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21/05/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Asim Munir e il cuore del potere pakistano

di Andrea Serino

Durante il conflitto israelo-americano contro l’Iran, il Pakistan si è offerto come mediatore e diospitare l’America e la Repubblica Islamica nella capitale Islamabad. Nonostante alti e bassidurante i negoziati, il Pakistan è comunque percepito da entrambi come un attore sostanzialmenteaffidabile. Però, non si tratta soltanto di una vittoria sul piano diplomatico per la nazione – quindi,per il Primo ministro Shehbaz Sharif e il ministro degli Esteri Ishaq Dar -, ma per Asim Munir,l’attuale capo di Stato maggiore pakistano. Pertanto, il ruolo giocato da Islamabad sul pianodiplomatico avrebbe la finalità principale di ribadire il primato del potere militare pakistano suquello civile.

Il ruolo “inaspettato” del Pakistan nel conflitto in Medio Oriente

Il 28 febbraio 2026 l’IDF e gli Stati Uniti hanno condotto diversi attacchi aerei congiunti
sulla capitale iraniana, Tehran. Gli attacchi hanno immediatamente falciato numerosi leader della
Repubblica Islamica. Tra di essi, troviamo anche la Guida Suprema e leader del paese, ‘Ali
Khamenei. All’indomani della sua uccisione nel suo compound a Tehran, bombardato il primo
giorno dagli attacchi americano-israeliani, sono scoppiate proteste in Pakistan e in India tra la
comunità sciite di entrambi i paesi. Il Pakistan rappresenta un caso interessante da considerare, in
quanto ospita alcune delle milizie sciite estremiste finanziate e supportate direttamente da Tehran –
dalla Brigata Zainabiyoun alla Divisione Fatemiyoun. Se il supporto della Repubblica Islamica si
limita al piano finanziario e logistico, questi gruppi citati (ma non solo) rispondono principalmente
a una sensazione di diffusa insicurezza da parte della comunità sciita locale, in quanto vittima
costante di attacchi e violenze da parte dei gruppi jihadisti sunniti. Più di tre settimane prima dello
scoppio della guerra, il 6 febbraio la periferia della capitale pakistana aveva assistito a un attacco
suicida ai danni di una moschea sciita. L’esplosione aveva inevitabilmente avuto l’intenzione di
colpire i fedeli che stavano pregando al loro interno, in quanto l’attentato era accaduto di venerdì.
Alla luce di quanto descritto finora, non è da escludere che tra i motivi che avrebbero spinto
il Pakistan a proporsi come mediatore nel conflitto in Medio Oriente vi sia l’elemento securitario-
religioso. In altri termini, Islamabad potrebbe aver optato per la via diplomatica anche per lanciare
un messaggio alla comunità sciita locale ponendosi come garante della loro sicurezza nel paese.

Chi è Asim Munir

Il Pakistan ha trovato il bene placito di entrambe le parti visto il solido rapporto che
Islamabad detiene con Tehran e Washington. Inoltre, è anche un attore vicino alle monarchie del
Golfo – pesantemente coinvolte nelle ostilità, a seguito dei bombardamenti iraniani – e alla Cina, la
quale ha ottimi rapporti con il Pakistan e dipende per una buona parte dai rifornimenti energetici
persiani. Nonostante l’andamento abbastanza incerto delle negoziazioni, essi sono senz’altro
un’ottima fonte di legittimità importante per Islamabad: tanto la leadership saudita quanto quelle
americana e persiana hanno sottolineato l’importante sforzo diplomatico del ‘paese dei puri’.
Oltre a una crescente proiezione di prestigio internazionale, questo evento ha accelerato una
dinamica che serpeggiava all’interno dell’establishment del potere pakistano: il ritorno
dell’egemonia politica dell’esercito pakistano, a discapito del potere civile. Tale processo è guidato

