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13/05/2026
Cina e Indo-Pacifico, Italia ed Europa, Stati Uniti e Nord America

Guerre normative e sicurezza nazionale nelle catene del valore globali tra Cina, Stati Uniti ed Europa

di Giulia Biselli

La competizione tra grandi potenze si sta spostando dal commercio alla regolamentazione delle tecnologie critiche, ormai trasformate in leve centrali di potere geopolitico. Il tentativo di Stati Uniti e Unione Europea di ridisegnare le catene di fornitura per ridurre dipendenze strategiche ha innescato la risposta di Pechino, e l’emergere di un sistema normativo cinese alternativo.

Per decenni la globalizzazione liberale si è fondata sull’idea che commercio, tecnologia e catene di approvvigionamento fossero ambiti sostanzialmente neutrali e depoliticizzati. Oggi questa distinzione è sempre più sfumata perché settori come semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, telecomunicazioni e infrastrutture digitali sono ormai trattati come asset strategici di sicurezza nazionale e come leve di influenza economica e politica.

In questo contesto si inserisce la dinamica dell’“interdipendenza strumentalizzata”, ossia la capacità degli Stati di sfruttare la propria posizione centrale all’interno delle reti globali economiche, finanziarie e tecnologiche per esercitare un’influenza oltre i propri confini. Gli Stati Uniti hanno storicamente dominato questo spazio espandendo la propria capacità regolatoria attraverso sanzioni, export controls e la centralità del dollaro nei sistemi finanziari. Negli ultimi anni, questa proiezione di potere si è concentrata sulla dimensione normativa delle catene del valore dei settori strategici, come quello dei semiconduttori.

Nell’attuale fase di competizione sino-statunitense, gran parte di queste misure normative di controllo delle catene del valore è rivolta direttamente o indirettamente verso la Cina, come mostrano casi emblematici che coinvolgono anche imprese europee integrate nelle filiere globali, tra cui ASML e Nexperia. Tale dinamica ha però portato Pechino a costruire un proprio quadro normativo, volto a rafforzare l’autonomia regolatoria e a ridurre la vulnerabilità rispetto all’estensione extraterritoriale della normativa occidentale. 

Sta così prendendo forma un conflitto regolatorio in cui diritto economico, standard tecnici ed export controls diventano strumenti di competizione geopolitica, e in cui non solo l’Unione Europea e gli altri alleati, ma anche le imprese private, si trovano progressivamente sospese tra pressioni normative contrapposte provenienti da Washington e Pechino.

La regolamentazione occidentale delle catene di fornitura dalla prospettiva cinese

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno progressivamente adottando una serie di strumenti normativi al fine di rafforzare la sicurezza economica, proteggere le infrastrutture critiche e ridurre le dipendenze strategiche nei settori tecnologici più sensibili. 

In particolare, gli ultimi sforzi di Bruxelles si riflettono nella proposta di revisione del Cybersecurity Act e nell’Industrial Accelerator Act. La prima mira a rafforzare la sicurezza delle supply chain ICT e delle infrastrutture critiche introducendo criteri di valutazione che considerano non solo aspetti tecnici, ma anche fattori legati alla governance, alla sicurezza nazionale e al contesto geopolitico dei fornitori, che potrebbero così essere classificati come “ad alto rischio”. La seconda punta invece a rafforzare la resilienza industriale europea attraverso incentivi, appalti pubblici e sostegno alle filiere strategiche, introducendo in alcuni casi requisiti di “origine europea” per l’accesso a sussidi e programmi industriali.

Secondo Pechino queste iniziative non sono soltanto strumenti di de-risking, ma strategie geopolitiche volte ad escludere progressivamente le imprese cinesi dalle catene di fornitura europee. Attraverso il Ministero del Commercio (MOFCOM), la leadership cinese ha criticato in particolare la nozione di “fornitori ad alto rischio”, ritenuta funzionale a limitare il ruolo di aziende come Huawei e ZTE nelle infrastrutture europee (in linea con le priorità strategiche statunitensi e NATO sul 5G), e le clausole relative all’“origine europea”, considerate barriere indirette agli investimenti esteri.

