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19/05/2026
Cina e Indo-Pacifico, Stati Uniti e Nord America

Trump e Xi tra sorrisi e linee rosse: i risultati del summit a Pechino

di Sveva Pontiroli e Giovanni Chiacchio

Dal 13 al 15 maggio si è svolto l’atteso incontro tra il Presidente americano Donald Trump e il Presidente cinese Xi Jinping: è stata la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017 (sempre Trump), e il settimo incontro tra i due leader. L’incontro, posticipato a causa del recente conflitto tra Stati Uniti e Iran, ha visto l’utilizzo di toni piuttosto conciliatori tra le parti e ha mostrato una sincera volontà di mantenere relazioni pacifiche. Tuttavia, esso non ha determinato una risoluzione delle problematiche strutturali nel rapporto tra le due nazioni.

Il summit tra Trump e Xi, che ha avuto luogo a Pechino dal 13 al 15 maggio 2026, si inserisce in un percorso diplomatico avviato già con il Vertice di Busan del 30 ottobre 2025, in Corea del Sud. In quell’occasione si era tenuto il primo incontro tra il Presidente americano e il Segretario del Partito Comunista Cinese durante il secondo mandato del tycoon, e durante il meeting il capo di stato statunitense aveva annunciato la propria intenzione di visitare la Cina nell’aprile del 2026, invitando il leader cinese a visitare successivamente gli Stati Uniti. A dispetto dell’originaria pianificazione per la prima settimana di aprile, l’incontro è stato posticipato di un mese a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran. La delegazione presidenziale americana è stata arricchita dalla presenza del Segretario di Stato Marco Rubio e del Segretario della Difesa Pete Hegseth. Contestualmente, erano presenti 18 dirigenti delle più potenti aziende americane tra cui Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla e SpaceX, Kelly Ortberg di Boeing e Jensen Huang di Nvidia. Nonostante il peso della delegazione e della grande copertura mediatica, l’incontro è stato in gran parte percepito come un’iniziativa più atta a riaprire canali di dialogo che a garantire l’ottenimento di risultati concreti. 

Tra competizione e dialogo

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è coinciso con un profondo mutamento della percezione della Cina nell’ottica della politica estera americana. La National Security Strategy del 2025 ha identificato Pechino in larga misura come un competitor economico, trattandolo prevalentemente sul piano commerciale, pur ribadendo l’imperativo strategico di preservare la posizione di primato relativo degli Stati Uniti. Anche la National Defense Strategy ha indicato la volontà degli Stati Uniti di mantenere un equilibrio di potere favorevole nei riguardi della Cina, al fine di creare una situazione di stabilità accettabile per entrambi. D’altra parte, il recente báipíshū (白皮书, libro bianco) cinese relativo alla sicurezza nazionale stabilisce come il Paese miri ad una coesistenza pacifica nei riguardi degli Stati Uniti e critica l’approccio di mantenere uno dei due attori in una “posizione di forza”, presentandosi invece come una nazione il cui obiettivo consiste nella preservazione della stabilità globale. Nonostante i toni fortemente conciliatori espressi nei rispettivi documenti strategici, le due nazioni si sono ugualmente scontrate in una guerra commerciale che ha occupato gran parte del 2025, i cui strascichi sono nei fatti proseguiti sino al presente meeting, a dispetto di alcuni accordi siglati tra le parti. 

Malgrado le tensioni commerciali, i giorni precedenti all’incontro hanno trasmesso segnali di cordialità diplomatica al mondo. Dall’annuncio del meeting, i gelidi venti di confronto che attraversavano l’Oceano Pacifico si sono attenuati, e in particolare le dichiarazioni del Presidente Trump hanno avuto un approccio marcatamente collaborativo.

Da un lato, Trump è partito per l’Asia con la necessità di una vittoria diplomatica: nel contesto della crisi di Hormuz, la Cina rappresenta infatti il maggiore acquirente di petrolio iraniano con 1,5 milioni di barili al giorno. Chiunque, come Trump, dichiari di perseguire la pace in Medio Oriente, deve essere pertanto pronto a confrontarsi con Xi con toni amichevoli – o almeno, preferibilmente amichevoli.

