La centralità della sicurezza energetica nel quadro della sicurezza nazionale olistica promossa da Xi Jinping risulta corroborata dalla crisi nello Stretto di Hormuz. La valutazione dell’impatto, dei rischi e delle opportunità per il sistema produttivo cinese richiede un’analisi della strategia energetica nazionale e delle opzioni disponibili nel breve, medio e lungo periodo per mitigare shock alle forniture.
Per quanto la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche regionali abbiano sconvolto l’intero ordine energetico globale, diversi analisti hanno evidenziato i rischi per la sicurezza energetica della Repubblica Popolare Cinese (RPC).
Prima economia manifatturiera globale, la Cina è il principale consumatore di energia dal 2008, e il maggiore importatore mondiale. Nel 2024, ha importato il 74% del suo fabbisogno petrolifero e il 42% di quello di gas naturale. Nel 2022 il sistema industriale cinese ha assorbito il 57% del consumo energetico nazionale, pari a circa il 15% di quello globale.
Nel 2025, il 42% del petrolio importato dalla RPC, per un volume totale di circa 4,9 milioni di barili al giorno (bpd), proveniva da Paesi del Golfo. A questi flussi si aggiungono importazioni iraniane non ufficiali, stimate intorno al 12% del totale, spesso veicolate attraverso hub intermedi (Malesia, Indonesia) per aggirare le sanzioni.
Su queste basi, diversi analisti hanno definito il blocco dello Stretto di Hormuz come una minaccia esistenziale per la sicurezza economica cinese. Risulta pertanto necessario valutare il reale grado di vulnerabilità cinese a un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas, esaminando sia le strategie già implementate sia le possibili risposte future della dirigenza politica della RPC.
Sotto la leadership di Xi Jinping, la sicurezza energetica è stata progressivamente elevata a priorità strategica. A partire dal XIII Piano quinquennale, la dimensione securitaria è prevalsa su quella ambientale, orientando la diversificazione del mix energetico, le politiche industriali a sostegno della transizione energetica e gli investimenti in infrastrutture di trasporto energetico. Tale paradigma è stato consolidato nel XIV Piano (2021-2025), conseguentemente alla crisi della fornitura di energia elettrica del 2021, e all’inizio della guerra russo-ucraina del 2022.
Transizione energetica
La transizione energetica rappresenta la principale leva di medio periodo. La Cina ha conseguito l’obiettivo fissato nel XIV Piano quinquennale (39%) relativo alla quota di generazione elettrica da fonti non fossili. La decarbonizzazione dell’industria pesante risulta inevitabilmente più lenta ma costante: nel 2025 la quota di energia non-fossile sul consumo energetico ha raggiunto il 21,7%, in linea con il target del 25% entro il 2030. Parallelamente, Pechino ha investito massicciamente in infrastrutture di trasmissione a ultralta tensione (UHV) e nell’aumento della capacità di accumulo, per risolvere il disallineamento geografico tra produzione rinnovabile e centri di consumo.
Contemporaneamente, Pechino ha sostenuto lo sviluppo delle filiere industriali legate alla transizione energetica, inserite tra le “nuove forze produttive di qualità” 新质生产力 alla base del nuovo modello di sviluppo. A partire dal XII Piano (2011-2015) il sostegno pubblico ha favorito settori quali quello del fotovoltaico, delle batterie a ioni di litio e dei veicoli elettrici, consolidando, grazie al monopolio globale sui minerali critici imprescindibili per tali filiere, la posizione dominante delle imprese nazionali a livello globale. Tuttavia, persistono inefficienze strutturali tra cui dinamiche di sovraccapacità industriale, in particolare nel settore dei pannelli solari e dei veicoli elettrici – che hanno generato pressioni deflazionistiche e fenomeni di intensa competizione interna.
Diversificazione delle importazioni
Accanto alla transizione energetica, la Cina ha perseguito una strategia di diversificazione delle importazioni per ridurre l’impatto di shock esogeni all’offerta energetica globale, finalizzata a ridurre l’elevata dipendenza dalle importazioni transitanti per lo Stretto di Malacca, circa l’80% del totale.
