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07/05/2026
Europa, Relazioni Internazionali, Stati Uniti e Nord America

La NATO oltre l’ombrello USA: crisi, disimpegno e futuro europeo

di Mattia Saitta

Tra crisi funzionale, divergenze strategiche e ridefinizione della postura statunitense, la NATO attraversa una fase di trasformazione strutturale. Le tensioni emerse anche sul dossier iraniano accelerano un processo già in atto: l’erosione della garanzia americana costringe gli alleati europei a confrontarsi con i limiti della propria autonomia e con la necessità di rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza.

La crisi interna della NATO, fratture politiche e strategiche

Per oltre settant’anni, la NATO ha attraversato crisi e profonde trasformazioni che ne hanno ridefinito ruolo e funzionamento. Con il collasso dell’Unione Sovietica, l’Alleanza ha ricalibrato i propri obiettivi nell’intento di garantire tre compiti istituzionali fondamentali: la difesa collettiva, la gestione delle crisi e la cooperazione per la sicurezza, anche in presenza di divergenze tra gli alleati. Eppure, oggi, ci troviamo nuovamente di fronte a nuova crisi atlantica. 

Il ritorno alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump ha certamente accelerato queste tensioni, contribuendo a destabilizzare la coesione dell’Alleanza anche attraverso dichiarazioni controverse nei confronti della Groenlandia e di alcuni partner europei. Sarebbe però riduttivo attribuire la crisi attuale esclusivamente al fattore trumpiano: le difficoltà odierne affondano le proprie radici in fratture più profonde, che nel tempo hanno eroso la coesione politica e strategica della NATO. 

Ma quali sono, dunque, le ragioni per cui la NATO si trova oggi in una nuova fase di difficoltà? La crisi si manifesta innanzitutto come una crisi funzionale: i tre compiti fondamentali dell’Alleanza risultano sempre più difficili da attuare in modo coerente e condiviso. In questo quadro, una prima linea di frattura riguarda le divergenze strategiche tra Stati Uniti ed Europa. Washington tende a interpretare le minacce in chiave globale e competitiva, includendo scenari come il confronto con l’Iran o la competizione tra grandi potenze, mentre gli alleati europei appaiono più orientati a una gestione prudente delle crisi e attenti anche alle ricadute economiche. Le dichiarazioni del presidente Finlandese Alexander Stubb sui possibili effetti recessivi di un’escalation in Medio Oriente riflettono chiaramente questa divergenza di approccio. 

Questa distanza emerge con maggiore evidenza nei momenti di confronto politico diretto. Le tensioni tra esponenti dell’amministrazione statunitense e rappresentanti europei, come emerso durante il confronto tra Marco Rubio e Kaja Kallas al G7, rappresentano un esempio concreto di come la cooperazione transatlantica sia oggi attraversata da una crescente conflittualità diplomatica. Analogamente, le frizioni tra Trump e il Segretario generale Mark Rutte sul ruolo della NATO nella crisi iraniana mostrano un’Alleanza incapace di convergere su priorità strategiche condivise. 

A queste divergenze si aggiunge una seconda frattura strutturale: il burden sharing. Da tempo gli Stati Uniti denunciano l’insufficiente impegno europeo in termini di spesa per la difesa, contribuendo ad alimentare uno squilibrio persistente tra capacità e responsabilità. Molti Paesi europei faticano ancora a raggiungere gli obiettivi fissati in ambito NATO, rendendo questa dinamica una fonte costante di tensione interna. 

Tale squilibrio si inserisce in un quadro più ampio di crisi di fiducia politica tra le due sponde dell’Atlantico. Non si tratta più soltanto di divergenze operative, ma di una crescente distanza nella visione strategica e nella percezione reciproca, che alimenta quello che è stato definito un vero e proprio “abisso transatlantico”. 

Infine, queste dinamiche si intrecciano con un contesto strategico globale sempre più complesso. L’evoluzione del conflitto in Ucraina e il suo collegamento con altre aree di competizione, come l’attuale crisi in Medio Oriente, contribuiscono a moltiplicare i teatri di interesse e a complicare ulteriormente il coordinamento tra alleati. 

La crisi attuale della NATO non può quindi essere interpretata come un fenomeno contingente o esclusivamente legato alla leadership americana, ma come il risultato di una progressiva stratificazione di divergenze politiche, strategiche ed economiche. Il ritorno di Trump ha reso queste fratture più visibili e acute, ma non ne rappresenta l’origine: l’Alleanza entra nella crisi prima ancora del possibile disimpegno statunitense, che ne costituisce piuttosto una conseguenza.

Il possibile disimpegno americano

Se la crisi interna dell’Alleanza rappresenta il contesto strutturale delle tensioni transatlantiche, il vero nodo critico riguarda oggi il ruolo degli Stati Uniti. La questione centrale non è più soltanto se Washington intenda ridurre il proprio impegno, ma in che misura stia già ridefinendo, nei fatti, la natura della propria garanzia di sicurezza nei confronti degli alleati europei. 

