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Washington bussa alla PESCO. Come gli USA entrano nella Difesa Europea

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Gli Stati Uniti hanno inoltrato all’Unione Europea una richiesta di adesione ad uno dei principali programmi della PESCO, quello sulla mobilità militare. È la prima volta che Washington chiede a Bruxelles di prendere parte ad una delle iniziative europee nel campo della Difesa. La partecipazione americana al progetto europeo offre importanti opportunità per entrambe le sponde dell’Atlantico. 

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Gli Stati Uniti hanno ufficialmente chiesto agli europei di partecipare ad uno dei programmi militari rientranti nella Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), l’iniziativa voluta dalla Commissione Europea per promuovere l’integrazione dei paesi membri in materia di difesa. È quanto riferisce il notiziario online Defense News, uno dei più autorevoli siti americani specializzati in questioni di Difesa. Il programma Mobilità Militare fa parte di uno dei 47 progetti attualmente approvati dal Consiglio dell’Unione Europea nell’ambito della PESCO.  Scopo del programma in questione è quello di semplificare e standardizzare le procedure di trasporto militare tra i paesi membri dell’Unione, superando le barriere fisiche, procedurali o normative che ostacolano la mobilità militare. Il progetto, approvato nel 2018, è guidato dai Paesi Bassi e vede la partecipazione – unico caso tra quelli approvati – di tutti e venticinque i paesi che hanno aderito alla PESCO. A questi venticinque, dunque, potrebbero aggiungersi anche gli Stati Uniti, cui potrebbero seguire, a quanto sembra, anche altri due paesi esterni all’UE, ovvero Canada e Norvegia. 

Quella americano rappresenterebbe dunque il primo caso di adesione di un paese terzo ad un progetto della PESCO. In effetti, fino al 5 novembre 2020, giorno in cui il Consiglio Europeo ha stabilito le condizioni generali che avrebbero regolato la partecipazione di un paese esterno all’Unione all’iniziativa europea, nessun Paese non facente parte dell’Unione avrebbe potuto presentare una richiesta del genere, dato che Bruxelles doveva ancora definire i termini in base ai quali selezionare le richieste pervenute. All’interno del Consiglio vi erano visioni alquanto diverse in merito al tipo di regolamentazione da applicare, motivo per il quale in Europa, sin dal 2018, la questione era sostanzialmente di fronte a un’impasse. Gli Stati Uniti già nel 2019 si erano pubblicamente espressi in favore di una rapida regolamentazione della partecipazione dei paesi terzi ai programmi della PESCO, trovando in realtà molti sostenitori oltreoceano, in particolare la Germania, ma anche alcuni oppositori. Questi ultimi, anche se convinti dell’utilità della presenza di paesi esterni all’UE nei progetti europei, volevano una regolamentazione alquanto stringente, in grado di scongiurare la possibilità che un paese avente interessi molto diversi da quelli dell’Unione, potesse prendere parte ad un progetto militare comune. 

È stata Berlino la principale promotrice dell’istanza americana in Europa. Approfittando della sua presidenza del Consiglio dell’UE, la Germania è riuscita a sciogliere i nodi che impedivano di giungere ad una soluzione comune. Quella raggiunta il 5 novembre, infatti, è solo l’ultima tappa di un percorso durato almeno tre anni, durante i quali gli Stati Uniti e i sostenitori europei della loro istanza hanno dovuto pazientare, in attesa che la situazione divenisse più favorevole per il raggiungimento di un accordo. In effetti, nel 2019, ad un folto gruppo di paesi che si dichiaravano favorevoli all’adesione di paesi terzi alla PESCO – capitanato dalla Germania, cui facevano seguito soprattutto la Polonia, la Svezia e i Paesi Bassi – se ne opponeva un altro, guidato da Francia e Grecia, che contrastava questa iniziativa. In effetti, questi due paesi, già allora ai ferri corti con la Turchia per via delle tensioni nel Mediterraneo Orientale, temevano che la concessione voluta dai tedeschi potesse in qualche modo, un domani, coinvolgere proprio Ankara. Macron, in particolare, con la sua idea di un’Europa sovrana, in grado di “poter contare da sola, senza diventare il vassallo di questa o quella potenza”, guardava di cattivo occhio un’eventuale entrata degli USA nella PESCO, motivo per il quale era fermamente deciso a regolamentarla in maniera alquanto stringente. Il contesto politico era reso ancora più sfavorevole dalle accese tensioni tra Washington e Berlino, quest’ultima accusata dal presidente Trump di “non fare abbastanza” e di “non pagare” quanto dovuto al suo alleato principale. Nel corso del 2019, infatti, le dichiarazioni di alcuni membri dell’amministrazione Trump in merito a quelli che all’epoca sembravano essere una sorta di bozza dei futuri criteri di accesso, giudicati “troppo restrittivi”, vennero respinte con durezza dall’allora Altro Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione, Federica Mogherini, che freddò gli americani chiarendo che la PESCO “non (era) uno strumento pensato per promuovere la partnership con gli Stati Uniti”. 

