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06/08/2024
Cina e Indo-Pacifico, Russia e Spazio Post-sovietico

La partnership “senza” limiti tra Russia e Cina alla prova del conflitto in Ucraina – Parte 1

di Giovanni Chiacchio

La prima fase della storia delle relazioni diplomatiche tra Russia e Cina è stata segnata da una profonda sfiducia reciproca, determinata da interessi fortemente divergenti relativi alle mire espansionistiche di entrambe le nazioni sul continente euroasiatico. Le successive rivoluzioni comuniste avvenute in entrambe le nazioni hanno determinato l’aggiunta di una componente “politica” a tale rivalità, la quale si sarebbe inserita nel più ampio contesto della Guerra Fredda.

La prima fase della storia delle relazioni diplomatiche tra Russia e Cina è stata segnata da una profonda sfiducia reciproca, determinata da interessi fortemente divergenti relativi alle mire espansionistiche di entrambe le nazioni sul continente euroasiatico. Le successive rivoluzioni comuniste avvenute in entrambe le nazioni hanno determinato l’aggiunta di una componente “politica” a tale rivalità, la quale si sarebbe inserita nel più ampio contesto della Guerra Fredda.

L’orso e il dragone

Le Nazioni russa e cinese si sono sviluppate da due centri nevralgici situati ai lati opposti della massa continentale eurasiatica. Sino alla metà del Seicento, Mosca e Pechino sono state divise da una moltitudine di popolazioni nomadi. L’intersezione tra la progressiva colonizzazione russa della Siberia e l’Asia Centrale e le campagne militari della Dinastia Qing volte a sottomettere le popolazioni nomadi a nord della Cina, determinarono i primi contatti tra i due immensi Imperi. Le relazioni tra Russia e Cina furono, sin da subito, segnate da profonde tensioni motivate dalla volontà degli Zar di estendere i propri domini nell’Asia Orientale, al fine di ottenere uno sbocco sull’Oceano Pacifico le cui acque non ghiacciassero d’inverno. La Dinastia Qing riuscì, però, a rintuzzare con estrema efficacia l’espansionismo russo, obbligando l’impero zarista ad abbandonare i territori a nord del fiume Amur mediante il Trattato di Nerchinsk del 1689. Negli anni successivi, l’Impero Cinese assunse progressivamente il controllo dello Xinjiang, mentre la Russia riuscì via via a sottomettere i vari Khanati turchi in Asia Centrale. Le relazioni diplomatiche tra le parti furono successivamente stabilizzate mediante il Trattato di Kyakhta nel 1727, che fissò le frontiere dei due Imperi e avviò, contestualmente, proficui contatti commerciali.

Il Diciannovesimo secolo vide il progressivo declino relativo della Dinastia Qing a vantaggio delle potenze europee. L’Impero Russo sfruttò abilmente a proprio vantaggio tale processo, impossessandosi prima del territorio a nord dell’Amur a seguito del Trattato dell’Aiun nel 1858 e due anni della cosiddetta “Manciuria Esterna” mediante la Convenzione di Pechino. In virtù della conquista di tale regione, l’Impero Russo ottenne finalmente uno sbocco sul mare attivo per l’intero anno mediante l’apertura del Porto di Vladivostok. La possente modernizzazione militare avviata dalla Dinastia Qing determinò un temporaneo rallentamento del processo di espansione russo a danno della Cina, obbligando l’Impero zarista ad abbandonare la regione di Ili a seguito della firma del Trattato di San Pietroburgo del 1881. L’umiliante sconfitta del modernizzato esercito cinese nella Prima guerra sino-giapponese sancì un cambiamento radicale nelle relazioni tra i due Imperi.

Di fronte al pericolo di un’espansione del ben più pericoloso Giappone, la Russia divenne il prestatore di sicurezza di ultima istanza della Dinastia Qing, forzando il Giappone a restituire alla Cina la Penisola di Liaodong e la città di Port Arthur (Lushun). Il nuovo assetto delle relazioni tra i due Imperi venne sancito dal Trattato Li Lobanov, ai sensi del quale la Russia ottenne la possibilità di impiegare i porti cinesi e di costruire una ferrovia volta a collegare i propri territori al porto di Vladivostok, in cambio della garanzia dell’integrità territoriale cinese. La Ribellione dei Boxer fornì all’Impero zarista l’occasione per occupare militarmente la Manciuria, trasformandola de facto in un territorio facente parte dei domini russi. La disastrosa sconfitta dell’Impero Russo nella Guerra russo-giapponese determinò il crollo del dominio russo in Manciuria e la contemporanea ascesa dell’Impero giapponese quale principale potenza coloniale sul territorio cinese.

