La Namibia sta puntando a diventare un hub regionale e mondiale per la produzione e l’esportazione di idrogeno e prodotti industriali a “zero emissioni” grazie a questa tecnologia. Alcuni Paesi europei, soprattutto Svezia, Belgio e Germania, si sono già interessati al progetto del governo namibiano tramite finanziamenti e l’invio di esperti sul suolo africano per la formalizzazione di partnership con compagnie e industrie locali al fine di sviluppare l’altissimo potenziale energetico del Paese sudafricano. Nonostante il progetto namibiano sembri essere promettente e stia attirando sempre più attenzione anche al di fuori del continente, permangono ancora diverse criticità che potrebbero minare il desiderio della Namibia di diventare il fulcro del mercato dell’idrogeno, nonchè il suo ruolo nel commercio globale di questa risorsa.
Il potenziale namibiano e la strategia nazionale
Secondo la Green Hydrogen Organization (GH2), un’organizzazione senza scopo di lucro svizzera impegnata nel settore, la Namibia ha un potenziale di offerta di idrogeno a basso costo secondo solo al Cile, in un mercato ad oggi dominato dalla Cina e di cui i più grandi fruitori sono il Paese asiatico e l’Europa. Tale potenziale sembra essere giustificato dalla virtuale capacità energetica “green” namibiana dovuta alla sua posizione geografica che la rende una superpotenza nella produzione di energia solare ed eolica, la quale verrebbe poi impiegata nell’alimentazione della supply chain dell’ “idrogeno verde”. Secondo alcune agenzie la Namibia potrebbe produrre entro il 2030 idrogeno a basso prezzo equivalente a 1.5 dollari per Kg.
La Namibia si è dotata dal 2021 di un progetto nazionale per rendere il Paese competitivo nel settore, attirare investimenti stranieri e sviluppare le zone più remote nel sud, dove il deserto, la costa e la bassissima densità abitativa creano il substrato ottimale per la costruzione di impianti solari, eolici e di desalinizzazione. Tale progetto, denominato “Namibian Green Hydrogen Strategy” (NGHS) è stato ufficialmente presentato al resto del mondo soltanto l’anno scorso alla COP27 con il fine ultimo di raggiungere le zero emissioni entro il 2050.
Il NGHS prevede la produzione di 12 milioni di tonnellate di idrogeno per anno entro il 2050, mentre l’obiettivo di breve termine è rappresentato dalla produzione di 300 mila tonnellate annuali attraverso il programma Hyphen Tsau Khaeb, il progetto pilota lanciato grazie al consorzio energetico chiamato Hyphen Energy guidato dalla tedesca Enertrag, per la realizzazione di un impianto del valore di 9 miliardi di dollari che si estenderà per oltre 4000km2 all’interno del Tsau Khaeb National Park.
L’impianto di Tsau Khaeb sarà operativo a partire dal 2026 e sarà controllato dalla Hyphen la quale prevede la creazione di 15 mila posti di lavoro a cui se ne aggiungeranno altri 3000 negli anni successivi utilizzando, secondo le dichiarazioni, manodopera al 90% locale; in cambio la Germania riceverà energia pulita per accelerare la decarbonizzazione.
Al momento il governo namibiano sembra intenzionato a comprare il 24% delle quote del progetto, mentre la Germania ha già versato i primi 40 milioni di euro per le operazioni di sondaggio delle aree edificabili. Parte di questi fondi sono già stati impiegati nell’acquisto di 500 turbine eoliche dal Sud Africa e nella pianificazione di 40 km2 di pannelli solari.
Un secondo progetto è l’H2 di Walvis Bay, un hub infrastrutturale gestito dalla Cleanergy Solutions Namibia, una joint venture tra la compagnia namibiana privata Ohlthaver&List e la belga CMB Tech. Tale partnership è stata consolidata dalla recente visita del re del Belgio che si è mostrato molto interessato al tema dell’idrogeno e dello sviluppo dei nuovi poli industriali nel deserto. La costruzione dell’impianto è iniziata ad agosto 2023 ed entro fine anno inizierà le operazioni di estrazione dell’idrogeno.
