La decisione dell’Unione Europea di estendere le sanzioni nei confronti degli attori economici legati alla Federazione Russa anche a quelli che riescono ad eludere i divieti tramite sedi in Stati terzi, va inquadrata nelle politiche di contenimento adottate dagli Stati Uniti per contrastare le minacce all’ordine internazionale liberale. La mossa ipotizzata da Bruxelles appare tuttavia più blanda rispetto all’ipotesi di embargo totale ventilata dall’amministrazione Biden, che ha già posto delle restrizioni su alcune aziende, in larga maggioranza cinesi, coinvolte nelle triangolazioni che consentono alla Russia di rifornirsi con tecnologie occidentali potenzialmente impiegabili per un uso duale, sia civile che bellico. In linea con le misure adottate dai predecessori Trump e Obama, che hanno dato il via alle politiche di contenimento, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha proseguito su questa linea cercando una sponda anche presso gli alleati europei, chiamati anch’essi ad arginare le ambizioni revisioniste di Russia e Cina.
Il piano per il nuovo pacchetto di sanzioni, l’undicesimo a partire dall’inizio del conflitto russo-ucraino, prevede l’estensione di tali misure a soggetti terzi, finora esclusi da simili restrizioni poiché scollegati, almeno a livello formale, da quelle persone e/o entità che minacciano la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Il progetto in questione, di cui, a differenza di quanto accaduto con i precedenti pacchetti sanzionatori, non sono stati resi noti i dettagli in anticipo, prevede di estendere la lista dei soggetti sanzionati inserendovi anche quelle società, in larga parte cinesi, che forniscono alla Russia tecnologie e materiali di uso duale, vale a dire impiegabili sia a scopo civile che a scopo bellico. Le misure al vaglio delle istituzioni europee si pongono sulla scia di quelle adottate negli Stati Uniti dall’amministrazione Biden, che ha già messo nel mirino alcune aziende di semiconduttori con sede in Cina come 3Hc Semiconductors e King-Pai Technology, e altre con sede a Hong Kong come Sinno Electronics e Sigma Technology. L’accusa di fondo rivolta a tali società è quella di contribuire all’elusione delle sanzioni nei confronti della Russia continuando a fornire a Mosca le componenti elettroniche essenziali per il funzionamento della sua macchina bellica.
A finire direttamente nel mirino di Washington e di Bruxelles non sono state tuttavia solo aziende riconducibili alla Repubblica Popolare, bensì anche alcuni importatori di tecnologie occidentali con sede in Paesi terzi, che eludono le sanzioni nei confronti di Mosca riesportando verso la Russia una parte consistente di tali merci. La crescita delle interazioni commerciali tra alcuni dei Ventisette e alcuni Stati extra Ue come la Serbia, la Turchia, l’Armenia e altri, insieme al concomitante aumento delle esportazioni verso la Russia di tecnologie a uso duale provenienti dai suddetti Paesi, ha portato le autorità europee a ipotizzare l’esistenza di sistematiche operazioni commerciali atte ad aggirare le norme sanzionatorie. Secondo quanto sostenuto dai funzionari europei, anche alcuni Stati centroasiatici un tempo parte dell’Urss come il Kazakistan o il Kirghizistan sarebbero coinvolti in queste triangolazioni. Un simile giro di transazioni è quello che arriverebbero a compiere, seppur per vie parzialmente differenti, i prodotti petroliferi raffinati che da più di un anno gli Stati dell’Unione Europea importano in quantità rilevanti da Cina, Emirati Arabi e India.
L’idea di provvedimenti sanzionatori europei nei confronti degli attori economici sospettati di eludere le sanzioni occidentali verso la Russia è oggetto di ampie discussioni, dal momento che le posizioni degli Stati membri e degli organismi comunitari divergono rispetto ai tempi e ai modi di attuazione dei provvedimenti in questione. Se da un lato Paesi come la Polonia e le Repubbliche Baltiche premono per una pronta adozione di nuove sanzioni per chi elude le attuali restrizioni al commercio con Mosca; dall’altro alcuni Stati dell’Europa occidentale sono fautori di una linea più cauta e graduale nell’attuazione di misure che sancirebbero di fatto il disaccoppiamento tra le economie europee e il mercato cinese. Qualora si verificasse tale scenario, si profilerebbero dei contraccolpi economici e strategici di portata rilevante soprattutto per i Paesi dell’Unione Europea, i quali dovrebbero verosimilmente far fronte a una serie di contro-sanzioni cinesi capaci di colpire le catene del valore che interessano le industrie europee prima ancora che queste ultime vengano riorganizzate a pieno regime.
I contraccolpi di un contenimento multisettoriale di tale portata sarebbero invece assorbibili dagli Stati Uniti, che con apposite misure come l’Inflation Reduction Act hanno già iniziato a mettere in sicurezza le loro industrie strategiche contrastando la dipendenza da materiali e componenti cinesi. Tale riorganizzazione corre necessariamente parallela alle iniziative di cooperazione economica e strategica messe in atto dalla Casa Bianca al fine di incanalare investimenti statunitensi verso quegli Stati la cui collocazione geostrategica è considerata in bilico tra Stati Uniti e Cina. Tra le iniziative commerciali con secondarie finalità politiche promosse negli ultimi anni dagli Stati Uniti rientrano il cosiddetto “Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity”, lanciato nel 2022 su iniziativa di Washington insieme a 12 Stati della regione indopacifica e aperto a ulteriori adesioni, la B3W (Buid Back Better World), incentrata sulle infrastrutture strategiche e lanciata nel 2021 come risposta statunitense alla Via della Seta cinese. Di altro tenore risulta invece la Free and open Indo-pacific strategy, incentrata esplicitamente sulla protezione e sulla conseguente messa in sicurezza delle rotte commerciali indopacifiche, che permettono alle industrie occidentali di operare su scala globale.Dinanzi a un blocco sino-russo sempre più coeso di fronte al comune interesse a sfidare l’egemonia euroamericana, Washington e Bruxelles appaiono sempre più propense a mettere in campo l’arma della coercizioneeconomica, accompagnandola con la cooptazione di alleati nell’Indopacifico. Tuttavia, tra le due sponde dell’Atlantico persistono evidenti divergenze, con gli Usa che intendono inasprire la pressione sul blocco sino-russo e gli alleati europei disposti a collaborare, ma al tempo stesso timorosi per gli effetti incerti di tali operazioni. Le sanzioni finora adottate, così come quelle in discussione, non hanno ufficialmente preso di mira prodotti come i fertilizzanti o i diamanti, così come non sono riuscite ad arrestare totalmente le triangolazioni di prodotti petroliferi raffinati, che circolano tuttora tramite Paesi come la Cina e l’India, tenendo in piedi una delle più importanti fonti di entrate per il Cremlino.

