L’offensiva congiunta della coalizione Stati Uniti – Israele contro l’Iran ha prodotto un conflitto di portata regionale e il blocco dell’area mediorientale. A seguito di quaranta giorni di combattimenti, si è giunti a una situazione di tregua armata che ci dà la possibilità di raccogliere e analizzare le dinamiche principali ed elaborare possibili e plausibili scenari futuri.
La tregua armata tra l’Iran e la coalizione Stati Uniti-Israele, di fatto ancora in vigore nei giorni in cui questo articolo è stato scritto, dà la possibilità di riflettere a mente fredda sul modo in cui il conflitto si è svolto nel corso di quaranta giorni di combattimenti e di elaborare delle considerazioni potenzialmente utili ad alimentare il dibattito sull’azione degli attori e sull’evoluzione della loro posizione a livello locale e, per alcuni più di altri, globale.
Lo scopo di questa analisi non è il voler dichiarare un vincitore o uno sconfitto definitivo, ma il mettere in luce alcune questioni emerse dai combattimenti e provare a delineare dei possibili e plausibili scenari futuri. Sono stati individuati gli attori principali del conflitto e, per ciascuno, sono stati indicati gli elementi più rilevanti.
Stati Uniti d’America
È risaputo che uno degli elementi più importanti nella conduzione di un’operazione militare è la capacità di spostare in tempo e in modo costante mezzi, munizioni e viveri dalle linee di produzione e dai magazzini ai luoghi in cui sono richiesti. Gli Stati Uniti hanno nuovamente dimostrato di possedere una capacità logistica senza precedenti nella storia. In Medio Oriente sono attualmente schierati circa 50 000 unità della Forze Armate, centinaia di velivoli tra caccia e abilitatori strategici e ben due gruppi da battaglia portaerei e un gruppo d’assalto anfibio. Queste forze richiedono un notevole supporto, rifornimento e manutenzione costante per mantenere la loro efficacia.
Altrettanto impressionante è la capacità di spostare rapidamente vari armamenti e sistemi ad alta tecnologia da una parte all’altra del globo. A dimostrazione di ciò si può far riferimento al rapido riposizionamento di sistemi di difesa aerea avanzati, composti da lanciatori, sistemi radar, personale specializzato e relativo munizionamento, dalla Corea del Sud al Medio Oriente.
La capacità di movimentare sistemi complessi, ingombranti e delicati su larga scala e a lunga distanza è sicuramente un grande pregio delle Forze Armate statunitensi, ma ciò è in parte compensato da un costo milionario per sistema e/o componente e dalle difficoltà nella sostituzione di mezzi e sistemi impiegati o persi.
Considerando le responsabilità globali di cui si fanno carico gli Stati Uniti e la necessità di mantenere livelli adeguati di munizionamento nei vari teatri, soprattutto nell’ottica di un contenimento della Cina oltre la prima catena di isole, è possibile affermare che questa guerra sia già costata agli Usa più di quanto potessero permettersi, specie considerando che i risultati conseguiti non sono affatto risolutivi e che quindi potrebbe essere necessario un ulteriore sforzo.
Durante i combattimenti sono stati impiegati in massa armamenti e sistemi molto costosi, poco numerosi e difficili da produrre (o addirittura fuori produzione, come l’aereo “radar volante” E-3 Sentry). Il Royal United Services Institute afferma che nei primi 16 giorni di conflitto sono stati impiegate 11294 munizioni di varia tipologia, con un costo complessivo di 26 miliardi di dollari. La combinazione di ridotti inventari pre-conflitto e di una capacità di produzione non in grado di rimpiazzare le perdite nel breve medio termine rischia di degradare le capacità d’azione americana. In caso di ripresa dei combattimenti il conto andrà inevitabilmente peggiorando. Ciò dovrebbe preoccupare quei Paesi che si affidano agli Stati Uniti in modo estensivo per le componenti più avanzate della loro difesa.
Ultima nota che vale la pena sottolineare è legata all’impiego di droni a basso costo. Nonostante l’urgenza derivante dall’esperienza in Ucraina, dove attacchi di saturazione con ondate periodiche di droni suicida a basso costo e missili sono all’ordine del giorno, gli Stati Uniti non sono stati in grado di sviluppare per tempo soluzioni dal costo accettabile. In più, gli americani hanno anche rifiutato il prezioso aiuto di Kiev in questo settore.