L’abbattimento delle rispettive monarchie, come conseguenza della Rivoluzione Xinhai e della Rivoluzione Russa, comportò l’insorgere di un vuoto di potere nelle aree di confine. In virtù di ciò, le tensioni tra le due parti esplosero sul territorio della Mongolia, squassato da una dura guerra civile che vide opposti i resti dell’Armata Bianca russa, le forze locali fedeli alla Cina e i comunisti mongoli appoggiati dall’URSS. Il conflitto terminò con la vittoria di questi ultimi, la quale sancì la formazione in Mongolia dell’unico Stato comunista al di fuori dell’Unione Sovietica dell’epoca. Vittoriosa sul suolo mongolo, Mosca avviò una politica volta ad incrementare la propria influenza sulla debole e divisa Cina, al fine di prevenire un’eventuale ascesa del Giappone nell’area. La leadership sovietica obbligò, infatti, il nascente partito comunista locale (PCC) a collaborare politicamente con il movimento nazionalista del Kuomintang (KMT) mediante il Manifesto Sun-Joffe. Grazie al sostegno militare sovietico, il “Fronte Unito” costituito da nazionalisti e comunisti riuscì a prendere il controllo della città di Guangzhou, base di partenza per la successiva “Spedizione verso il nord”, la quale determinò la restaurazione di un governo nazionale sul suolo cinese. La successiva ascesa nel Kuomintang di Chiang Kai-shek, politico fortemente anticomunista, comportò l’espulsione del PCC dal Fronte Unito. Negli anni successivi le relazioni tra URSS e Cina furono segnate da profonde tensioni lungo le regioni della Mongolia Interna e dello Xinjiang, nonché dal supporto di Mosca al locale partito comunista nell’ambito della successiva guerra civile. Il successivo ritorno del grande rivale comune, il Giappone, avrebbe comportato un nuovo avvicinamento tra le parti.

L’insorgere della Seconda guerra sino-giapponese sancì, infatti, la comune necessità di frenare l’espansione di Tokyo sul suolo cinese. Le parti siglarono un patto di non aggressione nel 1937 e avrebbero successivamente combattuto assieme durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto, l’URSS si rivelò abile nello sfruttare la crescente forza del Partito Comunista Cinese come strumento di pressione al fine di favorire i propri interessi. Tale stato di cose determinò la firma del Trattato di Amicizia e Cooperazione del 1945, il quale sancì il riconoscimento cinese dell’indipendenza della Mongolia, nonché la concessione all’URSS del controllo della base di Port Arthur e la formazione di una joint venture per il controllo delle ferrovie della Manciuria. Al fine di impedire una ripresa della guerra civile, l’Armata Rossa occupò la Manciuria, impedendo sia al Partito Comunista Cinese che al Kuomintang di occuparla. La successiva ripresa della guerra civile, dovuta alle profonde asimmetrie di intenti tra Chiang e Mao, incrociatasi con il miglioramento dei rapporti tra il governo del KMT e gli Stati Uniti, spinsero Mosca ad abbandonare la Manciuria lasciando ai comunisti cinesi le armi sottratte ai giapponesi. La lunga guerra civile tra le parti sarebbe terminata nel 1949 con la vittoria dei comunisti e la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. 

La “falce” e il “martello”

A dispetto dell’immediata estensione del riconoscimento diplomatico sovietico al nuovo governo cinese, le tensioni tra le parti emersero in maniera pressoché immediata. Stalin nutriva, infatti, una grande sfiducia in Mao, la quale affondava le proprie radici negli anni Venti e Trenta. I costanti appelli del leader comunista cinese rivolti verso una sinizzazione del marxismo, derivante dalle necessità di adattare il comunismo alle particolari condizioni sociali cinese, furono percepiti in maniera profondamente negativa da Mosca, timorosa della diffusione di una nuova forma di marxismo potenzialmente in grado di mettere in discussione la propria egemonia sul mondo socialista. Al contempo, la formazione di un governo cinese unito e forte rappresentava un ostacolo ai piani di Stalin volti ad estendere l’influenza sovietica sulle regioni della Manciuria e dello Xinjiang. La prima visita di Mao in Unione Sovietica si rivelò estremamente problematica, in virtù della forte riluttanza di Stalin a rivedere i termini del Trattato sino-sovietico del 1945 e alla contestuale riluttanza di Mao nell’accettare un ruolo subalterno a quello dell’URSS. Il Trattato di Amicizia sino-sovietico del 1950 scontentò entrambe le parti, in quanto l’URSS fu obbligata a ritirare entro il 1952 le proprie truppe dalla base di Port Arthur, mentre la Cina venne forzata ad accettare la formazione di joint venture nella Manciuria e nello Xinjiang, trasformate in vere e proprie sfere di influenza sovietiche. Lo scoppio della Guerra di Corea risultò in un ulteriore deterioramento dei rapporti tra le parti. L’URSS, infatti, non onorò la promessa di fornire copertura aerea alle forze cinesi nella Penisola e si rifiutò altresì di impegnare le proprie forze aeree in zone vicine al fronte, indebolendo significativamente le capacità offensive cinesi. 