L’interesse dei Paesi europei, Germania in primis, è rivolto soprattutto all’utilizzo dell’idrogeno per la produzione di acciaio a “impatto zero”: quella siderurgica è una delle industrie più importanti in Germania e in Europa ed essa, ogni anno, contribuisce a quasi il 10% delle emissioni totali di Co2 rendendo sempre più difficile la coesistenza tra un piano di decarbonizzazione e lo sviluppo economico, essendo l’acciaio un elemento fondamentale di tantissimi settori. Gli industriali tedeschi stanno cooperando con gli imprenditori namibiani per delocalizzare i costi e trarre vantaggio dal sistema del carbon-trading nella speranza di produrre acciaio a impatto zero utilizzando solamente fonti di energia alternative: il piano consiste nel finanziamento degli impianti di produzione dell’idrogeno in modo da poter utilizzare energia pulita, nello sviluppo di tecnologie che migliorino l’efficienza della fusione e nella realizzazione di nuove fornaci a idrogeno in grado di generare quantità di inquinamento pressoché trascurabili.
Il potenziale namibiano non è confermato solo a livello finanziario dagli ingenti investimenti esteri, ma anche sul piano del marketing dove la Namibia sta cercando di posizionarsi nel mercato globale dell’idrogeno fornendo l’immagine di un Paese affidabile e capace di mantenere le aspettative; per questo motivo, Windhoek ospiterà il prossimo settembre il Globl African Hydrogen Summit, un evento regionale che fa capo al Global Hydrogen Summit che si tiene ogni anno in Olanda.
Il tema di quest’anno è: “Dall’ambizione all’azione: alimentare la rivoluzione industriale verde d’Africa”, a sottolineare come l’obiettivo sia quello di rivoluzionare il mercato dell’idrogeno facendo perno sull’essenzialità della Namibia e del continente africano e sulla loro crescita economica e industriale che può essere stimolata dall’uso di fonti energetiche alternative secondo i dettami dello sviluppo sostenibile tanto cari ai partner esteri, soprattutto quelli occidentali.
Nonostante le premesse, il meeting sembra essere più un palcoscenico per attirare investitori occidentali e europei: tra i partecipanti di alto spessore spiccano rappresentanti di agenzie di consulenza, esperti del settore e industriali europei e namibiani, sottosegretari del ministero dell’ambiente tedesco e della Commissione Europea; mentre le rappresentanze africane sono limitate al Presidente namibiano, al Primo ministro del Burundi e al Ministro dell’energia della Repubblica del Congo-Brazzaville. L’evento sembra così essere destinato a fungere da palcoscenico per pochi Paesi africani affinché questi possano mettere in mostra i propri beni di fronte agli stakeholder occidentali, spacciando l’evento come di livello continentale ma, a conti fatti, avendo ben poco di africano.

Criticità
Nonostante le ottime premesse, la Namibia è ancora lontana dal diventare la superpotenza dell’idrogeno che tanto ambisce ad essere a causa di una serie di lacune e carenze a livello di produzione, trasporto, regolamentazione e altri fattori interni ed esterni.
Per quanto riguarda la produzione in loco, gli sforzi fatti dal governo namibiano sono un buon inizio per gettare le basi per un’ottimale produzione su scala industriale, tuttavia il Paese deficia della capacità energetica per sostenere questo sforzo industriale: sebbene, come descritto in precedenza, la Namibia abbia un potenziale solare ed eolico tra i più elevati al mondo, questo non viene sfruttato e il Paese ad oggi importa più della metà del suo fabbisogno energetico dal Sud Africa e dai Paesi limitrofi. Inoltre, la domanda di energia è destinata ad aumentare non solo a causa dell’industrializzazione, ma anche per via dell’incremento demografico che nei prossimi anni sarà un fattore comune a tutte le nazioni africane: secondo le stime, il numero di MW necessari a garantire l’accesso all’energia elettrica è destinato a raddoppiare, passando da 673MW del 2020 a 1348MW nel 2030. Al momento, l’energia prodotta in Namibia proviene da fonti rinnovabili, in particolare idroelettriche, e da fonti fossili: diventa, quindi, necessario incrementare la generazione eolica e solare non solo per accantonare le fonti fossili, ma anche perché le siccità si stanno facendo sempre più intense e frequenti a causa del cambiamento climatico minando la capacità idroelettrica nazionale e portandola al di sotto del 40%.
Sopperire alle mancanze energetiche diventa dunque fondamentale per garantire il corretto funzionamento dell’industria dell’idrogeno ed eventualmente rendere la Namibia un’esportatrice di energia ai Paesi limitrofi grazie al Southern African Power Pool, dove però dovrebbe confrontarsi con il Sud Africa che ha già anticipato la Namibia nell’esportazione di energia elettrica e di idrogeno anche se, sulla carta, la Namibia sembra avere maggiori potenzialità in termini di capacità installabile e produzione di idrogeno.
