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TematicheStati Uniti e Nord AmericaElezioni in Virginia, Youngkin si impone: democratici in allarme

Elezioni in Virginia, Youngkin si impone: democratici in allarme

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Glenn Youngkin, dallo scorso 2 novembre, è il nuovo governatore eletto della Virginia. Il repubblicano si è imposto sul democratico Terry McAuliffe, in passato già governatore dello Stato, con il 50,6% dei voti contro il 48,6% del suo avversario. La corsa, da subito apparsa combattuta, ha visto nel corso del tempo il definitivo sorpasso di Youngkin negli ultimissimi giorni prima del voto con un significativo spostamento del trend generale a sfavore di McAuliffe.

Articolo precedentemente pubblicato nel diciassettesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

La campagna Youngkin

Yougkin ha optato per una strategia “nuova” rispetto al trend generale trumpiano che ha attecchito nel Partito Repubblicano. L’uomo d’affari, alla prima candidatura, oltre ad aver potuto contare sulle proprie imponenti risorse finanziarie (sembra che durante le primarie abbia speso 5,5 milioni di dollari di tasca propria), ha dato vita ad una campagna bifronte in grado di assicurargli il successo. Bifronte perché di lotta e di governo, una trumpiana e una più moderata. Se alle primarie – dove ha sconfitto tra gli altri candidati un’esponente repubblicana dichiaratamente legata a Trump e ha ottenuto l’endorsement dello stesso ex presidente – Youngkin si era maggiormente esposto nel corteggiare gli elettori più radicali del partito, nella seconda fase della campagna ha scelto una posizione più moderata.

Durante le primarie Youngkin aveva sempre rifiutato la “legittimità” della vittoria di Biden, ricalcando le tesi sostenute da Trump sull’irregolarità delle elezioni. Una volta ottenuta la nomination ha invece dichiarato legittima la vittoria democratica alle ultime presidenziali. Inoltre, subito dopo la sua candidatura, ha optato per una strategia di ulteriore moderazione su tematiche molto sentite come l’aborto, affermando che non avrebbe firmato la legge molto restrittiva da poco entrata in vigore in Texas. Su tale questione è stato anche ripreso da un microfono aperto mentre diceva di voler limitare i suoi commenti per non allontanare l’elettorato indipendente. La NRA ha poi scelto di non dare il suo appoggio a fronte del mancato riconoscimento da parte di Youngkin delle sue posizioni di apertura sulle armi. Più allineato invece sulla questione della cosiddetta critical race theory (la teoria che sottolinea il ruolo del razzismo nelle disuguaglianze presenti nella società americana), dichiarandosi contrario al suo insegnamento nelle scuole. 

L’importanza di queste elezioni

Negli ultimi mesi la corsa, limitata al piano statale, ha assunto sempre di più una certa importanza dovuta al riverbero verso la dimensione nazionale. Già dall’inizio i democratici avevano percepito l’importanza della corsa principalmente a causa di alcune questioni fondamentali per il partito, da misurare alle urne: l’attuale impopolarità del presidente e l’impatto di questo sulle elezioni locali, le difficoltà nel portare avanti l’agenda democratica al Congresso e la risposta dell’elettorato dei suburbs (i sobborghi).

Sull’impopolarità del presidente molti strateghi democratici si sono interrogati sul riflesso che la tematica avrebbe potuto avere sul piano locale. Non a caso lo stesso McAuliffe, durante una teleconferenza, aveva dichiarato poco prima dell’election day di aver dovuto fare i conti con “i venti contrari da Washington”. Per FiveThirtyEight il 51,2% degli americani disapprova l’operato del presidente contro il 42,5% che dice di apprezzare il lavoro della sua amministrazione.

Se il maldestro ritiro dall’Afghanistan può avere influito più per le modalità che per le ragioni stesse (non dimentichiamo che dopo l’Amministrazione Bush Jr. tutti i candidati alla presidenza hanno promesso di riportare “i nostri ragazzi a casa”, scontrandosi poi con la dura realtà dei fatti), ciò che probabilmente conta di più è la difficoltà nel portare avanti i provvedimenti della Build Back Better Agenda. Il pacchetto di proposte dell’amministrazione Biden deve continuamente scontrarsi con le resistenze che incontra al Congresso, specialmente al Senato. Resistenze che vengono dal suo stesso partito e che sono incarnate nelle figure di Joe Manchin (West Virginia) e Kyrsten Sinema (Arizona), i due senatori democratici moderati che hanno più volte bloccato l’enorme legislazione sulle infrastrutture, scontrandosi inoltre con l’ala più progressista del partito la quale prima di votarla alla Camera chiedeva garanzie sul resto dell’agenda. Legislazione cui ormai, dopo la sconfitta in Virginia e il passaggio alla Camera, manca solo la firma ma che dalla Casa Bianca avrebbero preferito avere come carta da giocare prima delle elezioni. Tutte queste difficoltà sono state quindi percepite e recepite dall’elettorato, creando un contesto favorevole per il GOP, e alle urne il trend è passato dalla parte di Youngkin, il quale ha condotto un’abile campagna elettorale in uno stato che nell’ultimo decennio era passato ai democratici.

Questo cambio di trend si è avvertito specialmente nei sobborghi, cioè le aree moderate, residenziali, fuori dalle grandi città. Infatti, se Youngkin ha potuto contare sulle aree rurali che rappresentano lo zoccolo duro dell’elettorato del GOP, nonostante la campagna non radicale sullo stile trumpiano (l’ex presidente non si è nemmeno presentato nello Stato per fare campagna), ciò che ha fatto la differenza è stato il recupero di terreno dove l’anno scorso i democratici si erano imposti. I suburbs, infatti, avevano premiato Biden alle ultime presidenziali, garantendogli la vittoria su Trump nello Stato con circa 10 punti di vantaggio.

Ciò che deve preoccupare i democratici è quindi il fatto che in uno Stato negli ultimi anni loro favorevole, un repubblicano è riuscito a imporsi mobilitando sia le aree rurali più conservatrici che i moderati dei sobborghi, in un’elezione tutto sommato con una buona affluenza (più di 3 milioni hanno votato).

Se può apparire presto fare ragionamenti da qui ad un anno, il campanello di allarme per i democratici è già suonato in ogni caso. Tra circa un anno, infatti, si svolgeranno le elezioni di medio termine, dove in ballo ci sarà il controllo del Congresso. Considerando gli attuali problemi di popolarità di Biden, lo svantaggio storico che si trova ad affrontare il partito di governo e la tipica mobilitazione asimmetrica alle urne alle midterm (in genere si mobilitano di più gli elettori del partito d’opposizione), la situazione non è delle migliori. Il rischio che Biden diventi un’anatra zoppa è più che una semplice chimera.

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