Di conseguenza, gli americani si sono rapidamente ritrovati dal lato sbagliato del grafico costo-opportunità, tutto a vantaggio del Paese che può essere considerato il padre di queste tecnologie a basso costo da impiegare in massa, l’Iran.
La situazione risulta particolarmente preoccupante, considerando anche che lo stesso scenario potrebbe essere riprodotto su più larga scala nel teatro dell’Indo-Pacifico.
Repubblica Islamica dell’Iran
L’Iran ha affrontato contemporaneamente l’egemone mondiale e la principale potenza regionale. In questa situazione di grande svantaggio, l’Iran ha dato prova di grande resilienza ed è riuscito a trascinare la guerra abbastanza a lungo da rendere i costi per l’altra parte semplicemente troppo alti.
Questa capacità è dovuta allo sviluppo di una strategia basata sulla combinazione di una struttura di governo in grado di sopportare l’eliminazione di figure chiave, di un comando militare decentralizzato, disperso e semi-indipendente (il c.d. “mosaico difensivo”) e di un’ampia disponibilità di droni a basso costo e missili più o meno avanzati con cui saturare le difese aeree e colpire bersagli fragili e preziosi in tutta la Regione.
Il successo di questa strategia è riscontrabile negli ingenti danni, non ancora del tutto quantificati, alle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo, alle basi militari statunitensi e ai vari radar e abilitatori strategici presenti al loro interno. Tutto ciò nonostante la pesante infiltrazione dei servizi israeliani all’interno della quasi totalità delle istituzioni della Repubblica Islamica.
Un approccio decentralizzato non è sufficiente per resistere ad un’offensiva combinata di potenze superiori. L’Iran ha la possibilità, che moltissimi altri Stati non possono riprodurre, di sfruttare una posizione geografica privilegiata e una conformazione territoriale vantaggiosa. Una qualsiasi mappa orografica dell’Iran mostra un territorio estremamente esteso e montuoso, ideale per sparpagliare numerose posizioni di lancio e creare basi ben protette.
Non occorre spiegare la rilevanza dell’affaccio diretto sullo Stretto di Hormuz. Invece, è importante sottolineare la fragilità di questo passaggio obbligato. L’Iran ha reso evidente che per paralizzare la Regione e creare gravi danni economici a livello globale non è necessario possedere capacità militari eccezionali, ma basta essere abbastanza minacciosi da rendere insostenibili i costi delle assicurazioni che coprono i rischi civili e operativi delle navi mercantili. Senza assicurazione, un incidente potrebbe costare decine di milioni e nessuno è disposto a rischiare.
Pur avendo perso nel tempo la carta dei gruppi armati sparsi nella regione, ormai impegnati in una lotta per la sopravvivenza, l’Iran ha dimostrato di poterne giocare una ancora più efficace.
L’Iran ha scelto, per ora con successo, di optare per la resistenza a oltranza al fine di spingere verso l’alto i costidell’altra parte. Questa strategia si è rivelata efficace, ma ha portato con sé dei costi rilevanti. Dopo un’intensa campagna aerea di 40 giorni, da sommare a quella avvenuta durante la guerra dei 12 giorni, il Paese ha subito danni catastrofici in ogni settore. Uno dopo l’altro sono stati colpiti duramente i vertici politici e militari, le installazioni militari e paramilitari, le infrastrutture e vari settori produttivi. Riparare danni di questa portata richiederà una quantità molto elevata di tempo e risorse, entrambe cose che l’Iran potrebbe non possedere nel prossimo futuro.
Altrettanto rilevante è che nessuno degli alleati dell’Iran, in particolare Russia e Cina, si sia ancora fatto avanti ufficialmente e concretamente per sostenerlo nel momento del bisogno. Il fatto che i due si siano limitati a proteste più o meno formali e che siano solo sospettati di un qualche sporadico aiuto nel campo delle informazioni lascia intendere che il fronte dei Paesi revisionisti si muove in ordine piuttosto sparso.
Israele e Paesi del Golfo
Israele è impegnata da tempo in una campagna per rendere inoffensivo l’Iran e per smantellare la sua rete di attori non statali in tutta la Regione. Lo Stato ebraico è stato sicuramente efficace a mettere sulla difensiva i vari gruppi armati, ma non è riuscita, almeno fino ad ora, a ridurre definitivamente la Repubblica islamica a una posizione di impotenza, o addirittura a distruggerla definitivamente.
