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06/05/2026
Italia ed Europa, Medio Oriente e Nord Africa

Dire Straits: l’insidia asimmetrica delle mine nello Stretto di Hormuz  e il possibile ruolo dell’Italia

di Giorgio Ciampini

L’uso di mine navali nello Stretto di Hormuz è parte della strategia di guerra asimmetrica di Tehran. In questo contesto emergono limiti nelle capacità americane di garantire la bonifica di Hormuz, mentre un intervento dell’Italia all’interno di una missione internazionale per garantire un passaggio sicuro dello Stretto non può prescindere da una fine delle ostilità.

A partire dal 4 marzo, in risposta alle operazioni aeree condotte da Israele e Stati Uniti, l’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz. Tale mossa ha di fatto bloccato il traffico navale in un collo di bottiglia attraverso cui transitava circa il 25% del petrolio e il 20% del GNL trasportato via mare a livello mondiale, con pesanti conseguenze a livello globale. La chiusura dello Stretto si è accompagnata con attacchi contro le navi tramite l’uso di droni (UAV), di barchini a controllo remoto (USV) e missili, e sequestri di imbarcazioni, mentre è stato segnalato l’impiego di mine marittime. Oltre che per il blocco in sé, la riduzione del traffico marittimo è dovuta al conseguente aumento dei costi assicurativi per gli armatori, ciò ha di fatto trasformato il mercato assicurativo in uno strumento di guerra asimmetrica a disposizione dell’Iran.

La dottrina delle forze navali iraniane, in particolare della IRGCN (Marina militare del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica) è volta a sostenere uno scontro prolungato contro un avversario tecnologicamente superiore sfruttando a proprio vantaggio la configurazione geografica del campo di battaglia e strumenti della guerra asimmetrica a basso costo ma comunque efficaci. Le mine sono uno strumento che perfettamente si inserisce nella tattica iraniana. Lo Stretto di Hormuz è un passaggio obbligato e altamente trafficato, in cui le navi transitano lungo corridoi prevedibili, questo lo rende particolarmente vulnerabile alla minaccia delle mine. 

L’arsenale di mine iraniano: una minaccia complessa

L’Iran dispone di un arsenale stimato tra le 2000 e le 6000 mine di diverso tipo. Tra le varie tipologie ci sono le mine ancorate galleggianti (ad esempio le Maham-3 e Maham-1). Questi ordigni, progettati per rimanere ancorati a una profondità prestabilita, possono fare danni devastanti, tuttavia sono relativamente facili da individuare. È anche possibile che ordigni galleggianti vengano lasciati alla deriva. Sebbene vietate da trattati internazionali, mine vaganti di questo tipo sono già state utilizzate dall’Iran a partire dal 1980. 

Altri modelli (come Maham-2 e Maham-6) sono invece disposti sul fondale. Questo tipo di mine è molto più difficile da rilevare; tuttavia, può essere impiegato solo su fondali relativamente bassi. Altre mine sono dotate di sistemi propulsivi a siluro, rendendole utilizzabili da sottomarini o da installazioni a terra. Se ne fosse confermato l’impiego, la mina più pericolosa sarebbe probabilmente la EM-52 di fabbricazione cinese, secondo diverse fonti, presente da anni negli arsenali iraniani. Queste mine a propulsione a razzo possono essere posizionate su fondali fino a 200 metri e, una volta attivate, riemergono rapidamente colpendo il bersaglio in superficie.  

Sebbene gli attacchi statunitensi abbiano distrutto gran parte della Marina militare iraniana, incluse diverse navi posamine, l’IRGCN possiede ancora numerose piccole imbarcazioni in grado di trasportare e posizionare mine marittime, agendo in grandi numeri e operando da basi nascoste lungo la costa. A queste si aggiungono anche navi civili quali pescherecci. Sebbene su TRUTH il presidente Trump abbia affermato di aver ordinato di affondare qualunque imbarcazione impiegata per piazzare mine nello Stretto, l’eliminazione completa della “mosquito fleet” richiederà quindi uno sforzo maggiore rispetto a colpire unità convenzionali della Marina iraniana.  

I limiti operativi e tecnici delle operazioni di bonifica statunitensi

Un assessment del Pentagono riportato dal Washington Post afferma che l’Iran ha già piazzato almeno una ventina di mine di tipo non specificato, alcune delle quali vaganti e attivate tramite GPS e che una bonifica completa dello Stretto richiederebbe sei mesi e non potrebbe avvenire prima della fine della guerra. Fonti di Axios, tuttavia, suggeriscono che le operazioni di minamento siano più ampie e potenzialmente ancora in corso. Finora le autorità statunitensi hanno affermato che le mine rappresentino più un fastidio che una vera e propria minaccia alla navigazione, tuttavia è improbabile che le compagnie ricomincino a transitare lo Stretto senza le opportune garanzie di sicurezza.  

