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01/08/2024
Cina e Indo-Pacifico, Europa, NATO

La NATO e l’Indo-Pacifico

di Andrei Daniel Lacanu

Il summit di Washington, svoltosi dal 9 al 12 luglio, ha segnato il 75° anniversario della NATO. Questa celebrazione è stata accompagnata da numerosi interrogativi, inclusa la stessa identità dell'alleanza. Per la terza volta, sono stati invitati e hanno partecipato i Capi di Stato di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, sollevando una domanda cruciale: la NATO dovrebbe assumere un ruolo più significativo nell’Indopacifico?

Il summit di Washington, svoltosi dal 9 al 12 luglio, ha segnato il 75° anniversario della NATO. Questa celebrazione è stata accompagnata da numerosi interrogativi, inclusa la stessa identità dell’alleanza. Per la terza volta, sono stati invitati e hanno partecipato i Capi di Stato di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, sollevando una domanda cruciale: la NATO dovrebbe assumere un ruolo più significativo nell’Indopacifico?

Novembre 2019, quando Macron definì la NATO “cerebralmente morta“, sembra ormai lontano. All’epoca, l’alleanza sembrava priva di uno scopo chiaro e messa in discussione persino dal membro principale, gli USA con Trump alla presidenza. Durante il suo mandato, Trump adottò una politica estera volta a rivedere la gestione delle alleanze, enfatizzando la necessità che gli alleati condividessero maggiormente i costi. Questa posizione minò la credibilità dell’impegno americano nella difesa degli alleati, soprattutto in combinazione con certe politiche commerciali. Da un lato, la guerra dei dazi con la Cina metteva l’Unione Europea in una posizione scomoda, poiché l’UE godeva di scambi economici e politici positivi con Pechino. Dall’altro, Trump abbandonò la Trans-Pacific Partnership, una piattaforma commerciale promossa da Obama per offrire ai paesi dell’Asia orientale e sudorientale un’alternativa alla predominanza cinese.

Joe Biden, pur non discostandosi significativamente dall’approccio di Trump verso la Cina, ha cercato di ricucire i rapporti e rassicurare gli alleati. Sul fronte atlantico, la NATO ha riguadagnato vigore a seguito dell’escalation del conflitto russo in Ucraina nel 2022. Questo evento ha compattato l’alleanza, che è anche cresciuta con l’ingresso storico di Svezia e Finlandia.

Gli eventi in Ucraina hanno avuto ripercussioni significative anche negli equilibri del Pacifico, principalmente per il ruolo della Cina. Pechino non ha mai condannato l’aggressione di Mosca, anzi, ha sostenuto la narrazione che vede la NATO come colpevole del conflitto in corso. In termini di sostegno materiale, poi, la Cina non ha supportato l’alleato con armamenti, ma con l’invio di tecnologie dual-use, ovvero componenti che possono essere impiegate sia nell’industria civile che bellica. Inoltre, la Russia, pesantemente sanzionata e bisognosa di supporto, si è rivolta alla Corea del Nord. Lo scorso giugno, Putin si è recato a Pyongyang, la prima visita di un presidente russo in 24 anni, firmando un patto di difesa con Kim Jong-un che prevede assistenza reciproca in caso di aggressione.

La tentazione di collegare le sfide di sicurezza nei due teatri è alta. Jens Stoltenberg, attuale Segretario generale della NATO, ha spesso legato, nei suoi discorsi, le sfide europee a quelle asiatiche. Questo riflette una crescente attenzione verso la Cina, evidenziata nella Dichiarazione di Londra, dove per la prima volta la Cina è stata descritta come fonte di “sfide e opportunità”. Durante il vertice NATO di Madrid del 2022, l’alleanza ha rilasciato il più recente Strategic concept, in cui si afferma che “gli sviluppi in quella regione (l’Indo-Pacifico) possono influenzare direttamente la sicurezza euro-atlantica“.

Ufficialmente, la partecipazione di Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda (gli Indo-Pacific 4) è mirata allo scambio di prospettive tra alleati e al rafforzamento della cooperazione in ambiti come la cybersicurezza, la gestione delle minacce transnazionali (terrorismo), la promozione delle norme internazionali e il miglioramento dell’interoperabilità e della cooperazione dei sistemi di difesa.

Tuttavia, la frequente menzione delle minacce transregionali alla sicurezza, in riferimento a Russia e Cina, alimenta le speculazioni su un possibile interesse della NATO ad espandere il raggio di azione oltre la sua regione storica. Queste speculazioni, però, spesso superano le difficoltà oggettive.

Due sono i livelli da considerare: strategico e politico.

