente le violazioni perpetrate da Pechino sulla libertà religiosa della popolazione uigura, musulmana e perlopiù residente nella regione dello Xinjiang. Proprio durante una conferenza organizzata dall’ambasciata statunitense presso la Santa Sede – allora guidata da Calista Gingrich, moglie di Newt e tra le principali sostenitrici di Trump – Pompeo ha invitato Francesco a non rinnovare l’Accordo provvisorio, provocando uno strappo diplomatico non superficiale. 

La reazione scomposta dell’amministrazione Trump, però, non è (solo) conseguenza del temperamento del 45° Presidente statunitense. Il malessere della comunità cattolica verso Francesco e il suo pontificato, eccessivamente concentrato sulle diseguaglianze socio-economiche e poco interessato alle cultural wars sulla morale sessuale e la bioetica che frastagliano il Paese, ha trovato proprio nel tycoon newyorchese una valvola di sfogo. 

E adesso, con gli arresti dei fedeli cattolici avvenuti nello Xinxiang, la questione cinese è tornata nuovamente al centro della politica internazionale di Francesco. In ballo non ci sono soltanto la tenuta dell’Accordo provvisorio e lo stato di salute dei rapporti con Pechino, ma anche la posizione degli Stati Uniti che, nonostante la recente elezione Joe Biden, continuano a fare i conti con un’opinione pubblica cattolica ancora fortemente divisa e divisiva.

Gli scenari

Fare previsioni non è materia di quest’analisi, ma alcuni scenari futuri possono essere immaginati. Come detto, l’arrivo alla Casa Bianca del democratico – e cattolico – Joe Biden non ha certo risanato la frattura interna alla comunità cattolica statunitense, sempre più frammentata politicamente tra liberal e conservatori. E l’azione internazionale del nuovo Presidente sembra risentirne, in particolare proprio verso la Cina, contro cui Washington ha mantenuto una posizione intransigente, ribadita anche in occasione del più recente G7 di Londra e di un’altra conferenza promossa dall’ambasciata statunitense sui diritti umani in Cina.

Come ha osservato Massimo Franco su Il Corriere della Sera, i rapporti tra Santa Sede e Stati Uniti, a seguito del giuramento di Biden, saranno senz’altro più cordiali e meno gelidi rispetto all’era Trump. Proprio per questo, però, il Vaticano comincerà a preoccuparsi di non apparire troppo subalterno agli eccessi di Pechino. Per questo, gli arresti dello Xinxiang, potrebbero costituire un precedente non irrilevante durante i prossimi anni di amministrazione democratica.

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