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12/05/2026
Medio Oriente e Nord Africa, NATO, Relazioni Internazionali, Russia e Spazio Post-sovietico

L’arco di crisi che avvolge la NATO: alcune lezioni apprese nell’ultimo anno

di Gabriele Natalizia

Dalla guerra nel Golfo alla crisi ucraina, passando per Sahel e Mar Rosso: le nuove lezioni strategiche per la NATO tra competizione globale, sicurezza energetica e difesa del Mediterraneo allargato.

Il mondo sembra vivere in uno stato di shock permanente. È stato sotto shock per la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran e l’operazione americana Midnight Hammer. Lo è stato nuovamente per lo scoppio della Terza guerra del Golfo alla fine di febbraio. È attualmente sotto shock per la sua durata, molto maggiore del previsto. È, ancor di più, sotto shock per le sue ripercussioni sulla libertà di navigazione, sull’economia mondiale e, pertanto, sulla stabilità – presente e futura – di partner strategici del Vicinato meridionale.

Pochi mesi prima, eravamo rimasti ugualmente colpiti dalle tensioni tra Washington e Kiev seguite all’insediamento della seconda amministrazione Trump, poi dai segnali di riavvicinamento lanciati dalla Casa Bianca al Cremlino e, infine, dai contenuti delle prime proposte di pace emerse nell’autunno 2025. Anche oggi, mentre si discute di cessate il fuoco e possibili negoziati, la Russia continua a colpire l’Ucraina. E questo conferma quanto fragile resti ogni prospettiva di stabilizzazione del Fianco est.

La serie di shock che hanno contraddistinto l’ultimo anno, tuttavia, rischia di produrre un effetto distorsivo che potrebbe farci sottovalutare un punto cruciale per le politiche dell’Alleanza Atlantica: da almeno quindici anni il sistema internazionale e, ancor di più al suo interno, il Mediterraneo Allargato assistono a una sequenza di crisi senza soluzione di continuità.

Circoscrivendo l’analisi al solo decennio in corso, si ricordi come dal 2020 una serie di colpi di Stato ha trasformato soprattutto il Sahel in uno spazio di penetrazione per attori ostili all’Occidente: da un lato le forze paramilitari controllate dalla Russia, dall’altro quelle forze jihadiste che, dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, erano state troppo frettolosamente considerate sul viale del tramonto, ma che continuano a proliferare di fronte a richieste di sicurezza inevase e risentimento anti-occidentale. Il precipitare della situazione in Mali proprio in questi ultimi giorni, con il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani – JNIM – che minaccia la capitale Bamako, costituisce un monito a non perdere di vista il Sahel, a cui – anche per la sua capacità di contagio tra gli Stati ad esso adiacenti – la sicurezza dell’Europa risulta legata a doppio nodo.

Il 7 ottobre e la guerra a Gaza hanno poi riaperto, in tutta la sua drammaticità, la questione della sicurezza mediorientale. Gli attacchi degli Houthi nel Mar Arabico hanno mostrato quanto vulnerabili siano le rotte marittime da cui dipendono non solo il commercio e gli approvvigionamenti globali, ma anche i modelli di sviluppo dell’Europa e, ancor di più, quello di alcuni dei più importanti Paesi dell’area. Questi corrono oggi il rischio di vedere resettato almeno un ventennio di sforzi fatti per uscire dalla condizione di “Stati-rentier”.

All’interno del Gruppo Speciale per il Mediterraneo e il Medio Oriente della NATO, pertanto, ha preso forma un dibattito serrato sulla necessità, per l’Alleanza Atlantica, di ripensare i propri impegni. Di guardare anche a Sud, e non esclusivamente a Est. O, ancor meglio, di adottare un approccio “a 360 gradi”, così come sancito dal Concetto Strategico 2022.

Il passaggio dalla teoria alla pratica dell’approccio “a 360 gradi” resta, tuttavia, uno dei punti dolenti per l’Alleanza Atlantica, anche se negli ultimi anni non sono mancati alcuni passi in avanti, a partire dall’istituzione della figura del Rappresentante Speciale per il Vicinato Meridionale. La ragione di fondo di questo approccio è però chiara: anche un’eventuale soluzione della guerra in Ucraina, o la fine delle operazioni belliche in Medio Oriente, non basterebbero a riportare il sistema internazionale alla condizione – relativamente stabile – degli anni Novanta e Duemila. Le crisi in corso non sono parentesi destinate a chiudersi con il ritorno alla normalità, ma manifestazioni di una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale.