A livello strategico, rafforzare i legami, se non addirittura istituzionalizzarli, tra Nato e IP4 rischia di essere controproducente. I membri europei dell’alleanza hanno un focus prettamente terrestre, sia in termini dottrinali che, di conseguenza, di struttura degli eserciti. Storicamente, infatti, la principale minaccia è stata considerata Mosca. L’Indo-Pacifico, invece, è un teatro marittimo: le aree più a rischio di escalation sono il mar cinese meridionale, il mar cinese orientale e lo stretto di Taiwan. Sventolare la Nato come potenziale strumento di deterrenza nei confronti Pechino rischia di rivelarsi una “tigre di carta”, sia perché i membri europei non hanno le capacità di operare in maniera efficace e significativa nell’area, sia perché potrebbe non esserci nemmeno la volontà politica di intervenire nel caso di reali contingenze. Questa è una lezione che si può trarre dal conflitto in Ucraina. Prima di tutto, i Paesi della Nato hanno dimostrato di non essere disposti ad intervenire direttamente a difesa di partner non membri dell’Alleanza: pertanto, aumentare la cooperazione oltre ad una certa soglia di sicurezza non è conveniente per gli IP4, dal momento che si alzerebbe il livello di tensione con Pechino ma senza alcun tipo di garanzia di difesa. Inoltre, la Nato fronteggia un numero già ampio di sfide: dagli aiuti all’Ucraina ai livelli di spesa dei governi fino all’effettiva capacità dell’industria bellica. Nonostante nel 2024 saranno 23 i Paesi a raggiungere il target Nato del 2% per la spesa in termini di difesa, la ricaduta reale dei nuovi investimenti arriverà gradualmente nel tempo.

È evidente che la spinta a rafforzare la cooperazione tra Nato e IP4 rappresenti un tentativo di porre Cina e Russia davanti ad un dilemma strategico su due fronti: tuttavia, procedere su questa strada senza concrete capacità e impegni dell’alleanza, al di là del ruolo degli USA, rischia di essere controproducente.

Arriviamo, quindi, al livello politico. Un reale ruolo della Nato nell’area rischierebbe, quindi, solo di alimentare la tensione con la Cina e, anzi, di dar forza alla narrazione di un’alleanza atlantica destabilizzatrice e faziosa. Questo aggiungerebbe complessità ad un quadro già delicato: da tempo la Cina accusa gli Stati Uniti di voler creare una struttura di alleanza in Asia simile alla Nato a fronte dell’impegno dell’amministrazione Biden di rafforzare i legami con gli alleati nella regione. Pertanto, verrebbe rafforzato il trait d’union tra Mosca e Pechino: l’antioccidentalismo. I due alleati, infatti, nonostante abbiano dichiarato un’amicizia “senza limiti”, hanno diversi interessi divergenti. Basti pensare che la Cina, benché non abbia mai condannato l’invasione, non ha mai nemmeno sostenuto l’azione di Putin in termini materiali. Quantomeno non in maniera diretta e pubblica. A questo va aggiunta la ritrovata amicizia tra Putin e Kim Jong-Un: il patto da loro siglato rappresenta un nuovo dilemma strategico non indifferente per Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Il riavvicinamento non è visto di buon occhio dalla Cina, che ha sempre perseguito una strategia di mantenimento dello status quo

Va considerata, poi, la volontà effettiva degli IP4 di avere una presenza Nato nella regione. Sebbene le posizioni variano, con il Giappone più interessato ad un simile discorso, tutti concordano che non c’è un reale bisogno della Nato. Esacerbare lo scontro politico con Pechino, Mosca e Pyongyang è foriero di più insicurezza. La cooperazione tra l’alleanza atlantica e i partner nell’Indo-Pacifico è già una realtà, incentrata su condivisione di informazioni, cooperazione nel settore della difesa, interoperabilità e cybersecurity: tuttavia, un ruolo da protagonista per la Nato nella regione sembra non essere una priorità per gli IP4. Lo stesso vale per il concetto di IP4: benché sia una denominazione ormai comunemente usata, non è sostenuta da alcun framework istituzionalizzato e non si rileva volontà politica di procedere in tal senso.

Prospettive future

L’accondiscendenza di Pechino e il patto di difesa tra Mosca e Pyongyang effettivamente spalancano le porte ad un intreccio transregionale dei vari nodi di sicurezza tra Europa e Indo-Pacifico. Tuttavia, una presenza politico-militare stabile e istituzionalizzata dell’alleanza atlantica in una regione lontana e politicamente complicata rischia di innalzare il livello di tensione piuttosto che fungere da deterrente efficace. Una strategia alternativa potrebbe essere rappresentata dal recente incremento del numero di Paesi membri che raggiungo la soglia del 2% nella spesa militare: un’Europa capace di più autonomia permetterebbe a Washington di concentrarsi maggiormente sull’Indo-Pacifico. Inoltre, con gli IP4 sarà determinante, per il versante europeo della Nato, proseguire sulla strada già avviata di cooperazione in termini di ricerca, sviluppo e produzione, esercitazioni congiunte e commercio. 

Dalla prospettiva degli IP4, è importante mantenere aperta la finestra di dialogo e rassicurazione con Pechino: è positivo, in questo senso, la ripresa del trilaterale Cina-Corea del Sud-Giappone di fine maggio, durante il quale le tre potenze si sono accordate per riprendere le trattative per un accordo di libero scambio. Inoltre, Seoul e Pechino hanno dato il via al ‘Korea-China 2+2 Diplomatic and Security Dialogue’, un importante vertice di alto profilo tra i due Paesi la cui prima seduta, ironicamente, si è svolta proprio nei giorni in cui Putin era a Pyongyang. 

Una significativa componente della deterrenza è la rassicurazione: dare alla Nato un ruolo nell’Indo-Pacifico rischia di rivelarsi una “tigre di carta” con il solo risultato di aggravare i già precari equilibri della regione.

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