Le carte geografiche si sovrappongono alle immagini ricorrenti della guerra, sintesi orribilmente violente e spaventose: solo con grande difficoltà è possibile decifrare i frattali in movimento, mettere a fuoco una panoramica della situazione. Una panoramica in grado di illuminare – ora dopo ora, giorno dopo giorno – l’evoluzione dei diversi fronti.
Per esempio, secondo una leggenda da verificare, per evitare il fuoco amico e come modalità identificativa, i contrassegni sui mezzi russi indicherebbero sia specialità che direttrici d’attacco: Z (East), ZSquare (Crimea), O (Bielorussia), V (Marines), X (Ceceni), A (Forze Speciali). In particolare, la Z sarebbe stata scelta come richiamo alla “Grande Guerra Patriottica” e alla “Lotta antifascista” perché – in russo – è la prima lettera di un potente slogan di epoca staliniana: “Za Podebu! / Per la Vittoria!”.
Leggiamo e rileggiamo le carte, ci impregniamo delle infografiche animate: improvvise fluttuazioni, congelamenti, squarci; come lo scontro di entità biologiche estremamente complesse, una sorta di disegno astratto che tentiamo di congiungere – disperatamente – all’esperienza che stiamo vivendo.
Capire, leggere, interpretare senza perdere l’empatia, il senso dell’umanità e senza permettere che il confine netto della scelta di campo si annebbi. I fantasmi ritornano. La guerra ricomincia.
Dopo la distruzione delle principali forze combattenti ucraine a ridosso del Donbass, dobbiamo prepararci (anche psicologicamente) all’assedio di Kiev e all’occupazione di Odessa (che ‘chiama’ la Transnistria): ci avviamo alle fasi finali della Campagna. Rispetto alla via occidentale alla guerra – così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss – nell’approccio russo, di fatto, manca l’uso massiccio e preventivo del ‘Potere aereo’ e questo affinché la distruzione delle infrastrutture (ponti, strade, reti) non rischi di compromettere l’operatività delle truppe di terra (mezzi corazzati e fanterie supportati da artiglierie e aviazione tattica che saturano lo ‘spazio di battaglia’, rendendo possibile lo sfondamento) a cui è affidato il compito di sopraffare il nemico e vincere. Una prolungata campagna di bombardamenti (anche per decine di giorni) è sostituita con alcune puntate locali, con l’avanzata di importanti gruppi corazzati (Main Battle Tank e blindati di varia natura).
I mezzi di queste colonne corazzate – probabilmente complice il terreno particolarmente fangoso (anomalo per la stagione) – non si sono dispiegati a ventaglio, in campo aperto, ma sono rimasti sulle rotabili, agevolando così i difensori. Forse, anche per questo – per infrangere questa resistenza locale – la componente aerea da combattimento russa sta progressivamente incrementando le proprie sortite, dopo la semi totale assenza della prima settimana. Assenza che ha dato molto da speculare agli analisti e agli esperti occidentali ma che è coerente con l’approccio dottrinario-operativo russo, considerando che, nella stessa settimana, oltre a salve di artiglieria – sui principali bersagli militari ucraini – sono stati lanciati qualcosa come 500 missili balistici. La componente elicotteristica è stata fortemente impegnata per sostenere le operazioni di aviosbarco delle prime 24 ore, mentre i mezzi da supremazia aerea sarebbero stati impiegati in un unico scontro con i mezzi nemici (un Su34s russo avrebbe abbattuto – in un combattimento manovrato – un Mig29 ucraino il 2 marzo).
Tutte le restanti perdite – sia russe che ucraine – sarebbero il frutto o di attacchi a terra (in particolare 6 Mig29 ucraini distrutti, il 27 febbraio, da un bombardamento missilistico) o di Mandap e Sam che renderebbero i cieli ucraini (ancora) particolarmente pericolosi: a un S400s russo lanciato dal territorio bielorusso – quindi dalla distanza record di 150km – si deve, per esempio, l’abbattimento, sul cielo di Kiev, del Su27 ucraino pilotato dal colonnello Oleksandr Oksanchenko, insignito post mortem del titolo di “Eroe dell’Ucraina”. Comunque, l’incremento delle operazioni aeree da parte russa ha portato con sé anche quello delle perdite: il 6 marzo sarebbero stati (il condizionale è d’obbligo perché la notizia ancora non ha avuto conferma su canali terzi) abbattuti 2 Su34, 1 Su30 e 1 elicottero Mi24/35.
Torniamo alle carte geografiche: le tendenze in atto ci mostrano la formazione di tre sacche (una a ridosso di Mariupol, un’altra più ampia nella zona sud-orientale del Paese e un’altra attorno a Kiev che anticipa la dinamica della prossima battaglia per la città) e una abbozzata verso Odessa. Quest’ultima è minacciata anche dalla Transnistria, una zona attualmente non coperta dalle operazioni in corso, ma sul cui coinvolgimento, dopo una colpevole, iniziale, disattenzione, si comincia a ragionare. Da qui l’attivismo diplomatico Usa sulla Moldavia. Anche se gli Ucraini stanno perdendo sul campo, per ora stanno vincendo la guerra mediatica con ricadute benefiche sul morale delle proprie truppe (sia regolari che paramilitari) e con l’allargamento del “fronte del sostegno”, ma di cui non è chiaro l’effettivo e concreto impatto. Nel mondo contemporaneo, i mezzi di comunicazione di massa – con la loro copertura globale e la capacità di diffondere notizie in tempo reale ma anche con la possibilità di amplificare a piacimento anche il minimo episodio (decidendo in piena autonomia il grado di rilevanza di ciascun evento) – dispongono di un immenso potere che è frutto, tra l’altro, di un vuoto di leadership politica. L’apice di questo potere, di questa massiccia capacità d’influenza sulle dinamiche d’opinione, è rappresentato dalla cosiddetta ‘videopolitica’, resa ancor più invadente dall’impatto dei social network.