dall’attuale Capo di Stato Maggiore (COAS) e Capo delle Forze di Difesa (CDF), Asim Munir. Egli
inizia a conquistare i vertici dell’esercito pakistano nel 2018 quando viene nominato direttore
dell’intelligence militare pakistana, ISI. Ma è nel contesto di profonda tensione con l’India nel 2025
che il ruolo di Asim Munir diventa cruciale, in quanto egli è l’individuo con cui il governo
americano ha interloquito per tentare di raggiungere un negoziato con l’India. Inoltre, è anche
l’uomo che ha contribuito in maniera decisiva al respingimento degli attacchi indiani in territorio
pakistano. Pertanto, Munir ha saputo sfruttare i suoi successi militari anche in chiave diplomatica,
ponendosi come l’uomo chiave del paese, secondo l’amministrazione americana. Infatti, a seguito
di quegli eventi, a Munir venne conferito il prestigiosissimo titolo di ‘Maresciallo di capo’ (Field
Marshal of Pakistan). Si tratta della seconda volta nella storia pakistana che un Capo di Stato
Maggiore, al momento della sua nomina a questa carica, sia stato anche Field Marshal e direttore
dell’intelligence militare pakistana. Prima di lui, soltanto il generale Ayub Khan aveva un profilo
così autorevole e ricco di riconoscimenti prestigiosi. Tra l’altro, il Generale Khan è colui che
inaugura la stagione dei governi militari in Pakistan, favorendo l’ingresso e il successivo dominio
dei militari nel paese. Quello che invece Asim Munir sembrerebbe star facendo è ricostruire la
storica influenza militare nella sfera civile, senza però – come accadeva in passato – l’attuazione di
colpi di Stato con il rischio di destabilizzazione del paese. E sembrerebbe che gli attuali negoziati
stiano mostrando proprio questa nuova dinamica del rapporto complesso tra sfera civile e sfera
militare, evidenziato dalla presenza del Capo di Stato Maggiore in tutte le fasi dei colloqui accanto
al primo ministro. In virtù di ciò, emergerebbe che la vera figura decisiva del potere pakistano sia
proprio lui: il Capo di Stato Maggiore e Field Marshal Asim Munir.
In sintesi, il conflitto in Medio Oriente è l’occasione per accrescere il prestigio
dell’establishment militare ed è anche in questo senso che i negoziati in Pakistan sono davvero “il
più grande spettacolo del mondo”: è il principale palcoscenico internazionale tramite il quale
l’esercito pakistano riafferma la sua potenza e importanza. O meglio, ambisce a far coincidere il
paese non nelle istituzioni civili, ma in quelle militari.

I militari e il potere pakistano da Imran Khan a oggi

È noto che i militari pakistani occupano, a partire dagli anni successivi l’indipendenza del
paese, un ruolo di centralità nel potere pakistano. Purtroppo, principalmente i media italiani nel
momento in cui presentano eventi pakistani di grande rilievo riguardanti l’esercito, ribadiscono con
una continuità quasi astorica la presenza dei militari nella storia politica del paese. In altri termini,
vengono presentati come se da sempre dominassero la scena politica del paese, quasi a farli apparire
come eternamente presenti. In realtà, il paese non ha avuto soltanto governi puramente militari:
l’ascesa dell’esercito a potenza indiscussa nel paese può essere ricondotta anzitutto alla paura
americana di vedere espandere l’influenza sovietica anche in Asia meridionale.
Invece, dal punto di vista interno, il potere militare ha conosciuto la fortuna, che è
globalmente nota, per due fattori principali: il primo è la storica debolezza del potere centrale
pakistano, elemento che emerse già dalla leadership di ‘Ali Jinnah dopo la cosiddetta Partitition,
ovvero la scolastica ‘separazione netta’ del Subcontinente Indiano nella neonata nazione induista
(l’India) e la neonata nazione musulmana (il Pakistan).
Un altro elemento di questo ingresso dell’esercito nel potere civile, è un aspetto abbastanza
noto della politica pakistana, ma che probabilmente non è stato sufficientemente problematizzato: il
vuoto politico lasciato da Jinnah verrà anche colmato dalle élites socio-economiche (ma non solo)