Il raggiungimento di un accordo in seno al Consiglio Europeo è dunque il risultato di un combinato disposto di una serie di fattori, tra i quali figurano indubbiamente la presidenza tedesca del Consiglio Europeo e la fine del mandato di Donald Trump. 

La procedura approvata dal Consiglio è stata definita in maniera tale da risultare molto restrittiva e anche molto soggettiva. La richiesta di adesione di un paese terzo va votata all’unanimità, dunque richiede l’approvazione di tutti i membri del Consiglio, e le condizioni da soddisfare sono alquanto stringenti. Tra le più rilevanti: il paese che fa richiesta deve condividere i valori dell’Unione, possedere una buona relazione con l’Europa e deve essere in grado di fornire un “sostanziale valore aggiunto” al progetto in questione. Inoltre, “la partecipazione degli stati terzi nella PESCO non implica necessariamente che lo stato non europeo potrà avere accesso agli strumenti di finanziamento forniti da Bruxlles, come l’EDIDP”. Infine, per scongiurare in maniera definitiva un eventuale accesso della Turchia, le condizioni prevedono che “esso (lo stato che invia la richiesta) non dovrà contravvenire agli interessi di difesa e sicurezza dell’Unione e dei suoi paesi membri”. 

L’adesione al programma Mobilità Militare della PESCO, indubbiamente uno dei più importanti dell’iniziativa europea, rappresenta per Washington un’opportunità che le permette di soddisfare diversi interessi. Il primo, quello più di facciata, è certamente la possibilità di rinforzare la capacità delle forze della NATO di contrastare un eventuale attacco russo. La possibilità di muovere più velocemente mezzi e uomini sulle pianure dell’est Europa rappresenta qualcosa di molto interessante per gli Stati Uniti, che sul Vecchio Continente schierano ancora decine di migliaia di uomini, soprattutto in Germania e in Italia, e che negli ultimi anni hanno messo in atto nuove importanti iniziative in chiave antirussa sia in ambito NATO che nazionale. L’adesione al programma, poi, rappresenta per gli Stati Uniti una sorta di prova, qualcosa che permette agli americani di valutare quale ruolo essi potrebbero giocare in futuro nelle iniziative della PESCO. Ancora, l’accordo permette all’amministrazione Biden di mostrare agli europei, come più volte affermato dal nuovo presidente, che gli Stati Uniti non tratteranno l’Europa come hanno fatto negli ultimi quattro anni, quando il presidente era Donald Trump. Esiste poi un altro motivo, questo più sottaciuto, ma che è stato in realtà reso estremamente chiaro dal vice Segretario alla Difesa, David Norquist, già nel 2019: la presenza degli Stati Uniti nella PESCO sarebbe da leggere come uno strumento nelle mani di Washington per scongiurare la possibilità che in Europa possano venire a crearsi in futuro eventuali sovrapposizioni di capacità militari con la NATO. 

In Europa la notizia del raggiungimento di un accordo non lascia tutti egualmente sodisfatti. Con molta probabilità, la notizia sarà accolta con particolare favore da Berlino e da tutta quella schiera di paesi da essa capeggiati che negli ultimi anni hanno supportato gli sforzi tedeschi volti al raggiungimento di un compromesso in seno al Consiglio, tra i quali spiccano la Polonia, che ha bisogno del sostegno americano in ottica antirussa, i Paesi Bassi e la Svezia. Angela Merkel sarà rallegrata da questo passo, che costituisce in qualche modo un segnale di riavvicinamento con Washington, dopo i burrascosi anni di Trump, durante i quali i due interlocutori si sono spesso affrontati a muso duro. Scontenta sarà sicuramente la Francia, evidentemente, la cui idea di Europa strategicamente sovrana presuppone una difesa europea forte e in grado di operare in maniera autonoma, senza l’ausilio degli Stati Uniti e della NATO.  

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info

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