La televisione (che resta il medium principale) ha dei suoi limiti strutturali, a cominciare da un eccesso di emotività, da forti esigenze di spettacolarizzazione, dalla mancanza di approfondimento, dalla propensione a sostituire la realtà con l’irrealtà. Ne consegue che la videopolitica è estremamente pericolosa, poiché obbliga i responsabili politici ad agire non sulla base di un chiaro disegno strategico ma sull’onda di impulsi immediati, provenienti dall’esterno e accresciuti dalla pressione di un’opinione pubblica emotivamente influenzata. Tutto ciò toglie razionalità alla gestione delle crisi e dei conflitti e obbliga i governi, in tali circostanze, a disporsi a combattere su due fronti: quello propriamente operativo e quello mediatico. Il prossimo epicentro di questo scontro sarà certamente – fino a quando i russi non taglieranno la possibilità di coprire effettivamente lo svolgersi degli eventi – la battaglia per Kiev, baricentrata sul ruolo e sulla personalità del presidente Zelenskij (e del sindaco Vitali Klitschko).
Come potrebbe avvenire la battaglia? I movimenti in atto ci mostrano l’ipotesi di un doppio accerchiamento: uno strategico (nel momento in cui si dovesse serrare la morsa sull’Ucraina centro orientale) e uno tattico (con la distruzione dei ponti sul Dnepr, che taglia a metà la Capitale). Questo progressivo strangolamento, più che un attacco massiccio, dovrebbe portare – per l’impossibilità di un rifornimento dall’esterno – all’esaurimento della volontà combattiva e del morale della popolazione. Quindi la domanda è: per quanto tempo Kiev sarà in grado di resistere? Proprio su questo versante si può evidenziare il tallone d’Achille russo che sta portando alla massiccia censura mediatica e alla violenta repressione delle voci dissonanti. Questa dinamica è intimamente legata al fattore tempo e benché i tempi russi non siano quelli occidentali, Mosca deve chiudere la partita prima che la morsa economico-finanziaria mini le sue istituzioni e incrini la compattezza del fronte interno, inducendo Putin ad accettare risultati limitati ma comunque pagati a duro prezzo (militare e politico): il Donbass, la continuità territoriale con la Crimea, la costa del Mar Nero fino a Odessa?
Purtroppo, questa razionalità di fondo, né una disponibilità al compromesso si stanno manifestando: i Russi stanno tornando a combattere nel modo che è loro più congeniale. Non escono dalla rete stradale per via della “rasputjtsa” ma saturano i centri di resistenza con artiglieria e missili, e rastrellano successivamente le aree urbane: chiaramente – complice il fallimento dei corridoi umanitari – le vittime civili crescono (e cresceranno) in modo esponenziale. Torniamo al tema delle sanzioni: è vero che – per giungere a una soluzione negoziale – abbiamo steso un cordone sanitario (per usare un vecchio termine) mai visto precedentemente, una “economic warfare” su ampia scala, ma la complessità e l’interconnessione creano un sistema di retroazione che non può essere controllata in termini di tempo e di magnitudo. È come il sistema climatico: ha lo stesso problema di espansione della previsione. Se si creano le condizioni di una biforcazione del sistema complesso non si può predire verso quale nuovo equilibrio esso tenderà alla fine. La guerra economica è come la guerra nucleare: il fallout prima o poi rischia di investire anche chi l’ha iniziata. Questo perché si svolgono entrambe in ambienti connessi (tutto – a vari livelli – è in comunicazione) e complessi (non governabili in toto).
E anche se la probabilità di un default della Russia è su livelli di guardia (al 6 marzo, i credit-default swap in dollari sul debito russo a cinque anni sono volati a 1.584: un valore che implica una probabilità implicita di default del 67%) questo avrà delle conseguenze devastanti sull’intero sistema economico globale ma non sappiamo se riuscirà a incidere effettivamente sul campo di battaglia in tempi utili per salvare l’Ucraina e preservarne la sovranità e una sia pur parziale integrità territoriale.
Quindi – tra i 4 scenari che anticipavo nei giorni scorsi – sembra purtroppo che stia prendendo forma una variante del terzo: pur con il collasso economico, i successi militari puntellano la leadership di Putin, tutta l’Ucraina o solo la parte orientale russofona viene inglobata definitivamente nella sfera di influenza di Mosca e una nuova ‘Cortina di ferro’ scende sull’Europa e sul mondo.
Dobbiamo prepararci a un confronto di lungo periodo. Quindi potremmo avviarci – dopo questa fase ‘calda’ – verso una nuova guerra fredda, o quanto meno intermittente.
Con l’auspicio che – temendo anche un andamento a spirale del conflitto – possa essere il popolo russo a decidere di porvi fine: anche perché quando una popolazione ‘assaggia’ il sapore della libertà – prima o poi – vuole tornare ad assaporarlo.
Ma proprio qui rischiamo un corto circuito, infatti dovremmo intenderci sul fatto che – man mano che ci spostiamo da Occidente a Oriente – il concetto di libertà si allontana dalla sfera dei diritti (vecchi e nuovi) per sovrapporsi con quella della sovranità, se non del sovranismo.
Infine, non dobbiamo dimenticare che Churchill, pur di sconfiggere la Germania, aveva messo in conto – come poi è accaduto – la (momentanea) distruzione della base economica della Gran Bretagna e la perdita (definitiva) dell’Impero.
Siamo ancora ai pedoni e già si dichiara lo scacco matto. Ma le scacchiere sono più di una.

