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24/07/2023
Cina e Indo-Pacifico, Russia e Spazio Post-sovietico

Per la Nato la “Indo-Pacific Strategy” è valida solo se è mediterranea

di Filippo Del Monte

È chiaro che la guerra tra Russia ed Ucraina, con Kyiv all’offensiva dalle sponde del Dnipro al Donbass, avrebbe monopolizzato - o quasi - il summit NATO a Vilnius.Ma ciò non ha comunque impedito di riflettere sulle trasformazioni strategiche di una Alleanza atlantica sempre più orientata verso l’Indo-Pacifico.

È chiaro che la guerra tra Russia ed Ucraina, con Kyiv all’offensiva dalle sponde del Dnipro al Donbass, avrebbe monopolizzato – o quasi – il summit NATO a Vilnius.Ma ciò non ha comunque impedito di riflettere sulle trasformazioni strategiche di una Alleanza atlantica sempre più orientata verso l’Indo-Pacifico.

La rivista statunitense di scuola neorealista “The National Interest” ha pubblicato un articolo interessante sul “versante mediterraneo” della Nato, mettendolo in correlazione con lo scacchiere indo-pacifico.

Se Ucraina e Taiwan sono due crisi indissolubilmente legate, Russia e Cina sono parte dello stesso “revisionismo” anti-occidentale.

Ma se gli Usa hanno individuato in Pechino il principale competitor sullo scenario mondiale, la gran parte dei governi europei non è troppo disposto ad invischiarsi in uno scontro diretto con i cinesi, un qualcosa che vada oltre le “dimostrazioni navali”, percependo, come è normale, Mosca come una minaccia più incombente e sulla quale concentrarsi.

Questa è, tutto sommato, la posizione della Francia ed anche della Germania. Di fatto, il contributo militare europeo ad una guerra tra Washington e Pechino (che sarebbe soprattutto navale) sarebbe alquanto modesto nel Pacifico.

Con lo sviluppo dell’Asia e con le “vie della seta” terrestri chiuse, fintanto che permane il braccio di ferro con Putin, il Mediterraneo è tornato a rivestire il proprio ruolo di “connettore strategico” tra Oriente e Occidente, pur in balia delle crisi sistemiche.

Il controllo dei “colli di bottiglia”, Gibilterra, come Suez o lo stretto di Malacca, è diventato essenziale ed anche Russia e Cina lo hanno compreso, come la presenza di naviglio delle due potenze revisioniste nel Mediterraneo ha fatto emergere.

Il Mare Nostrum rappresenta l’1% delle acque del globo, ma è attraversato dal 20% del traffico marittimo mondiale ed è un’area soggetta, da qualche anno a questa parte, ad una crescente presenza militare, inizialmente visibile principalmente nel dominio marittimo, ed oggi anche terrestre, dando concretezza al pericoloso fenomeno della “territorializzazione” del Mediterraneo e quindi non solo ad una forma di instabilità diffusa ma anche al rischio di conflitti convenzionali.

La maggior parte dei paesi dell’Europa meridionale è ben consapevole della crescente presenza cinese nel Mediterraneo, di cui sono sempre più preoccupati, mentre la maggior parte degli #alleati della “Nato dell’est” ha compreso nel corso degli anni che anche la strategia dirompente della Russia va a sud dal Mar Nero al Mediterraneo e in Africa (Wagner docet).

La teoria italiana del “Mediterraneo allargato” e la “Indo-Pacific Strategy” statunitense rispondono alle stesse esigenze da due prospettive diverse: mentre per Roma è fondamentale garantire la libertà di navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso quali vie d’accesso al Mediterraneo, per gli Stati Uniti è opportuno ricalibrare gli equilibri di potenza in quelle acque, con una politica che ha espanso e revisionato la “Indo-Pacific rebalancing Strategy” di Obama ed ha avuto una soluzione di continuità fini a Biden, passando per Trump. 

Entrambe queste teorie strategiche hanno un minimo comune denominatore nella stabilità geopolitica del “Cindoterraneo” e la conditio sine qua non è il contenimento delle ambizioni cinesi.

Solo legando l’agenda mediterraneo-africana a quella indo-pacifica Roma può tentare di far emergere davvero, in seno alla Nato, l’esigenza di orientarsi maggiormente sul “fronte sud”.

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