Tra il 2021 e il 2024 Pechino ha aumentato le importazioni petrolifere dalla Russia. La quota di petrolio russo è salita a circa il 20%, salvo diminuire nell’ultimo anno in seguito all’inasprimento delle sanzioni americane. La Cina ha ampliato anche i flussi da fornitori alternativi. In particolare, il Brasile ha incrementato significativamente (+28%) le esportazioni verso la RPC, mentre il Canada ha rafforzato il proprio ruolo di fornitore di greggio pesante (144.000bpd), essenziale per il settore petrolchimico cinese. L’aumento maggiore nel 2025 si è registrato per le importazioni dall’Indonesia, usata come hub intermedio per il petrolio iraniano.
Parallelamente, il gas naturale ha assunto un ruolo crescente nella strategia cinese di sicurezza energetica, con un aumento della domanda dell’8,4% nel 2024. L’obiettivo di Pechino è stato quello di ridurre la dipendenza dalle importazioni di GNL transitanti dallo Stretto di Hormuz, pari al 31% del totale nel 2025. In questo quadro, le importazioni di gas naturale via gasdotto dalla Russia sono triplicate (dal 13% al 38%) mentre quelle di GNL sono passate dal 6% all’11% del totale. Nel breve periodo, l’espansione dei flussi via gasdotto dalla Russia è limitata da vincoli infrastrutturali: il Power of Siberia 1 opera già a piena capacità mentre la Far Eastern Route non sarà operativa prima del 2027. Power of Siberia 2 ridurrà ulteriormente la dipendenza dal gas qatarino, ma è ancora segnato da criticità finanziarie e non sarà operativo prima della prossima decade.
Nel breve periodo, l’opzione più immediata resta quindi l’aumento delle importazioni di GNL. Pechino potrebbe incrementare i flussi di GNL dalla Russia, avendo già espanso i carichi in arrivo da progetti sanzionati come Arctic LNG 2 nel corso del 2025. Altro canale di approvvigionamento di GNL è quello con l’Australia, responsabile del 34% delle importazioni attuali.
Per mitigare i rischi associati alle rotte marittime, la Cina ha espanso le importazioni via gasdotto dall’Asia Centrale (71bcm nel 2024), diversificando le forniture russe attraverso l’espansione dei flussi dal Turkmenistan, principale fornitore (43%), e dal Kazakhstan (7%). I flussi transitano attraverso il China-Central Asia Gas Pipeline, infrastruttura chiave della BRI in fase di espansione.
Sviluppo di capacità interne: stockpiling
Per rafforzare la resilienza agli shock esogeni, la Cina ha inoltre progressivamente ampliato le proprie capacità interne alternative alle rinnovabili. Innanzitutto, a partire dal X Piano quinquennale (2001-2005), Pechino ha creato una riserva strategica di petrolio, concepita come buffer temporaneo in caso di shock alle forniture. Nel 2025, Pechino ha accelerato lo stockpiling (+430.000 bpd), sostenuto sia dal calo dei prezzi sia dall’aumento del rischio geopolitico, legato alle nuove sanzioni sul petrolio russo e all’intervento militare statunitense in Venezuela.
La riserva è oggi stimata attorno a 1,39 miliardi di barili, corrispondenti a circa 120 giorni di importazioni ai livelli del 2025. A questa si aggiungono almeno 46 milioni di barili iraniani stoccati in deposito doganale nei porti di Dalian e Zhoushan.
Il mancato ricorso a tali riserve, insieme alla continuità dei flussi iraniani non ufficiali, suggerisce una bassa percezione del rischio di breve periodo associato all’aumento dei prezzi globali.
Sviluppo di capacità interne: gli “elementi di stabilizzazione”
Inoltre, le crisi di fornitura elettrica del 2021 hanno indotto la dirigenza politica a ricalibrare le modalità della transizione energetica, riaffermando il ruolo del carbone come “elemento di stabilizzazione” 压舱石 del paniere energetico nazionale. Nonostante gli “obiettivi climatici duali” 双碳目标, il XV Piano quinquennale non prevede né un tetto né una tempistica vincolante per il picco dei consumi di carbone. Nel 2024, il carbone rappresentava ancora il 56% della produzione elettrica e, grazie all’ampia disponibilità domestica (13,3% delle riserve globali), continua a rimanere un pilastro della sicurezza energetica, complementare all’espansione delle rinnovabili.