Già dall’inizio dello scorso decennio, d’altronde, siamo entrati in una fase – ricorrente nella vita politica internazionale – cui solitamente si fa riferimento con il concetto di “competizione tra grandi potenze”. Questa non ha come posta in gioco la mera sicurezza di uno Stato piuttosto che di un altro, ma il primato internazionale o l’imposizione di sfere di influenza più o meno estese. I suoi attuali protagonisti – non possiamo nascondercelo – sono gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, con la Federazione Russa che – grazie al grande apparato militare ereditato dall’Unione Sovietica – prova a inserirvisi, finendo spesso per svolgere il ruolo di junior partner di Pechino.

L’Alleanza Atlantica, del resto, non può considerarsi un osservatore esterno. Dopo la fine della Guerra fredda, gli alleati hanno scelto di continuarne l’esperienza ripensando la NATO come principale custode dei nuovi assetti internazionali. E poiché essa trova negli Stati Uniti il suo Paese leader – come negli anni del confronto con l’Unione Sovietica – nessuno dei suoi membri può davvero dirsi, o pensarsi, estraneo alla grande competizione globale in corso.

Proprio per questo, le crisi dell’ultimo anno non possono essere interpretate come eventi separati, né come emergenze destinate a esaurirsi una volta chiuso il singolo dossier. Sono, piuttosto, manifestazioni diverse di una stessa stagione strategica. Non parlano soltanto dei singoli teatri in cui si producono – l’Ucraina, il Medio Oriente, il Mar Rosso, il Golfo, il Sahel – ma anche delle condizioni in cui la NATO sarà chiamata a operare nei prossimi anni. Ed è da questa sovrapposizione tra crisi locali e competizione globale che possiamo ricavare alcune lezioni.

La prima lezione riguarda l’asimmetria di forze convenzionali. La concomitante sfida posta alla sicurezza dell’Alleanza Atlantica dalla guerra in Ucraina e dalla Terza guerra del Golfo mostra che la superiorità militare non è necessariamente decisiva per l’esito di una guerra. Tanto il caso dell’Ucraina quanto quello dell’Iran ci confermano ancora una volta che è possibile combattere da una posizione di debolezza, seppur perseguendo obiettivi diversi da quelli dei rivali più potenti. È possibile puntare, infatti, a far sì che la guerra duri troppo a lungo e abbia costi – umani, politici o economici – troppo alti da sostenere, rendendo la possibile vittoria un obiettivo non razionale.

La seconda lezione appresa, indissolubilmente legata alla precedente, è che la superiorità tecnologica resta fondamentale – e la NATO deve continuare a mantenerla rispetto ai suoi avversari – ma non è sufficiente. L’industria della difesa occidentale deve essere in grado di produrre sistemi d’arma diversificati, includendo sia quelli tecnologicamente più sofisticati e costosi, sia quelli più rudimentali ed economici, ma non per questo necessariamente meno efficaci. In particolare, è necessario lavorare affinché le linee di produzione europee riducano i costi e accelerino i tempi di consegna.

Le ragioni sono almeno due. Da un lato, non si può pensare di continuare ad abbattere droni che costano poche migliaia di euro principalmente con sistemi d’arma dal costo anche cento volte superiore. In questo senso, una futura cooperazione industriale con l’Ucraina sarebbe certamente auspicabile. Dall’altro, quanto accaduto ai Paesi del Golfo dimostra che la guerra può scoppiare in qualsiasi momento e che non è possibile arrivare impreparati – ovvero disarmati – a un appuntamento indesiderato, ma verosimile.

La dronizzazione, almeno parziale, dello strumento militare permetterebbe alle Forze Armate occidentali di compensare alcuni dei problemi legati alla carenza di personale. Tale scelta, tuttavia, richiederebbe un aumento massiccio del numero di droni disponibili, rendendo indispensabili scorte adeguate, cicli di sostituzione rapidi e una filiera capace di sostenere consumi elevati in caso di conflitto prolungato.

La terza lezione appresa dalle dinamiche internazionali in corso è – per chi lo avesse dimenticato – che la geografia conta. Conta perché può diventare uno strumento nelle mani dei rivali dell’Alleanza Atlantica, utile a compensare inferiorità militari o tecnologiche in altri domini. Lo ha dimostrato la Russia, quando ha reso impraticabile per mesi la principale via di esportazione del grano ucraino attraverso il Mar Nero. Lo sta dimostrando anche l’Iran. Non solo attraverso il tentativo di bloccare lo Stretto di Hormuz, ma anche provocando una riduzione del traffico marittimo – e quindi dei flussi di petrolio, gas e fertilizzanti – tramite l’aumento dei costi assicurativi per gli armatori. In questo modo, il mercato assicurativo viene trasformato in uno strumento di guerra asimmetrica a disposizione di Teheran.