La morte di Stalin sembrò, in un primo momento, favorire un miglioramento delle relazioni tra le parti. Il nuovo Segretario del PCUS Nikita Chruščëv decise, infatti, di ritirare le truppe sovietiche da Port Arthur, dove erano rimaste in virtù della Guerra di Corea e di liquidare le partecipazioni di Mosca nelle joint venture in Manciuria e Xinjiang. Al contempo, l’URSS si prodigò per supportare il programma nucleare cinese, aiutando Pechino a costruire un proprio arsenale nucleare. Tuttavia, le tensioni tra le parti sarebbero riesplose in breve tempo. Il XX Congresso del PCUS, che risultò nella denuncia da parte della nuova leadership sovietica dei crimini di Stalin, venne accolto in maniera in gran parte favorevole, lodando gli intenti di Chruščëv di correggere gli errori di Stalin, ritenendo però errato rinnegare del tutto la sua figura. Al contempo, le due Nazioni assunsero una postura decisamente differente sul sistema internazionale. L’URSS adottò, infatti, una nuova dottrina di politica estera comunemente nota come “coesistenza pacifica”, fondata sull’evitare uno scontro militare tra socialismo e capitalismo in favore di una competizione pacifica che nel lungo termine avrebbe visto la vittoria del primo derivante dalle sue superiori capacità produttive. Viceversa, la Cina mantenne una posizione fortemente revisionista sul sistema internazionale, espressa dal duro scontro militare che oppose Pechino a Taiwan nel 1958. Le azioni cinesi suscitarono le ire di Mosca, che le valutò come contrarie alla propria dottrina della coesistenza pacifica. Contemporaneamente, Chruščëv mostrò di avere obbiettivi di politica estera relativi alla Cina largamente simili a quelli di Stalin. Le proposte sovietiche di costruire sul suolo cinese una stazione radio ad onde lunghe da amministrare congiuntamente e di formare una flottiglia sottomarina congiunta furono considerate da Mao come un’ingerenza negli affari interni cinesi e un ritorno alle pratiche semi coloniali che avevano contraddistinto l’uomo d’acciaio.

La profonda insofferenza di Mosca nei confronti della postura della Cina comportò dapprima l’interruzione del supporto sovietico al programma nucleare cinese e in seguito al ritiro dei propri consiglieri. La Repubblica Popolare Cinese, dal canto suo, accusò apertamente l’URSS di revisionismo, sancendo la definitiva rottura tra le parti. Il 1969 rappresentò un secondo punto di svolta nella storia delle relazioni tra URSS e Cina. Il passaggio del Vietnam del Nord all’interno della sfera d’influenza sovietica risultò una pesante sconfitta per Pechino, alle prese con la Rivoluzione Culturale. Nello stesso anno i due giganti socialisti combatterono una breve ma intensa guerra di confine, la quale rappresentò il punto più basso nelle relazioni tra le due nazioni. La minaccia di un’invasione sovietica spinse la Cina ad assumere una postura maggiormente pragmatica sul sistema internazionale, concretizzatasi mediante il progressivo riavvicinamento di Pechino agli Stati Uniti e alle Nazioni post coloniali asiatiche ed africane. Nel 1979, a seguito del rovesciamento da parte del Vietnam del regime filo cinese di Pol Pot in Cambogia, Pechino sferrò un possente attacco militare a danno di Hanoi, il quale pur non conseguendo gli obbiettivi prefissati, determinò un forte isolamento del Vietnam e mostrò l’incapacità sovietica di difendere i propri alleati. L’invasione sovietica dell’Afghanistan rafforzò le preoccupazioni della Cina circa il pericolo di un accerchiamento da parte di Mosca, in virtù della contemporanea presenza militare sovietica in Mongolia e Vietnam. Pechino rafforzò, quindi, le proprie relazioni con gli Stati Uniti venendo inserita nel programma Foreign Military Sales e fornì un rilevante supporto ai Mujaheddin afghani.

Di fronte al progressivo indebolimento dell’Unione Sovietica dovuto al disastro afghano, il Segretario del PCUS Leonid Bréžnev tenne nel 1982 uno storico discorso a Tashkent nel quale aprì per la prima volta ad un nuovo dialogo tra le parti. Il riformista Michail Gorbačëv, arrivato al potere nel 1985, decise di seguire la stessa strada. Di fronte alla possibilità di una riduzione delle tensioni con Mosca, il leader cinese Deng Xiaoping chiese il ritiro delle forze sovietiche dalle tre Nazioni limitrofe alla Cina. La decisione di Gorbačëv di ritirare un consistente quantitativo di truppe dalla Mongolia, il ritiro sovietico dall’Afghanistan e il ritiro vietnamita dalla Cambogia sancirono un netto miglioramento nelle relazioni tra le due nazioni, culminato nel 1989 con la visita di Gorbačëv in Cina, prima visita di un leader sovietico dopo trenta anni. Due anni dopo, le dispute di confine tra le parti sarebbero state in larga parte risolte mediante la firma di un accordo di demarcazione delle frontiere. Tuttavia, il nuovo status quo non avrebbe avuto lunga durata. Nel 1991 l’URSS venne dissolta, sancendo l’inizio di una nuova era nelle relazioni tra Mosca e Pechino.

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