Il settore carbonifero costituisce anche una “lifeline” per le finanze pubbliche e l’occupazione nelle province del Nord e dell’Ovest. L’alto livello di indebitamento dei governi locali, unitamente alla decentralizzazione delle spese di welfare rendono il suo mantenimento funzionale non solo alla sicurezza energetica, ma anche alla stabilità economico-fiscale.
Accanto al carbone, il nucleare svolge una funzione di stabilizzazione nella strategia energetica cinese, ed è considerato cruciale per il raggiungimento dei target climatici. A metà del 2025, la Cina disponeva di 59 reattori nucleari installati, per una capacità di circa 61 Gwe, collocandosi al terzo posto a livello globale. Ulteriori 30 Gwe di capacità sono attualmente in costruzione, nell’ambito di un programma di espansione del nucleare che renderebbe la RPC la prima al mondo per capacità installata entro il 2030. Il mancato raggiungimento del target di 70 GWe entro il 2025, fissato dal XIV Piano, e il lieve calo della quota del nucleare sul totale elettrico riflettono principalmente la crescita della domanda di elettricità e l’espansione delle rinnovabili.
Al fine di superare i colli di bottiglia legati a combustibile e tecnologia per il nucleare, Pechino ha diversificato le fonti di approvvigionamento dell’uranio, tra produzione domestica, importazioni dirette e investimenti esteri in progetti estrattivi. Sul piano tecnologico, Pechino ha promosso, a partire dal Medium- and Long-term Programme for Science and Technology Development (2006–2020) e dallo Strategic Emerging Industry Development Plan del 2010, lo sviluppo di capacità indigene, conseguendo risultati rilevanti nei reattori di terza generazione – tra cui il modello Hualong One, primo sistema PWR avanzato sviluppato autonomamente – e nei reattori ad alta temperatura raffreddati a gas (HTGR).
Parallelamente, Pechino ha conseguito una posizione avanzata sulle tecnologie di frontiera in ambito nucleare, con lo sviluppo indigeno del primo impianto dimostativo di reattore di quarta generazione su scala industriale nel 2023. Tuttavia, permangono criticità rispetto alla capacità di riprocessamento del combustibile nucleare. Inoltre, sebbene rinnovabili e nucleare siano concepite come complementari nella strategia energetica cinese, la creazione di un mercato unico dell’energia e il proseguimento dell’espansione delle rinnovabili potrebbero diminuire la competitività del nucleare in assenza di un supporto politico mirato.
Rischi e opportunità
L’analisi delle misure implementate da Pechino nell’alveo della strategia di sicurezza energetica nazionale, unitamente alla valutazione delle opzioni disponibili per mitigare l’impatto a breve termine dello shock esogeno, consente di interpretarne la postura rispetto alla crisi nello Stretto di Hormuz. La mancata attivazione della riserva strategica e il non utilizzo, allo stato attuale, del lasciapassare iraniano per le petroliere cinesi, indicano una capacità di assorbimento degli effetti a breve termine della interruzione delle forniture dal Golfo.
Filippo FabbriNel medio-lungo periodo, l’aumento dei costi energetici potrebbe comprimere i margini del tessuto produttivo, già esposto a pressioni deflazionistiche interne e a una domanda interna debole. Tuttavia, Pechino dispone di opzioni compensatorie attraverso l’espansione della produzione interna (carbone e rinnovabili), e la diversificazione delle importazioni. Gli impatti più significativi si concentrerebbero sui settori industriali maggiormente dipendenti da input energetici specifici, in particolare quelli ad alta intensità di GNL.
Nel lungo periodo, un aspetto trascurato riguarda i potenziali effetti positivi per l’industria cinese derivanti dall’ aumento della domanda globale di tecnologie propedeutiche alla transizione energetica, già osservato nel settore dei veicoli elettrici. In un contesto in cui numerosi Paesi mirano a rafforzare la propria sicurezza energetica riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, tale dinamica è destinata a sostenere la domanda di tecnologie nelle quali le imprese cinesi detengono posizioni dominanti lungo le catene del valore. Le misure implementate dal Partito negli ultimi anni risultano finalizzate ad assorbire la sovraccapacità industriale e ad attenuare le pressioni deflazionistiche interne, rafforzando al contempo la proiezione esterna dell’industria cinese. In questo quadro, le conseguenze della crisi in atto potrebbero contribuire a facilitare tale equilibrio, sostenendo la domanda estera e riducendo la necessità di interventi di supporto politico.