L’11 aprile, il CENTCOM ha confermato la preparazione del terreno per un’operazione di sminamento con l’invio nel Golfo di due cacciatorpediniere di classe Burke. Al momento, risulta che le operazioni di bonifica siano condotte prevalentemente attraverso l’uso di veicoli di superficie senza pilota (Unmanned Surface Vehicles, USV) per rilevare e potenzialmente distruggere gli ordigni. Questi dispositivi presentano però diversi limiti operativi che impediscono il loro uso per operazioni ampie e continuative. In questo scenario si pone la questione sulle criticità delle attuali capacità di Mine Countermeasures (MCM) della US Navy.

Negli ultimi anni la US Navy ha infatti investito molto nell’uso di mezzi senza pilota per svolgere funzioni di MCM, riducendo la flotta di cacciamine convenzionali. Per quasi 40 anni, la spina dorsale dell’MCM è stata composta dalle navi di classe Avenger. Queste unità sono state recentemente ritirate dal servizio e sostituite dalle Littoral Combat Ships (LCS) di classe Independence. Queste unità non sono piattaforme concepite per l’MCM, ma possono essere dotate di un modulo specifico per questo tipo di operazioni (al momento installato solo su tre unità), assieme l’utilizzo di mezzi imbarcati come gli elicotteri MH-60S e i già menzionati USV. Le LCS però non avevano visto finora servizio operativo, anzi sono state segnate da continui problemi in fase di sviluppo ed elevati costi operativi. Similmente,  l’implementazione e i test del pacchetto MCM hanno evidenziato difficoltà nel raggiungere i requisiti operativi richiesti per lo scenario di operazioni di Hormuz. 

Queste vulnerabilità strutturali nelle capacità MCM della US Navy, riconosciute già prima dell’inizio del conflitto, e i rischi di un’operazione di sminamento dello Stretto in assenza di un accordo con l’Iran fanno da contorno alle discussioni sul ruolo giocato dai paesi europei e in particolare dall’Italia.

Il possibile coinvolgimento dell’Italia in un’operazione di sminamento

In attesa di un accordo che ponga fine alla guerra, differenti nazioni stanno infatti valutando l’invio di unità navali nella regione. Dopo un primo incontro a Parigi, il 22 e 23 aprile, a Londra, si è tenuta una conferenza che ha coinvolto più di 40 nazioni per configurare “una missione multinazionale a carattere difensivo che rafforzerà la fiducia della navigazione mercantile e, se necessario, provvederà allo sminamento e alla protezione delle navi una volta cessate le ostilità”. 

L’Italia ha annunciato la disponibilità a schierare due cacciamine come parte di questa operazione. Il Capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Berutti Bergotto, intervenuto il 22 aprile in Commissione Difesa della Camera, ha ribadito come le operazioni siano estremamente delicate e impossibili da svolgere in una situazione conflittuale. L’ammiraglio ha successivamente affermato che il contributo italiano ad un’eventuale missione multilaterale dovrebbe comprendere, oltre ai cacciamine, un’unità di scorta e una di supporto logistico

Nell’ambito dell’MCM, la Marina Militare ha puntato a un approccio ibrido, sviluppando sistemi autonomi o semi autonomi, integrandoli con unità tradizionali.  Attualmente, la Marina Militare dispone di un’ampia flotta di cacciamine composta da due unità di classe Lerici e otto di classe Gaeta II Serie. A quest’ultima classe, sviluppata nei primi anni Novanta e ammodernata nel 2009, appartengono le  navi Crotone e Rimini, già impiegate in operazioni nel Mediterraneo e quindi più velocemente schierabili nell’area di Hormuz. Date le loro piccole dimensioni, per operare, i cacciamine necessiteranno di una nave di supporto, che potrebbe essere una classe Etna, una più moderna Unità Supporto Logistico (LSS) di classe Vulcano. Per contrastare la minaccia di missili, droni e barchini, la forza richiederebbe inoltre la scorta di un’unità da combattimento, probabilmente una fregata di classe Bergamini.

La possibilità di questo intervento rimane comunque subordinata a un accordo risolutivo del conflitto, che al momento, nonostante l’estensione del cessate il fuoco, appare ancora lontano. Rimane comunque la necessità di garantire al più presto la ripresa di un transito sicuro e sostenibile dello Stretto. Risulta improbabile che il vantaggio asimmetrico derivante dal controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz possa essere neutralizzato nel lungo periodo. La persistenza di questa leva strategica dovrà quindi essere considerata nella ridefinizione degli equilibri regionali post-conflitto.

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