Tuttavia, per la Cina, il fronte più avanzato della strategia occidentale di contenimento tecnologico rimane quello statunitense. In particolare, Pechino osserva con attenzione l’evoluzione di iniziative come il MATCH Act (Multilateral Alignment of Technology Controls on Hardware), proposta bipartisan che punta a coordinare con gli alleati occidentali le restrizioni sull’export di apparecchiature avanzate per la produzione di semiconduttori, esplicitamente qualificati come settore di sicurezza nazionale, verso la Cina. Washington ha infatti compreso che controlli puramente unilaterali sarebbero inefficaci se aziende come ASML (Paesi Bassi), Tokyo Electron (Giappone) o Samsung e SK Hynix (Corea del Sud) continuassero a fornire tecnologie avanzate a Pechino. Questo approccio viene interpretato dalla leadership cinese come una “sovraestensione del concetto di sicurezza nazionale”, finalizzata a limitare l’accesso della Cina ai segmenti più avanzati della filiera globale dei chip e ostacolare il progresso tecnologico cinese.

ASML, Nexperia/Wingtech, e la vulnerabilità delle filiere globali

I casi di ASML e Nexperia/Wingtech consentono di osservare in forma concreta la competizione normativa descritta nei paragrafi precedenti, che si materializza direttamente nelle catene di fornitura critiche.

Il primo caso riguarda l’azienda olandese ASML, che detiene una posizione quasi monopolistica nella produzione delle macchine EUV (Extreme Ultraviolet Lithography), fondamentali per la fabbricazione dei semiconduttori più avanzati utilizzati nell’intelligenza artificiale, nel supercalcolo e nelle tecnologie militari di nuova generazione. Pur essendo europea, ASML, da un lato dipende da fornitori statunitensi per componenti e tecnologie critiche (per esempio in ambito di litografia ottica avanzata, sistemi di calcolo e software industriali); e dall’altro il mercato cinese rappresenta una quota rilevante delle sue vendite. 

Questa posizione intermedia rende ASML uno dei principali nodi strategici della competizione tecnologica sino-americana. Attraverso pressioni diplomatiche, export controls e l’estensione delle normative statunitensi lungo le filiere globali dei semiconduttori, Washington è riuscita a limitare progressivamente l’accesso cinese alle tecnologie più avanzate prodotte dall’azienda, estendendo le restrizioni non soltanto alla vendita di nuove macchine EUV, ma anche ai servizi di manutenzione, aggiornamento software e supporto tecnico per gli impianti già operativi in Cina. Il risultato è che la Cina si trova costretta ad affrontare investimenti massici per accelerare strategie di sostituzione e autonomia tecnologica.

Il secondo esempio riguarda il caso della cinese Wingtech e della sua controllata olandese Nexperia, fornitore critico del settore automobilistico europeo. Nel 2025 il governo olandese è intervenuto assumendo temporaneamente il controllo della società, formalmente per evitare il trasferimento di tecnologie sensibili verso la Cina dopo l’inserimento della controllante cinese Wingtech nelle blacklist statunitensi. Pechino ha denunciato la misura come un vero e proprio “sequestro” industriale, reagendo con restrizioni sulle esportazioni di microchip e aumentando la pressione lungo la catena produttiva, in particolare sul segmento di packaging finale svolto in Cina. La crisi si è successivamente acuita con la sospensione degli account aziendali dei dipendenti della sussidiaria cinese da parte della sede centrale olandese. Ad oggi, la controversia è ancora in fase di arbitrato internazionale e Wingtech si trova esposta al rischio di delisting dai mercati azionari.

Questi casi hanno rafforzato la percezione di Pechino che l’Occidente sfrutti i colli di bottiglia delle catene del valore come leve di contenimento tecnologico, e la logica dell’“interdipendenza strumentalizzata” qui emerge quindi con particolare chiarezza. Queste imprese private non operano più in uno spazio neutrale di mercato, ma si trovano incorporate nelle dinamiche della competizione sistemica e normativa tra Washington e Pechino, diventando esse stesse nodi di pressioni geopolitiche.

