In seguito all’escalation nel Golfo Persico la chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno e il 20% delle esportazioni globali di LNG, ha causato il blocco dei transiti marittimi nella zona, generando una significativa sospensione degli approvvigionamenti energetici globali. Impedire il passaggio e i rifornimenti attraverso il braccio di mare da cui transita un quinto del metano liquefatto e del petrolio mondiale comporta una significativa espansione dei prezzi degli stessi. Proprio tale apprezzamento dei costi sta rappresentando una criticità per i principali importatori delle risorse fossili provenienti dal Medio Oriente. Il mercato asiatico è il primo a dover fronteggiare tale questione: circa l’84% del petrolio e il 70% del GNL in transito da Hormuz sono destinati all’Asia, in particolare a Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Il mercato europeo invece, ha importato nel 2025 circa 0,6 milioni di barili al giorno di greggio e 0,5 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, oltre al 10% del GNL complessivo in transito da Hormuz (equivalente a circa il 7% degli afflussi totali di GNL in Europa).
Situazione sicuramente meno allarmante di quella asiatica ma non ininfluente. Per quanto riguarda la situazione energetica italiana, il fabbisogno di petrolio è coperto per il 41,7% dai flussi provenienti dai paesi africani (Libia, Nigeria, Niger e Algeria) seguiti da Azerbaijan (16,8%), Kazakistan (13,1%), Stati Uniti (9%) e Brasile (2,4%). A questo bilancio si aggiunge il peso del greggio proveniente dalla zona interessata dal conflitto: dal Medio Oriente, infatti, l’Italia ottiene il 12,2% delle sue importazioni di petrolio attraverso Iraq (6,1%), Arabia Saudita (5,8%), Kuwait (0,2%) e Siria (0,1%). Il GNL invece, rappresentante il 20% totale del gas importato in Italia, è fornito dal Qatar (oltre che da Usa, Angola e Nigeria).
L’innalzamento immediato dei prezzi sul mercato europeo
Nei giorni seguenti alle vicende belliche in Medio Oriente, il prezzo del gas sul principale mercato virtuale di riferimento europeo, il TTF di Amsterdam, ha registrato un aumento stabile di oltre il 50% del suo valore, toccando punte di 61,850 euro al megawattora, dato più alto dall’inizio del 2023. Per quanto riguarda il petrolio, ad una settimana dallo scoppio del conflitto del 28 febbraio 2026 il WTI americano ha guadagnato un 33% (90,12 dollari al barile) mentre il Brent ha subito un incremento del 27,3% (92,57 dollari al barile) per poi attestarsi intorno a una media di 103 dollari al barile a marzo. A ciò è legato il repentino aumento delle quotazioni di diesel (+16% circa) e benzina (+6,7% circa), con prezzi alla pompa aumentati sull’intera rete nazionale italiana di circa 9,2 centesimi per la benzina in modalità self e di 18,9 centesimi per il gasolio che talvolta supera i 2,5 euro al litro in modalità servito sulle autostrade.
Alla luce dei dati esposti, emerge chiaramente l’incisività strategica delle fonti fossili che attraversano lo stretto di Hormuz.
Mentre il conflitto e il conseguente blocco delle rotte marittime agisce da innesco per l’impennata dei prezzi di GNL, petrolio e derivati, la genesi effettiva dei rincari risiede nella convergenza di due fattori: la prevedibile, concreta carenza di nuove forniture e i relativi problemi logistici uniti alle operazioni in atto sui mercati finanziari.
Carenza di forniture e aumento dei costi di navigazione, il dato reale
A causa del conflitto, secondo la Lloyd’s Market Association di Londra le imbarcazioni ferme in prossimità dello Stretto di Hormuz hanno raggiunto quota mille a fine marzo, di cui la metà sarebbero petroliere e gasiere, con un valore complessivo dello scafo che supera i 25 miliardi di dollari. L’innalzamento dei prezzi delle fonti fossili è influenzato fortemente, tra le altre, dall’aumento dei premi di rischio delle assicurazioni e dal necessario cambio di rotta delle navi.
Si stima che i premi assicurativi marittimi per la copertura in zone belliche o ad alto rischio (Additional War Risks Premiums – AWRP) siano aumentati fino a picchi di oltre il 1000% (dallo 0,1%-0,25% pre-conflitto all’1% post-conflitto, ma il dato potrebbe raggiungere picchi del 3%) per ogni singolo transito.
Per esemplificare, una nave con un valore complessivo di 200 milioni di dollari passa dal pagamento di AWRP di 200 mila dollari (0,1%) ad una cifra di 2 milioni di dollari (1%). Oltre alla riduzione dell’offerta di imbarcazioni disposte a navigare la zona, l’attività bellica induce le compagnie navali in transito tra Asia ed Europa a privilegiare la rotta passante per il Capo di Buona Speranza piuttosto che percorrere la classica rotta passante per il Mar Rosso e il Canale di Suez, aumentando il consumo di carburante e i costi operativi derivanti dal prolungamento della navigazione per circa ulteriori dieci-quindici giorni. Per il GNL e il petrolio che parte dal Golfo Persico invece, le alternative al trasporto marittimo sono piuttosto limitate.