In questo conflitto, e in molti altri avvenimenti recenti, Israele ha mostrato punti di forza legati alla sua notevole capacità di infiltrazione e raccolta informazioni e all’esser riuscito a legare la sicurezza degli Stati Uniti alla propria, riuscendo costantemente a convincere l’alleato maggiore a sostenerlo nelle varie operazioni offensive e/o difensive, o nel peggiore dei casi a trascinarlo. Tuttavia, è emerso anche che Israele è fortemente dipendente dagli aiuti e abilitatori strategici degli Stati Uniti per mantenere la sua superiorità nell’area, condurre campagne efficaci su larga scala e per assorbirne le conseguenze. In caso di fine o riduzione della volontà o capacità americana di sostenere l’alleato, le capacità di Israele risulterebbero particolarmente ridotte.
Israele è un Paese piccolo, con poche risorse proprie e circondato da Stati che contestano la sua stessa esistenza. La conseguenza è stata l’adozione di una postura particolarmente aggressiva, orientata a portare lo scontro il più possibile lontano dai confini nazionali e/o di impedire la formazione di altre minacce tramite azioni preventive.
L’azione israeliana ha avuto fino ad ora respiro regionale in quanto sostenuta dagli Stati Uniti, ma è recentemente diventata molto impopolare presso l’opinione pubblica internazionale in generale, e statunitense in particolare. L’impopolarità potrebbe tradursi in una riduzione del supporto americano alle operazioni israeliane, ma non andrebbe a modificare la sua postura aggressiva. Anzi, minore supporto potrebbe tradursi in una maggiore insicurezza, incentivando l’aggressività verso i Paesi più vicini.
I Paesi del Golfo si sono trovati contemporaneamente nella situazione di essere trascinati in un conflitto armato, di non essere abbastanza preparati militarmente, di dover assorbire le numerose rappresaglie iraniane all’azione israelo-americana, e di aver puntato in modo eccessivo sulla volontà e/o capacità di protezione fornita dagli Stati Uniti.
Nonostante i vari tentativi di diversificazione, la rilevanza di questi Paesi è ancora sostanzialmente legata allacapacità di estrarre petrolio e gas dal suolo e di spedirlo in giro per il mondo. Durante il conflitto è stata negata la seconda e minacciata la prima, con danni economici, sociali e d’immagine estremamente rilevanti.
Di fronte a queste numerose “scommesse sbagliate”, i Paesi del Golfo dovranno sicuramente sviluppare nuove soluzioni per incrementare la loro sicurezza e per evitare di farsi trovare nuovamente impreparati. Nel breve-medio periodo è ragionevole attendersi l’avvio di un riarmo autonomo e una ricalibrazione delle alleanze. Il secondo punto è il più critico e potrebbe portare a un profondo mutamento degli equilibri nella regione.
Conseguenze e previsioni
Nessuna delle parti coinvolte può vantarsi di uscire dal conflitto in una posizione migliore che in precedenza, almeno non in assoluto. Tuttavia, è comunque possibile fare delle considerazioni sulle posizioni relative degli attori e ipotizzare qualche scenario futuro.
Gli Stati Uniti hanno ancora la possibilità di riversare ulteriori uomini e mezzi in Medio Oriente e di infliggere danni ingenti all’Iran, ma rischierebbero di peggiorare una posizione globale che risulta già indebolita sia a livello materiale che di reputazione, con evidenti conseguenze di breve e medio termine sulla capacità di contenimento dei Paesi revisionisti.
L’Iran è riuscito a salvaguardare l’esistenza del suo ordine costituito e ha dimostrato di poter imporre un blocco di tutta la regione, elevando la propria posizione negoziale. Tutto ciò è stato pagato ad altissimo prezzo e nel prossimo futuro dovrà necessariamente dedicarsi alla ricostruzione del Paese, a evitare o contenere possibili nuove ondate di proteste e a ripristinare i legami con i vari Paesi dell’area.
Israele ha visto un considerevole deterioramento della sua popolarità presso le varie opinioni pubbliche occidentali, ma probabilmente manterrà la sua postura aggressiva. La portata delle sue azioni future dipenderà in gran parte dallo stato di salute dei rapporti con l’alleato maggiore.
I Paesi del Golfo hanno subito gravi danni economici, d’immagine e sociali, tutto ciò a causa della loro vulnerabilità e dipendenza dalla protezione altrui. Di conseguenza, è ragionevole attendersi l’avvio di un percorso di ripensamento e di revisione delle loro strategie di sicurezza.

