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24/09/2024
Cina e Indo-Pacifico

Il concetto di Indopacifico e la strategia regionale cinese

di Francesca Giordano

Il concetto di Indopacifico viene definito per la prima volta dal premier giapponese Abe Shinzo durante un discorso al Parlamento indiano nel 2007. Progressivamente, con l’ascesa cinese sullo scenario internazionale, l’Indopacifico è diventato teatro dello scontro tra Pechino e Washington. L’espansione delle partnership securitarie occidentali e la strategia militare cinese hanno contribuito a rendere il rischio di conflitto sempre più imminente. 

Il concetto di Indopacifico viene definito per la prima volta dal premier giapponese Abe Shinzo durante un discorso al Parlamento indiano nel 2007. Progressivamente, con l’ascesa cinese sullo scenario internazionale, l’Indopacifico è diventato teatro dello scontro tra Pechino e Washington. L’espansione delle partnership securitarie occidentali e la strategia militare cinese hanno contribuito a rendere il rischio di conflitto sempre più imminente. 

Nel 2007 il premier giapponese Abe Shinzo, nel discorso davanti al parlamento indiano, ha definito l’Indopacifico come “a confluence of two seas”, esortando Giappone e India a stringersi in un’alleanza strategica che avrebbe dovuto difendere i maritime commons della regione e ad impegnarsi nella promozione di valori fondamentali quali la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Il progetto di Abe Shinzo venne ripreso poi nel 2012 con una versione riformata, basata sull’idea di un security diamond: India, Giappone, Australia e lo stato delle Hawaii avrebbero dovuto formare un diamante di sicurezza per contrastare l’ascesa cinese tramite progetti infrastrutturali, interdipendenza economica e alleanze securitarie. L’Indopacifico è diventato una priorità strategica per gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, ergendosi a locus chiave per la competizione con Pechino. Si è promossa, dunque, l’idea di un Indopacifico free and open per favorire la prosperità e la stabilità mantenendo gli Stati Uniti come leader nell’ordine internazionale, oggi sempre più sfidato dal revisionismo cinese

Tuttavia, il concetto occidentale di Indopacifico mal si sposa con le aspirazioni di Pechino nella regione. Punto fondamentale da cui partire è il sogno di rinascita cinese previsto per il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare di Cina che segna il culmine di un ambizioso progetto di ascesa internazionale, volto a superare l’onta del “secolo delle umiliazioni”. Nell’occasione della ricorrenza, Pechino dovrebbe finalmente assurgere al ruolo di superpotenza nel contesto internazionale, status che attualmente spetta solo agli Stati Uniti: nel concreto, questo implica la costruzione di un ordine fondato sul concetto della cooperazione win-win, basato sulla realizzazione di progetti infrastrutturali che promuovano l’interdipendenza regionale; dunque, un luogo in cui poter esercitare soft power su medie o piccole potenze in cui Pechino sia essenziale e centrale nell’architettura regionale. Per promuovere il suo progetto di grande risorgimento, Xi si è servito del concetto di community of common destiny and shared future, alimentato dall’idea che le relazioni tra le potenze asiatiche si debbano fondare su concetti di giustizia e di equità che possano portare alla costruzione di una regione più inclusiva.  