La reazione di Pechino e il rafforzamento dell’arsenale normativo

La politicizzazione normativa delle catene di fornitura critiche tocca un punto cruciale: il diritto di imporre le proprie norme oltre i confini nazionali. La leadership cinese sostiene che le iniziative occidentali rappresentino un’estensione extraterritoriale giuridica illegittima e quindi ha deciso di rafforzare il proprio sistema normativo per sostenere la resilienza tecnologica nazionale e ridurre la vulnerabilità rispetto ai nodi produttivi controllati dall’Occidente.

Così il 13 aprile scorso, il Consiglio di Stato cinese ha emanato il decreto  sulle “misure per contrastare la giurisdizione extraterritoriale illegittima degli Stati stranieri”. La normativa consolida strumenti già esistenti, come l’Anti-Foreign Sanctions Law, e fornisce a Pechino una base giuridica per reagire a misure considerate discriminatorie o coercitive da parte di altri Stati, specialmente in materia di sicurezza della catena del valore. Il nuovo decreto si basa su: 1) identificazione delle misure straniere considerate illegittime; 2) blocco della conformità a determinate normative estere; 3) contromisure amministrative; 4) rimedi giuridici e richieste di compensazione per le parti danneggiate. È importante notare però che il testo introduce diversi elementi di “flessibilità” e soglie elevate per l’attivazione delle procedure, indicando che la sua applicazione non sarà automatica, ma dipenderà da valutazioni caso per caso che includono la presenza di un sufficiente nesso giurisdizionale e un impatto concreto sulla sovranità, sicurezza o interessi di sviluppo della Cina.   

A livello generale, il principale effetto immediato di tutte queste iniziative è l’aumento dell’incertezza normativa. Qualora le restrizioni occidentali sui semiconduttori dovessero intensificarsi e rientrare nel campo di applicazione della normativa cinese, le imprese multinazionali potrebbero trovarsi esposte a conflitti giuridici tra differenti ordinamenti. Nel lungo periodo quindi le aziende non dovranno più conformarsi soltanto alle regole di una singola giurisdizione, ma gestire tensioni crescenti tra sistemi normativi concorrenti che rispondono a variabili politiche. Ciò richiederà strategie di compliance più sofisticate, capacità di coordinamento transnazionale e una continua valutazione del rischio geopolitico.  

Verso una geopolitica della regolamentazione

I recenti sviluppi normativi indicano una trasformazione profonda della competizione tra grandi potenze, che non coinvolge più solo gli apparati statali, e si basa sulla capacità di controllare i nodi strategici e di imporre standard normativi oltre i propri confini nazionali. La ricerca di sicurezza economica ha prodotto una progressiva strumentalizzazione delle catene del valore, che da infrastrutture economiche sono diventate infrastrutture strategiche contese, e una dinamica simile a quella del tradizionale “dilemma della sicurezza”, dove le misure per rafforzare la sicurezza tecnologica in Occidente hanno generato risposte, spesso agonistiche, di adattamento regolatorio da parte di Pechino. 

L’effetto complessivo è una crescente frammentazione dell’ordine economico globale, particolarmente evidente nel settore dei semiconduttori. Proprio in questo ambito, il tentativo statunitense di costruire un sistema multilaterale di coordinamento tecnologico per limitare l’accesso cinese alle tecnologie più avanzate dei chip si scontra con la realtà di una già Cina profondamente integrata nelle catene del valore globali. Questa interdipendenza rende improbabile un blocco effettivo dello sviluppo tecnologico cinese, anzi, secondo diversi analisti, tali misure rischiano di aumentare i costi di accesso alle tecnologie avanzate, accelerare le strategie di autonomia industriale di Pechino e rafforzarne i legami economici con il Sud Globale.

Nel momento in cui le interdipendenze commerciali cessano di essere infrastrutture neutrali e diventano strumenti di potere regolatorio, la competizione tra grandi potenze tende a strutturarsi lungo linee sempre più nette tra blocchi geoeconomici e regimi normativi alternativi, facendo dei nodi industriali delle catene globali ad oggi uno dei principali terreni di frizione tra Stati Uniti e Cina.

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