del paese. In altri termini, quello che si viene a configurare nel potere civile è una sorta di oligarchia
familiare, in cui i fondatori dei principali partiti politici del paese sono personalità di spicco della
società civile del paese. Pertanto, si potrebbe affermare che il potere militare in Pakistan potrebbe
essere un dispositivo utilizzato da una parte della società pakistana per poter bilanciare il quasi
monopolio economico-sociale del potere civile.
Considerando quanto detto finora, non dovrebbe stupire il perché dell’assoluta novità della
figura di Imran Khan. La sua carriera politica inizia nel 1996 quando fonda il partito Pakistan
Tehreek-e-Insaf e si presenta alle elezioni del 2018. Si tratta di un momento importante, in quanto
queste elezioni governative sono le seconde, nella giovane storia del paese, in cui un governo civile
termina il suo mandato quinquennale. Inolla formazione, da parte del PTI, di governi provinciali
non solamente limitati nella provincia del Punjab, ma anche nelle due province storicamente
marginalizzate da Islamabad: il Khyber Pakhtunkhwa e il Balochistan. Il suo programma politico
verteva principalmente sulla riduzione degli aiuti economici da Washington puntando non tanto su
una ridiscussione degli accordi, quanto a un ‘riequilibrio’ dei rapporti con gli Stati Uniti.
Altro elemento che ha reso Imran Khan un leader estremamente popolare è la sua ambizione
nel ridefinire l’influenza dell’esercito nella sfera politica del paese, le cui tensioni ammontano al
rinnovamento della nomina di Faiz Hameed come direttore dell’ISI nel 2021, anziché il Generale
Nadeem Anjum. Sfortunatamente, la crisi nell’establishment pakistano aumenta, poiché sbucano
accuse nei confronti di Hameed riguardanti corruzione e cattiva condotta. Pertanto, viene arrestato e
la sua condanna definitiva a 14 anni di reclusione arriverà a dicembre 2025. E a partire da questo
momento che Imran Khan radicalizzerà le sue posizioni populiste anti-americane, arrivando a
individuare un complotto dietro l’arresto di Hameed i cui responsabili sarebbero, a suo dire, proprio
l’esercito pakistano con l’approvazione di Washington. Di conseguenza, è ipotizzabile che tale
postura anti-sistemica abbia iniziato infastidire l’establishment pakistano e che questi ultimi
abbiano iniziato progressivamente a considerarlo come una figura non affidabile. Il primo segnale
di questa rottura è la sua deposizione dalla carica di premier del paese, a seguito di un voto di
sfiducia da parte del Parlamento il 10 aprile del 2022. Successivamente, quasi un anno dopo, il 10
marzo 2023 Imran Khan viene arrestato mentre stava per apparire in un’udienza a Islamabad,
durante la quale avrebbe dovuto rispondere di diversi casi di corruzione. A seguito della sua
popolarità, il suo arresto aveva scatenato massicce proteste in tutto il paese. Il ministero dell’interno
aveva risposto con l’oscuramento di Internet nel paese, mostrando il profondo radicamento del
partito di Khan nel paese e anche la sua polarizzazione interna.
Uno dei più forti e convinti sostenitori dell’arresto dell’ex primo ministro pakistano era
proprio Asim Munir, al quale nel 2019 era stato chiesto di dimettersi dalla carica di direttore
dell’ISI entro otto mesi dall’insediamento del nuovo governo. Governo in cui Imran Khan era stato
appena nominato primo ministro. Lungi da dare adito a tesi che mostrerebbero un ‘tentativo di
vendetta’ da parte dell’attuale Field Marshal, ciò che si vuole sostenere è che l’arresto di Khan
rappresenterebbe il primo momento in cui l’esercito pakistano, controllato ora da Asim Munir,
avrebbe dato inizio al suo ritorno sulla scena politica pakistana. Dopo sette anni dal quasi
oscuramento dell’esercito e dopo tre anni dall’arresto di Imran Khan, le cui condizioni oggi in
galera parrebbero essere peggiorate, oggi si può tranquillamente affermare che l’esercito è ritornato
essere al centro della politica tanto interna quanto estera del Pakistan. Senza aver sparato un singolo
colpo.

Il BLA e i Taliban: il vuoto dell’apparato securitario pakistano

Il ritorno dell’esercito al centro della politica pakistana arriva, da un punto di vista interno,
in un momento assolutamente delicato per il paese: l’inizio di questa crisi può essere ricondotta a
marzo 2025, con il famoso blocco del treno sul binario Quetta-Peshawar e i 500 passeggeri tenuti in
ostaggio dal Balochistan Liberation Army, il gruppo di etnia beluce che rivendica l’indipendenza
della regione da Islamabad. Inoltre, parallelamente all’insorgenza beluci, nel 2025 sono aumentati
anche gli attacchi del TTP. Tra l’altro, le tensioni con i Tehrik-I Taliban Pakistan finiscono per
coinvolgere anche il vicino Afghanistan, in quanto a ottobre del 2025 le forze aree pakistane hanno
bombardato alcune zone confinanti dell’Afghanistan e la sua capitale. Il conflitto venne
momentaneamente congelato grazie all’azione diplomatica di Turchia e Qatar a novembre dello
stesso anno; però, il 27 febbraio 2026 il ministro degli interni pakistano aveva dichiarato che la
‘pazienza è finita’ [con Kabul], pertanto le sono riemerse ostilità tra i due paesi. Questa volta, però,
quasi apertamente.
Da questa breve ricostruzione si evince come tanto il potere civile quanto il potere militare
presiedono su un sistema sociale essenzialmente friabile. Questo perché, sia le élites civili sia quelle
militari in Pakistan operano entro una logica di gestione dell’instabilità piuttosto che di
trasformazione sociale. Entrambi i poli del potere, pur differendo nei mezzi (cooptazione politica vs
coercizione militare), condividono la necessità di preservare coalizioni eterogenee interne ed
esterne. Questo produce una governance reattiva, in cui le insorgenze non sono semplicemente
“fallimenti dello Stato”, ma effetti ricorrenti di un equilibrio politico strutturalmente instabile.


Alla luce di quanto discusso, il caso pakistano mostra con particolare chiarezza come la
distinzione tra potere civile e potere militare sia meno netta di quanto spesso venga rappresentata.
Piuttosto che due sfere separate, esse appaiono come due modalità complementari di gestione dello
Stato, entrambe radicate in una struttura politica segnata da fragilità istituzionale, competizione
élitaria e insicurezza permanente. In questo senso, l’ascesa di Asim Munir non rappresenta una
rottura, bensì una riarticolazione di una dinamica storica: il ritorno dell’esercito al centro del
sistema non avviene più attraverso l’interruzione dell’ordine costituzionale, ma mediante il suo
progressivo assorbimento. In definitiva, il Pakistan contemporaneo appare come uno Stato in cui il
potere non si concentra in un’unica istituzione, ma si distribuisce attraverso una pluralità di attori
che competono e cooperano simultaneamente.

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