Dall’altro lato, vi è la confidence silenziosa del Presidente Xi, sul piano sia retorico sia fattuale, ben rappresentata dalle sue dichiarazioni dello scorso anno secondo cui “l’Oriente sta sorgendo e l’Occidente è in declino” e che “il tempo e lo slancio” sono dalla parte della Cina. Tra aprile e ottobre 2025, con l’aumento dei dazi statunitensi fino al 140%, Xi si rivelò in grado di impiegare la supremazia cinese nel settore delle terre rare come strumento di pressione e obbligò Trump a porre fine all’escalation. In diverse occasioni, Pechino ha riutilizzato la medesima leva coercitiva. Nel corso dell’ultimo mese invece, gli sforzi di dedollarizzazione tra Cina e Russia non sono passati inosservati, e la Cina ha ordinato alle proprie aziende di ignorare le sanzioni americane e continuare indisturbate nei loro acquisti di petrolio iraniano.

L’impronta cooperativa americana si era già confermata all’inizio della visita, quando il Presidente cinese ha accompagnato il Presidente degli Stati Uniti in una visita al complesso di Zhōngnánhǎi (中南海) a Pechino, luogo fortemente evocativo dei valori di unione e concordia grazie ai famosi Liánlǐbǎi (连理柏) presenti: due cipressi dai tronchi alla base separati ma cresciuti intrecciati. L’impronta cooperativa cinese si è ulteriormente palesata con la fresca eppure già celebre affermazione di Xi Jinping, riportata tramite il Ministero degli Esteri cinese, che Washington e Pechino dovrebbero essere “partner, non rivali, che collaborino per avere successo e prosperità insieme” e che la loro relazione bilaterale è la più “importante del mondo”. In ogni caso, nel richiamare una “forte relazione bilaterale” si prometteva spazio per un allineamento strategico già dall’inizio, quantomeno a parole, nonostante le evidenti tensioni USA-Cina più ampie.

Cosa si è detto… e cosa non si è detto 

Rapporti commerciali Cina-USA, crisi nello Stretto di Hormuz e questione di Taiwan: questi sono gli argomenti che hanno occupato gran parte del summit. Le dichiarazioni statunitensi successive al summit si sono rivelate fortemente altisonanti, mentre le dichiarazioni cinesi particolarmente brevi e avare di dettagli. 

Sotto il profilo dei rapporti commerciali, il Presidente Trump ha annunciato di aver concluso importanti accordi. Le intese riguarderebbero l’acquisto cinese di prodotti agricoli statunitensi, di circa 200 aerei Boeing (i quali secondo Trump potrebbero arrivare a 750) e di chip Nvidia, nonché una maggiore apertura del mercato cinese alle imprese americane. Tuttavia, i media statali di Pechino non hanno confermato tali informazioni e gli eventuali termini di effettivi accordi commerciali tra le parti rimangono piuttosto indeterminati. Anche sul fronte delle terre rare la situazione rimane piuttosto tesa. Il rappresentante commerciale statunitense Jamieson Greer ha infatti dichiarato che la Cina rimane piuttosto lenta nell’approvare licenze alle esportazioni.

Ciò si è ripetuto anche in relazione alla discussione tra le parti relativa all’Iran. Il Presidente americano Trump ha indicato come gli Stati Uniti e la Cina condividano comuni aspettative circa la conclusione del conflitto e ha ribadito l’opposizione di Pechino sull’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran. Viceversa, le autorità cinesi non si sono sbilanciate sulla questione ma si sono limitate a confermare il proprio impegno verso una soluzione negoziale del conflitto, citando in particolare la proposta di pace in quattro punti presentata da Xi Jinping. L’Amministrazione Trump ha altresì annunciato di star valutando la possibilità di revocare sanzioni contro aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.

Si è poi rimarcato che la linea rossa per Xi Jinping è la questione di Taiwan. Nessuna sorpresa, visto che i báipíshū (白皮书), in particolare quelli a tema securitario dell’ultimo decennio, hanno reso la questione taiwanese sempre più centrale per la missione di “riunificazione della Cina nella nuova era”, con l’auspicio di una riunificazione pacifica ma segnando limiti temporali specifici per la sua realizzazione (anno 2050). Come era facilmente prevedibile, avvertimenti da parte cinese su Taiwan non sono mancati nel corso del summit: “Il Presidente Xi ha sottolineato al Presidente Trump che la questione di Taiwan è il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se verrà gestita correttamente, la relazione bilaterale godrà di una stabilità complessiva. In caso contrario, i due Paesi avranno scontri e persino conflitti, mettendo l’intera relazione in grave pericolo”, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning dopo l’incontro. Trump non ha dato segnali di risposta, e il monito di Pechino è stato poi ridimensionato dalla Casa Bianca: “entrambe le parti hanno ribadito le rispettive posizioni di lunga data sulla questione e tutti comprendono la posizione dell’altro”. 