Oltre al blocco aereo sopra la zona interessata dal conflitto, le rotte di esportazione secondarie possibili sono piuttosto limitate: le vie più accreditate sarebbero ad esempio l’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita o l’emiratino Habshan-Fujairah ma la loro capacità totale si limita a circa 6-7 milioni di barili al giorno, insufficiente a compensare interamente le richieste del mercato. Ancora peggiore è la situazione del GNL in provenienza dal Qatar, il quale non può usufruire di metodi di trasporto completamente rimpiazzanti quello marittimo a causa della sua natura fisica.
Tali dinamiche contribuiscono al rincaro dei prezzi delle merci e delle risorse fossili necessarie al mercato asiatico ed europeo in quanto le compagnie navali e petrolifere scaricano i loro costi direttamente sulla materia prima e sui barili di greggio venduti. In questo scenario, il sistema delle scorte strategiche europee e italiane ricopre un ruolo fondamentale nell’ammortizzare l’assenza di approvvigionamenti dal Golfo Persico.
L’Italia, in linea con le direttive UE, mantiene riserve petrolifere equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette giornaliere medie e uno stoccaggio di gas del 47,6% a 96,79 TWh, al di sopra della media europea del 30% a 343 TWh, con la Germania al 20,83% a 52,3 TWh.
Tuttavia, l’incertezza sul ripristino delle rotte e la necessità di attingere a risorse di riserva innesca fenomeni di natura finanziaria i cui effetti si riversano anch’essi sul prezzo finale delle materie prime, anticipando effetti di lungo periodo.
Effetto “Rockets and Feathers”
In un conflitto in cui è coinvolto il commercio di risorse energetiche fondamentali, l’incertezza del mercato offre speculazioni redditizie. L’esempio del petrolio e dei suoi derivati è emblematico.
Il viaggio del greggio si compone di più fasi comprendenti ad esempio l’estrazione, il trasporto, la raffinazione, lo stoccaggio e la distribuzione, con una durata totale del processo che può superare il mese. Ciò significa che parte del carburante utilizzato nel primo periodo post-conflitto (marzo-aprile) è stato acquistato quando le quotazioni del petrolio avevano un valore inferiore a quello attuale.
Il mercato energetico tuttavia opera per mezzo di contratti a termine definiti futures, attraverso tali strumenti finanziari il mercato riesce a generare l’abbassamento o il rialzo dei prezzi: quando questi contratti vengono comprati intensamente alzando il prezzo del contratto stesso, il mercato globale associa il rincaro ad una scarsità imminente del bene ad esso collegato.
In un contesto di profonda instabilità come quello del Golfo Persico, il fenomeno descritto è applicabile al caso del GNL e del petrolio; gli operatori finanziari scommettono sulla futura scarsità del prodotto nonostante i primi danni finanziari del conflitto sarebbero stati visibili soltanto a distanza di almeno un mese, per ammissione dello stesso Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani.
Da quanto analizzato, è possibile sottolineare che il rincaro immediato dei prezzi di benzina e diesel, nonostante derivino in parte da scorte di petrolio acquistato con quotazioni più basse, sia il risultato di un calcolo basato sul costo del petrolio che dovrà essere acquistato in futuro a prezzi più alti (a causa dei fenomeni già illustrati e che, in caso di prolungamento del conflitto, verrebbero amplificati).
Questa situazione è perfettamente descritta dal fenomeno della trasmissione asimmetrica dei prezzi (Rockets and Feathers): una dinamica distorsiva secondo la quale il prezzo del prodotto finito cresce prontamente ogni volta che sale il prezzo delle materie prime (input), mentre impiega molto più tempo a decrescere quando il costo degli input diminuisce.
Questo fenomeno, applicato all’attuale caso dei rincari del carburante, spiega in che modo le filiere, per timore di dover comprare future scorte a prezzi record erodendo il loro guadagno, scaricano immediatamente i rincari sul consumatore finale in maniera preventiva.
La successiva discesa dei prezzi sarà invece considerevolmente più lenta per varie ragioni.
Soprattutto in regimi di oligopolio, le aziende potrebbero attendere che ad abbassare i prezzi sia dapprima il concorrente. Se nessuno scende, tutti i concorrenti possono godere di margini di profitto più alti.
A ciò si aggiunge la volontà di vendere a un prezzo superiore le scorte pagate precedentemente a caro prezzo, oltre ad una dinamica psicologica secondo cui il consumatore è più propenso a ricercare attivamente il prezzo migliore quando essi sono in aumento.
La situazione descritta unisce le criticità logistiche ed energetiche scaturite dal blocco dello Stretto di Hormuz con le conseguenze finanziarie immediate presenti sul mercato.
Lo scenario attuale conferma la logica contemporanea secondo cui ogni crisi sia l’intersezione di fattori reali e di proiezioni finanziarie; il blocco fisico impone costi oggettivi e ritardi mentre il mercato finanziario ne anticipa (e talvolta amplifica) gli effetti.Questa emergenza sottolinea la necessità di ogni Stato di agire su due binari interconnessi: diversificare i partner commerciali costruendo rotte alternative per alimentare le proprie riserve, arginando contemporaneamente la speculazione d’anticipo, rischio concreto che si sviluppa a seguito di ogni crisi.