Per raggiungere il target di 10-15 milioni di tonnellate annue entro il 2050, la Namibia necessiterà circa 750TWh/anno, circa 250GW di energia solare, qualora si dovesse puntare esclusivamente sul rinnovabile e una grande parte di questa energia verrebbe impiegata nella desalinizzazione delle acque oceaniche e negli impianti di elettrolisi: per sostenere la produzione servono enormi quantità di acqua, di cui la Namibia non dispone, non solo per la creazione di idrogeno ma anche per il suo stoccaggio e trasporto e per sopperire a questa mancanza si dovranno costruire numerosi impianti di desalinizzazione in corrispondenza dei vari centri produttivi. Gli impianti oltre a consumare elevate quantità di energia, causano anche la distruzione dell’ecosistema marino circostante a causa del rilascio dei prodotti chimici con conseguente inquinamento anche del terreno circostante a cui si aggiungono gli scarichi industriali prodotti dall’elettrolisi dell’idrogeno e dalla sua produzione.
Una volta risolto il problema energetico, si dovrà di concerto rafforzare le infrastrutture per facilitare il trasporto dei materiali, collegare gli impianti ai centri di stoccaggio, alle pipeline e in ultimo ai porti o ferrovie per il trasporto dell’ammoniaca verso l’estero (l’ammoniaca funge da vettore per il trasporto dell’idrogeno che viene poi recuperato riscaldando l’ammoniaca stessa). Ad oggi tali infrastrutture non ci sono o sono presenti solo in piccola parte. Il governo ha in programma lo sviluppo infrastrutturale delle regioni interessate dall’industrializzazione anche per garantire scuole, ospedali, servizi e abitazioni nei nuovi villaggi che si verranno a creare attorno agli impianti industriali a causa dell’elevato numero di nuovi lavoratori che si sposteranno verso il sud del Paese. Secondo le stime del governo, serviranno quasi 200 miliardi di dollari di investimenti di cui la metà destinati alla produzione a monte e alle infrastrutture, mentre 30 miliardi verranno convogliati nella realizzazione dei progetti “midstream” come porti e logistica.
Per supportare le comunità locali e le supply chain lungo i vari stadi, ossia dalla produzione di energia elettrica allo stoccaggio finale, il governo namibiano ha varato il Southern Corridor Development Initiative (SCDI), una vastissima area dove la produzione locale verrà supportata in ogni suo aspetto dalla creazione di conglomerati industriali e infrastrutturali.
Un secondo nodo da districare riguarda la legislazione e regolamentazione. Al momento le direttive sono molto poche e non sembrano esserci vere e proprie linee guida sulle modalità con cui il governo abbia intenzione di portare avanti questo piano industriale, specialmente su chi otterrà i fondi esteri, come dimostrato dalla estrema riservatezza dei rappresentanti governativi: la preoccupazione è che il governo ceda al lobbying dei grandi industriali locali o che i fondi vengano dispersi in corruzione o favoritismi politici, senza tener conto della pressione esterna che verrà esercitata dagli investitori europei e alle varie condizionalità che questi imporranno sulla gestione dei suddetti finanziamenti. La strategia namibiana non dà nemmeno delucidazioni sui requisiti per le nomine locali, sulle assunzioni della manodopera, sul tipo di manodopera impiegata e nemmeno sulle questioni ambientali legate non solo all’inquinamento prodotto dagli impianti di desalinizzazione, ma anche agli effetti che i centri industriali avranno sugli ecosistemi terresti circostanti, considerando che la maggior parte di questi verranno costruiti entro i confini di parchi nazionali o riserve naturali
L’ultimo punto riguarda le reali capacità della Namibia nel creare e gestire un simile sviluppo industriale: al Paese mancano gli ingegneri e gli esperti necessari a sostenere il progetto e per questo motivo si sono intensificate le partnership con grandi industriali esteri ed esperi del settore logistico e minerario nordeuropeo per la formazione del personale namibiano. La mancanza di expertise e di know-how si ripercuote anche sul modo in cui la Namibia si interfaccerà ai partner esteri: con ogni probabilità il paese africano resterà un price taker per lungo tempo non avendo così l’autonomia decisionale sui prezzi e sul mercato dell’idrogeno restando vincolato alle richieste che vengono fatte dall’esterno. Ciò ha pesanti conseguenze su un Paese poco industrializzato e con scarse capacità manifatturiere come la Namibia rendendola dipendente dalle fluttuazioni di valuta estera, dall’andamento dei prezzi decisi da Paesi terzi e dal know-how estero nella progettazione, realizzazione e implementazione di tecnologie e processi di produzione. In futuro le cose potrebbero cambiare, ma per ora la Namibia è destinata ad essere un attore passivo in un contesto internazionale dove altri Paesi decideranno per lei.

