L’attuale guerra tra Israele e Hamas permette di fare alcune osservazioni in merito allo spazio dove la guerra si alimenta e si consuma giorno per giorno. L’ambiente, infatti, si presta a essere un vero e proprio strumento di guerra attraverso una dialettica di costruzione e decostruzione del tessuto urbano. Questa modellazione dello spazio, mediante microazioni militari, è stata sperimentata dalle Forze di difesa israeliane in Cisgiordania nel corso della Seconda Intifada nel 2002 durante l’operazione militare “Scudo Difensivo”. Il presente articolo si propone di spiegare la convergenza tra teoria urbanistica e teoria militare nelle operazioni dell’esercito israeliano e quindi di dimostrare come il linguaggio teorico può diventare un’arma nei conflitti contemporanei e nelle ecologie territoriali e istituzionali che li supportano.
La teoria della “geometria urbana inversa” applicata alla guerriglia urbana
“Questa è l’essenza della guerra. Devo vincere. Devo comparire da un luogo imprevisto. Ecco perché abbiamo scelto il metodo di passare attraverso i muri […] Abbiamo preso questa microtattica e l’abbiamo trasformata in un metodo. E grazie a questo metodo siamo stati in grado di interpretare lo spazio in modo diverso.”
Queste parole pronunciate dall’ex Capo di stato maggiore generale dell’Idf, Aviv Kochavi, durante un’intervista dell’architetto israeliano Eyal Weizman, evidenziano il rapporto tra teoria e pratica. Immediatamente emerge la visione della guerra di Kochavi quale “decostruzione concettuale dell’ambiente urbano esistente, anche prima che l’operazione abbia inizio”. Egli descrive l’operazione “Scudo Difensivo” con l’espressione “geometria inversa”, definita come una riorganizzazione della sintassi urbana attraverso una serie di microazioni tattiche, tra le quali: “il passare attraverso i muri” e il muoversi come uno “sciame”. Le due nozioni sono fondamentali per comprendere le operazioni militari urbane messe in atto dall’Idf durante la lotta armata contro le forze palestinesi. Tanto è vero che la Cisgiordania diventa un laboratorio di guerriglia urbana, quale forma di guerra postmoderna in cui la città diviene il vero e proprio habitat naturale della guerra stessa e non solo mero campo di battaglia.
L’urbanistica militare dell’OTRI
Dunque, in cosa consiste nello specifico questo modus operandi delle Forze di difesa israeliane?
Innanzitutto, è bene sottolineare come il “passare attraverso il muro” e lo “sciamare” siano due tattiche consolidatesi all’interno dell’OTRI (Operational Theory Research Insitute – Israel Defense Forces), dai tratti “non lineari” – come vedremo di seguito – e che entrambe corrispondano al linguaggio della “deterritorializzazione”, ossia quella serie di operazioni volte a decostruire lo spazio circostante fino alla perdita di identità dello stesso. Il loro successo è verosimile laddove vi siano soggetti confliggenti asimmetrici, cioè quando una delle due parti è abbastanza debole e disorganizzata rispetto all’altra, la quale, invece, si presenta ben strutturata e forte (come l’esercito). Inoltre, deve sussistere uno squilibrio tecnologico, di addestramento, di forza nonché di dottrina militare tale da rendere il gioco asimmetrico.
Il “togliere spessore ai muri” e il situazionismo: abbattere le barriere
La logica del “passare attraverso i muri” si fonda sulla concezione dei conflitti urbani contemporanei imperniati su metodi volti a trasgredire i limiti imposti dalle mura domestiche e sul rompere fisicamente e oltrepassare i muri. Questa visione riprende la tecnica del “togliere spessore ai muri” dell’artista e architetto americano Gordon Matta-Clark, il quale, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, si dedicò allo smantellamento degli edifici abbandonati impiegando la sua tecnica di anarchitettura tramite l’utilizzo di martelli, scalpelli e seghe circolari, con cui l’artista tagliava le costruzioni e apriva buchi in interni domestici e industriali. Trasgressiva, antiborghese e sovversiva dell’ordine costituito, quest’arte compariva nel materiale di presentazione dell’OTRI a fianco dei varchi aperti nei muri delle abitazioni palestinesi da parte dell’Idf.
Ancora, un’altra teoria urbanistica di riferimento è stata senza dubbio la dottrina situazionista della dérive e del détournement di Guy Debord. Sia nel caso della “psicogeografia” che nel riadattamento degli edifici l’obiettivo comune era quello di abbattere le barriere tra pubblico e privato, interno ed esterno, uso e funzione, rendere perciò lo spazio privato domestico una superficie pubblica attraversabile, fluida e senza confini.
Apprezzabile la retorica, ma come parafrasare in gergo militare questi modi di fare?
Durante l’operazione “Scudo Difensivo” i soldati dell’Idf, assembrati dietro un muro, lo sfondavano con esplosioni o a colpi di martello fino a creare un vero e proprio varco all’interno della parete domestica per poi passarci attraverso. Dopo il passaggio, gli abitanti della casa venivano radunati e controllati per scovare i “sospetti”, dopodiché sequestrati in una delle stanze e costretti a rimanervi fino alla fine dell’operazione, anche per giorni interi senza beni di prima necessità e servizi igienici.
Lo “sciame intelligente” dalla forma reticolare
Contrariamente alle teorie precedenti, la teoria dello sciame trova le sue fondamenta nella dottrina militare americana nel contesto della Revolution in Military Affairs e in quella sistemica del Network Centric Warfare, che vedeva il campo delle operazioni militari come sistemi di reti distribuite nello spazio, collegate dalla tecnologia informatica. Proprio questa morfologia reticolare plasma la sopraccitata teoria, quale insieme di operazioni militari organizzate come una rete di piccole unità diffuse e molteplici, semindipendenti ma coordinate tra loro che agiscono in sinergia con tutte le altre, senza passare necessariamente dal comando centrale. Da qui l’intelligenza di sciame quale capacità di risolvere problemi e di adattarsi alle situazioni di emergenza grazie all’interazione tra i singoli senza (o con un mimino) controllo centralizzato, proprio come fanno le formiche e le api.
Ma se abbandoniamo il regno animale per scendere sul campo di battaglia, ci si accorge che il potere decisionale è decentrato e demandato alle unità operative dello sciame a cui è richiesto di far fronte alle situazioni incerte, fortuite e incontrollabili. Proprio quelle incertezze, difficoltà tecniche e fattori imponderabili che Carl Von Clausewitz, massimo teorico di strategia militare del XIX secolo, ha definito “attrito”. In sostanza, i soldati dell’Idf, muovendosi in maniera tridimensionale all’interno della dimensione domestica e attraversando il tessuto urbano – architettonico della città, trasformavano lo spazio in materia fluida, liquida, in continuo movimento, senza confini appunto. Si attuava così una vera e propria “distruzione intelligente”, ossia rimuovere una parte degli edifici senza distruggere l’intera costruzione.
In conclusione, alla luce delle seguenti considerazioni, il paradigma della “geometria inversa” è stato concepito non solo per revisionare lo spazio urbano, quale terreno di guerriglia urbana, rimescolando spazi pubblici e privati, ma anche per reinterpretare gli elementi architettonici (muri, porte e finestre) in un’ottica di sicurezza e difesa da parte dell’esercito israeliano nei confronti del popolo palestinese. Tuttavia, questa permeabilità, attraversabilità e trasparenza del Muro è sostanzialmente unilaterale e conferisce alle autorità israeliane la potestà di muoversi nei territori senza ostacoli e dunque senza confini.