In questo senso, dichiarazioni e iniziative dell’amministrazione Trump suggeriscono un uso sempre più esplicito della NATO come leva negoziale. Le minacce di imporre “conseguenze “agli alleati considerati inadempienti – soprattutto sul piano della spesa militare e del supporto operativo – indicano un tentativo di subordinare la solidarietà atlantica a criteri di utilità immediata. L’Alleanza rischia così di trasformarsi da comunità di sicurezza fondata su impegni condivisi a struttura condizionale, in cui la protezione americana non è più automatica ma negoziale

Questa logica trova espressione nel cosiddetto modello “pay-to-play”, secondo cui l’accesso pieno ai meccanismi decisionali e alle garanzie di sicurezza verrebbe subordinato al rispetto di determinati parametri di spesa. In tale prospettiva, anche l’Articolo 5 – tradizionalmente pilastro della difesa collettiva – potrebbe essere reinterpretato in chiave selettiva, escludendo di fatto gli alleati ritenuti insufficientemente contributivi. 

Accanto alla dimensione politica, esistono tuttavia vincoli giuridici che rendono complesso un disimpegno formale degli Stati Uniti dalla NATO. L’uscita dall’Alleanza richiederebbe infatti il coinvolgimento del Congresso, limitando la possibilità di una decisione unilaterale. Ne deriva un’ambiguità di fondo: le dichiarazioni di Trump possono essere lette come strumenti di pressione negoziale più che come un reale progetto di abbandono. Questa interpretazione, tuttavia, rischia di essere parziale. Il punto centrale non risiede tanto nella possibilità di uscita formale, quanto nel cambiamento della postura americana. Mettere in discussione l’utilità stessa della NATO e definirla “tigre di carta” rappresenta un salto qualitativo rispetto alle precedenti critiche, configurando un potenziale punto di non ritorno nella percezione americana.  

Alcuni sviluppi recenti sembrano confermare questa tendenza. Secondo indiscrezioni emerse all’interno del Pentagono, sarebbero state valutate opzioni per penalizzare specifici alleati, tra cui la possibilità di sospendere la Spagna da alcune dinamiche dell’Alleanza in risposta al mancato supporto nella crisi iraniana. Anche senza tradursi in decisioni formali, tali ipotesi segnalano una crescente disponibilità a differenziare gli impegni all’interno dell’Alleanza.  

Questa evoluzione incide direttamente sulla credibilità della deterrenza. La forza della NATO non risiede solo nelle capacità militari, ma nella certezza percepita dell’impegno statunitense. Le ripetute minacce di disimpegno e le tensioni con gli alleati, anche nel contesto della guerra in Iran, stanno contribuendo a erodere questa fiducia, alimentando quella che è stata definita una delle crisi più gravi nella storia dell’Alleanza.  

In questo quadro, la questione non riguarda solamente la postura americana, ma le sue conseguenze sistemiche. Se la garanzia statunitense diventa meno automatica e più selettiva, l’equilibrio su cui si è retto il sistema di sicurezza europeo per decenni entra in una fase di ridefinizione strutturale. È proprio su questo passaggio che si misura la tenuta della NATO e, soprattutto, la capacità degli alleati europei di adattarsi a un contesto in cui l’intervento americano non può più essere dato per scontato. 

Le implicazioni per gli alleati europei

Il progressivo irrigidimento delle tensioni transatlantiche e la crescente incertezza sull’impegno statunitense pongono un interrogativo centrale per gli alleati europei: la NATO può funzionare efficacemente anche in assenza della piena garanzia americana, oppure l’equilibrio di sicurezza euro-atlantico resta strutturalmente dipendente da Washington? 

In questo contesto, il dibattito sull’autonomia strategica europea si scontra con una realtà operativa molto più complessa. L’ipotesi di una “NATO europea”, capace di garantire continuità funzionale anche senza il pieno coinvolgimento degli Stati Uniti, scontra limiti militari, industriali e politici significativi. Come ha sottolineato il Segretario generale della NATO Mark Rutte, una difesa europea autonoma comporterebbe un ridimensionamento delle capacità complessive: meno risorse, minore integrazione dell’intelligence e, soprattutto, l’assenza della componente nucleare garantita dagli USA. 

I tentativi europei di rafforzare strumenti alternativi di sicurezza restano quindi condizionati dalla frammentazione delle capacità nazionali e dalla mancanza di una piena integrazione politico-militare. Anche l’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede assistenza reciproca in caso di aggressione, non dispone – a differenza dell’Articolo 5 della NATO –  di una struttura militare integrata né di un comando operativo permanente, configurandosi più come impegno politico che come reale meccanismo di deterrenza. Ne emerge un dato centrale: la sicurezza europea resta ancora fortemente legata alla garanzia statunitense. 

Anche in vista del vertice NATO di Ankara, il clima tra gli alleati appare segnato da un crescente pessimismo. Secondo diverse valutazioni, la priorità per molti Paesi europei non è più soltanto preservare il legame transatlantico, ma prepararsi concretamente all’eventualità di un suo ridimensionamento. In questo senso, si sta consolidando la convinzione che la soluzione più realistica sia rafforzare in modo significativo il pilastro europeo dell’Alleanza: da un lato per dimostrare a Washington una maggiore assunzione di responsabilità, dall’altro per costruire le basi operative necessaire nel caso in cui gli Stati Uniti riducano il proprio ruolo. 

Alla luce di queste dinamiche, la NATO non appare destinata a dissolversi, bensì a trasformarsi in un’Alleanza in cui la garanzia americana diventa meno automatica e più incerta. L’Europa non è ancora in grado di sostituire gli Stati Uniti, ma non può più presupporne la presenza incondizionata.  La risposta alla domanda iniziale resta quindi intermedia: la NATO può sopravvivere senza una piena garanzia americana, ma solo al prezzo di una profonda ricalibrazione interna, in cui il rafforzamento del pilastro europeo diventa una necessità più che una scelta.

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