Sono rientrato in Italia dalla Libia la notte tra il 3 e il 4 aprile. Poche ore prima dell’avanzata della colonna di Haftar verso la “capitale” Tripoli. Nei giorni precedenti, la maggior parte dei miei interlocutori libici, il cui destino era comunque legato alla tenuta del Governo, tendeva o a sviare dalle mie domande sui temi strettamente politici o a ridicolizzare il parlamento di Tobrouk e il “vecchio” Generale.
Da venerdì, queste certezze si sono velocemente incrinate, come è evaporato il sostegno internazionale a Serraj. Nello scambio dei messaggi, nelle telefonate via Skype si fa strada la paura di ripiombare nei momenti più bui della fase post-rivoluzionaria: il 2014 e il 2017, di cui molti edifici – soprattutto delle infrastrutture più importanti – portano traccia, “esponendo” ancora tutto il catalogo delle munizioni disponibili negli eserciti dell’ex Patto di Varsavia, o apparentati. 
Si accalcano dal basso verso l’alto – mordendo dei palazzi come sifilide urbana – i fori dei colpi calibro 7,62 dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici leggere sui primi piani, RPG e contraerea binata sui successivi. Intanto, si aspetta che gli altri giocatori determinanti – Zintan e Misurata – gettino nella mischia il loro peso specifico.
Il fronte è fluido e sui canali della propaganda riconosco i nomi di località visitate solo pochi giorni prima e oggi travolte dai combattimenti o colpite dalle salve di razzi.