Una coesistenza pacifica?

Pur avendo ricevuto ampia copertura mediatica e pur concludendosi con una dimostrazione della generale volontà da parte delle due principali potenze mondiali di mantenere relazioni pacifiche, il meeting tra Donald Trump e Xi Jinping ha visto nei fatti scarsi risultati concreti. Il leader cinese ha concordato con l’omologo statunitense una nuova visione per la costruzione di relazioni costruttive tra Stati Uniti e Cina basata sulla “stabilità strategica”, arrivando ad auspicare che la grande rinascita della nazione cinese e il movimento Make America Great Again possano andare di pari passo. 

Tuttavia, i due leader si sono astenuti dal discutere approfonditamente delle problematiche strutturali tra i due paesi, nonché dell’effettiva capacità di entrambi di riuscire a cooperare efficacemente nella risoluzione di problematiche di interesse globale. Le intese commerciali raggiunte risultano estremamente vaghe e non adeguate a risolvere le dispute che da anni affliggono le due nazioni, sebbene esse possano rappresentare un primo passo verso l’istituzione del discusso Board of Trade, un meccanismo atto a gestire le relazioni commerciali tra le due nazioni. Contestualmente, a dispetto dei toni conciliatori, la Cina ha fornito supporto indiretto all’Iran nell’ambito del conflitto con gli Stati Uniti tramite il trasferimento della componentistica dual use e di immagini satellitari. Il meeting non ha risolto questo aspetto, né ha visto la Cina offrire il suo supporto nel forzare l’Iran al tavolo delle trattative.

Con riferimento al dossier taiwanese, davanti alla continuazione della retorica intransigente da parte del Partito Comunista Cinese, Trump ha esibito esitazioni sul coinvolgimento statunitense nel garantire la sicurezza dell’isola. Prova di ciò è la procrastinazione nell’approvare il massiccio pacchetto di assistenza militare da 14 miliardi di dollari a cui il Congresso aveva dato luce verde nel gennaio 2026, nel timore che potesse rappresentare un problema durante il meeting. Questo pacchetto era stato preceduto da un altro del dicembre 2025, del valore di 11 miliardi di dollari e denominato il “più grande della storia”, al quale avevano fatto seguito intense esercitazioni militari cinesi nello Stretto di Taiwan. Trump infine ha dichiarato che il suo non-impegno in termini di vendita di armi sarà comunque seguito da scambi con il Presidente taiwanese Lai Ching-te. Proprio per questi motivi, il vice ministro del Mainland Affairs Council di Taiwan, Liang Wen-chieh, ha dichiarato di aver seguito “con grande attenzione” l’incontro tra Trump e Xi.

La situazione viene letta con preoccupazione da Taipei, in particolare dopo l’asserzione del tycoon in cui ha ribadito di non voler vedere una dichiarazione d’indipendenza che possa trascinare gli USA in un conflitto “a 15.000 chilometri da casa”. Alla domanda di Xi, che gli avrebbe chiesto se gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in difesa di Taiwan nel caso in cui la Cina attaccasse: “Questa domanda mi è stata posta oggi dal Presidente Xi. Io ho risposto: ‘Non ne parlo, non ne parlo’”. Tale dichiarazione risulta radicalmente divergente con quella rilasciata nel 2022 dall’ex Presidente statunitense Joe Biden, il quale aveva rimarcato esplicitamente l’impegno americano nel difendere Taiwan in caso di invasione.

Tra punti di discontinuità e momenti di profonda cordialità, il generale esito del summit ha visto una sostanziale continuazione della reciproca volontà delle parti di gestire le proprie relazioni sulla base della cooperazione, piuttosto che sulla competizione. Tuttavia, non aver discusso né saputo affrontare le problematiche strutturali all’interno della loro relazione bilaterale indica che, laddove non gestite correttamente, queste rischierebbero addirittura di sfociare in un vero e proprio conflitto. 

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