È una lezione che dovrebbe indurci a guardare con maggiore attenzione anche al Mar Rosso, dove alla minaccia degli Houthi si sommano l’instabilità degli Stati rivieraschi e la presenza militare cinese a Gibuti. Ma dovrebbe anche spingere l’Alleanza Atlantica a non perdere di vista la Libia, dove l’eventuale apertura di una seconda base navale russa nel Mediterraneo, in Cirenaica, aggraverebbe ulteriormente la competizione strategica nel fianco sud dell’Alleanza.

Una quarta lezione appresa riguarda la linea di frattura che attraversa oggi il sistema internazionale. Questa, ci piaccia o meno, non coincide perfettamente con quella tra democrazie e autocrazie. In una fase segnata dal ritorno della competizione tra grandi potenze, esistono Stati parzialmente democratici o – più o meno – apertamente non democratici che condividono con il mondo occidentale interessi concreti. Perderli, o lasciarli scivolare nell’abbraccio di Mosca e Pechino, costituirebbe un errore strategico.

Per questo, l’Alleanza Atlantica dovrebbe affiancare alla difesa dei propri valori una politica più pragmatica di cooperazione con partner like-minded: non necessariamente Stati già pienamente allineati ai nostri modelli politici ed economici, ma che comunque hanno interessi convergenti con i nostri. La stessa esperienza della NATO nel post-Guerra fredda mostra, del resto, che democrazia, libero mercato e libertà individuali non si costruiscono per decreto, né dall’oggi al domani, ma come esito di un processo più lungo di consolidamento della sicurezza e delle istituzioni statuali. Da qui l’importanza di rilanciare la cooperative security, valorizzando formati già esistenti come il Mediterranean Dialogue e l’Istanbul Cooperation Initiative, e attivando strumenti di Defence and Related Security Capacity Building per i partner che ne facciano richiesta.

Un’ulteriore lezione appresa dalle crisi degli ultimi mesi è che l’Alleanza Atlantica e, quindi, l’Europa hanno ancora un valore strategico per gli Stati Uniti, al netto delle tensioni ricorrenti tra le due sponde dell’Atlantico su burden sharing e burden shifting e dello stile comunicativo della Casa Bianca. La recente polemica dell’amministrazione Trump sulla mancata concessione dell’utilizzo delle basi europee per le operazioni in Iran e il suo invito agli europei a contribuire fattivamente alla messa in sicurezza della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, paradossalmente, intervengono a dimostrare non soltanto che la NATO è vitale per la sicurezza del continente europeo, ma anche che è – quanto meno – decisiva per la proiezione di potenza degli Stati Uniti sull’Eurasia e per la sicurezza nel dispiegamento della loro forza militare.

L’ultima lezione appresa – ma non per importanza – è che l’Alleanza Atlantica resta uno strumento indispensabile per la sicurezza dei suoi membri. Nonostante sia attraversata – come ciclicamente avviene a tutte le alleanze – da tensioni interne, divergenze politiche o problemi di burden sharing, è indispensabile perché continua a rappresentare il più efficiente meccanismo di deterrenza e difesa collettiva oggi disponibile per l’Occidente.

Lo ha dimostrato durante la Guerra fredda, nella gestione delle crisi degli anni Novanta, dopo gli attacchi dell’11 settembre e, più recentemente, di fronte alle ambizioni revisioniste della Russia sul continente europeo. La NATO, pertanto, deve rafforzare le proprie capacità militari, industriali e di resilienza, ma deve anche ricostruire un consenso politico e sociale attorno alla propria funzione.

L’aumento delle spese per la difesa, come dimostrato dai casi dell’Ucraina e dei Paesi del Golfo, non può essere raccontato soltanto come un costo, né tantomeno come una sottrazione automatica al welfare state, ma come una condizione necessaria per garantirne la sopravvivenza in un contesto internazionale più instabile e minaccioso. In questo senso, alla deterrenza militare deve accompagnarsi una più efficace diplomazia strategica dell’Alleanza: occorre spiegare meglio ai cittadini e agli alleati perché la sicurezza non sia alternativa alla protezione sociale, ma ne costituisca il presupposto.

La NATO, infine, è indispensabile anche per un’altra ragione. Non è uno strumento da costruire ex novo per rispondere a minacce che si potrebbero verificare in un momento indeterminato nel futuro, ma un’infrastruttura politica, militare e operativa già disponibile per rispondere a rischi che possono materializzarsi qui e ora.