Il Mar cinese meridionale e la strategia cinese 

In particolare, locus fondamentale dell’Indopacifico è il Mar cinese meridionale che, collegato allo Stretto di Malacca, è crocevia fondamentale tra l’Asia, l’Africa, il Medio Oriente e l’Europa. Per il Mar cinese meridionale passa il 70% del commercio mondiale e permette alla Cina l’approvvigionamento di olio e gas dal Medio Oriente; inoltre, va considerato il significativo potenziale delle riserve energetiche offerte dalla regione, che le consentirebbero di assicurarsi stabilità e sicurezza regionale. Alla luce di questi dati, da tempo la Cina rivendica la sovranità territoriale nel Mar cinese meridionale, nelle acque adiacenti, nel fondale marino e nel sottosuolo. Così, in nome di tali rivendicazioni Pechino ha cominciato a costruire delle isole artificiali che possano servire come basi infrastrutturali per proiettare potenza nella regione: nel corso degli anni, queste sono state militarizzate con sistemi missilistici antinave e antiaerei, apparecchiature laser e di disturbo e aerei da combattimento.  Inoltre, per provare a superare il “dilemma di Malacca” e proiettare potenza oltre le acque territoriali, il dragone asiatico ha sviluppato nel tempo la “string of pearl strategy” integrata nel progetto infrastrutturale Maritime Silk Road (MSR), che mira all’acquisizione dei principali porti dell’Oceano Indiano: il porto di Hambatonta nello Sri Lanka, cuore dell’Oceano Indiano e punto più vicino all’India; il porto di Chittagong in Bangladesh, definito da Pechino come il porto più importante di tutta la catena logistico-strategica; il porto di Gwadar in Pakistan. Questa strategia ha permesso a Pechino di consolidare i legami con i paesi limitrofi e di costruire delle basi ad uso duale, ovvero sia per usi civili che per usi militari. Lo sforzo nel portare avanti questi progetti simboleggia la necessità e la volontà di trasformarsi da brown-water navy, marina che riesce ad operare solo entro 200 chilometri dalle coste, senza possedere porta aerei e sottomarini, a una blue-water navy, marina oceanica che proietta potenza lontano dalle proprie coste, fino a 1.500 miglia nautiche. Attualmente, la sola blue water navy è quella statunitense e la presenza militare americana nel teatro regionale attorno alla Cina spinge Pechino a ridurre il divario e a rappresentare una minaccia concreta. In questo contesto si inserisce l’ambizioso piano cinese di trasformare la sua flotta nella più numerosa al mondo: infatti, la messa in servizio di almeno 140 nuove unità d’altura le permetterebbero di dotare la sua marina entro il 2035 di 430 unità e da tempo la marina militare cinese (PLAN) effettua delle esercitazioni nel Mar cinese meridionale per dimostrare le sue capacità militari e difensive. La strategia marittima cinese ricomprende anche la costruzione di aree A2/AD per ostacolare l’accesso agli Stati Uniti alle zone contese.  

Le partnership securitarie e il dilemma della sicurezza 

È evidente, dunque, che il progetto cinese per la regione asiatica entri inevitabilmente in contrasto con la visione di Indopacifico promossa dalle potenze occidentali. In particolare, le partnership securitarie che si sono sviluppate, come il Quad e, dal 2021, l’Aukus, hanno mirato principalmente a contenere la Cina entro i suoi confini e prevenire una sua possibile espansione. Sebbene questi progetti avessero l’obbiettivo di costruire un Indopacifico più stabile, sicuro e aperto, è evidente che abbiano invece generato attriti crescenti tra la Cina e il blocco occidentale e alimentato progressivamente il dilemma della sicurezza, contribuendo ad accrescere le tensioni e la percezione di minaccia reciproca tra le potenze regionali. Infatti, l’aumento del budget per la difesa dal 2023 al 2024 simboleggia la volontà cinese di dotarsi sempre più di tecnologie e strumenti militari avanzati. Questo trend segnala una possibile escalation della conflittualità nelle acque dell’Indopacifico, poiché potrebbe aumentare la presenza militare e le attività provocatorie in quella regione. Determinante per gli equilibri regionali è la questione di Taiwan: la riunificazione rappresenta un progetto vitale per Pechino, per completare la sua rinascita e per assicurarsi l’accesso diretto all’Oceano Pacifico e spezzare la rete di alleanze creata dall’egemone statunitense; le potenze occidentali dovranno stringersi sempre più attorno a Taipei per riuscire ad evitare l’escalation di un conflitto. L’Aukus, in particolare, è stata considerata da Pechino come una fonte di preoccupazione per il rischio di proliferazione nucleare e di una corsa agli armamenti nella regione, che potrebbe effettivamente portare alla contrapposizione di due blocchi nell’Indopacifico: da una parte alleanze guidate dagli Stati Uniti e dall’altra alleanze guidate dalla Cina, con il rischio di ulteriori stretti legami tra Pechino e Mosca per una cooperazione militare. In conclusione, l’idiosincrasia sulla questione e il rifiuto cinese del concetto di Indopacifico, alimentato dal timore di contenimento, hanno contribuito a rendere la regione sempre più securizzata e a rendere il rischio di conflitto costantemente imminente


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