La Bulgaria vive un’instabilità politica forte e duratura. Nonostante tale difficoltà, dal 24 febbraio 2022, Sofia ha intrapreso una politica pro-Kyiv. Le elezioni del 27 ottobre rappresentano un momento cruciale per determinare se l’orientamento filoccidentale diventerà sistemico o rimarrà circostanziale.
Domenica 27 ottobre 2024 si terranno nuove elezioni parlamentari in Bulgaria, la settima tornata elettorale in tre anni e mezzo. Questo nuovo appuntamento elettorale è il risultato dello stallo nei negoziati tra le principali forze politiche, i popolari e i progressisti, vincitori delle elezioni del 9 giugno. Il Presidente della Repubblica, Rumen Radev, ha rifiutato di firmare il decreto necessario per autorizzare la nomina dei ministri, bocciando così il governo ad interim guidato dall’indipendente Goritsa Grancharova-Kozhareva. La causa del blocco è la sua opposizione alla nomina di Kalin Stoyanov come Ministro degli Interni, sostenendo che “la sua permanenza in carica non garantirebbe elezioni giuste in Bulgaria”. Inoltre, Radev ha convocato per la seconda volta Dimităr Glavčev, ex presidente della Corte dei Conti bulgara, per formare un nuovo governo di transizione che conduca il Paese verso le prossime elezioni.
Secondo i sondaggi del 24 settembre 2024, il partito popolare “Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria” (GERB), guidato da Boyko Borisov, è in testa, seguito dal liberale “Movimento per i Diritti e le Libertà” (DPS) di Delyan Peevski e dalla coalizione progressista “Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DB), rappresentata da Kiril Petkov. Tuttavia, desta preoccupazione l’ascesa del partito euroscettico di estrema destra Rinascita, guidato da Kostadin Kostadinov, che ha guadagnato consensi grazie alle sue posizioni novax e pro-Cremlino. Un segno del suo successo è l’approvazione in Parlamento di una controversa modifica alla Legge 199 sull’educazione scolastica, che vieta le “attività di propaganda (…) relative all’orientamento sessuale non tradizionale e/o alla determinazione dell’identità di genere diversa da quella biologica”. L’emendamento, approvato il 16 agosto 2024 con il decisivo sostegno dei popolari, rappresenta un segnale allarmante sul fronte dei diritti civili, richiamando misure simili adottate in democrazie illiberali come Ungheria, Georgia e Russia.
Una crisi politica senza fine
L’instabilità politica di Sofia è una questione complessa che risale al 2016. Il terzo governo del Primo Ministro (PM) Borisov è stato accusato di corruzione, di state capture e di una gestione opaca della crisi pandemica. Le proteste popolari portarono alla caduta del premier, ma le elezioni del 4 aprile 2021 aprirono una spirale di crisi senza precedenti nella Bulgaria post-comunista. Nonostante le accuse al suo leader, il GERB riuscì a vincere, ma non ottenne una maggioranza sufficiente a governare. La frammentazione politica spinse Radev a convocare ripetutamente elezioni anticipate, dove partiti mainstream e gruppi antisistema si alternarono nel tentativo di formare un governo stabile.
La crisi sembrò risolversi con le elezioni del 14 novembre 2021, in cui “Continuiamo il Cambiamento”, guidato da Kiril Petkov, riuscì a formare una coalizione di governo con il sostegno dei popolari e di un piccolo partito populista, “C’è un Popolo come Questo”. Tuttavia, la stabilità durò solo sei mesi: il 22 giugno 2022 Petkov venne sfiduciato dai suoi alleati per dissidi legati alla legge di bilancio e alla politica verso la Macedonia del Nord. Ciò portò a nuove elezioni il 2 ottobre 2022 e il 2 aprile 2023. In quest’ultima tornata elettorale, il partito di Borisov tornò a rappresentare la maggioranza relativa a scapito di liberali e progressisti, mentre l’estrema destra di Rinascita si affermò come terza forza politica.
Per evitare l’inclusione di Rinascita nel governo, le forze moderate optarono per una soluzione singolare: una coalizione tra i principali partiti, con la rotazione dell’incarico di PM ogni nove mesi tra GERB e PP-DB. Tuttavia, questa fragile alleanza, guidata da Nikolai Denkov e Mariya Gabriel, non fu in grado di attuare l’accordo politico crollando dopo solo nove mesi. Dunque, Radev fu costretto a convocare una figura tecnica, l’allora Presidente della Corte dei Conti bulgara, Dimităr Glavčev, a condurre il Paese alle successive elezioni del 9 giugno 2024 in concomitanza a quelle europee. L’ennesima tornata elettorale, contrassegnata dalla affluenza più bassa di sempre (33,4%), confermò lo scenario di frammentazione politica nella quale popolari, liberali e progressisti non riuscirono a formulare una coalizione di governo giungendo alla situazione odierna.
Il disengagement dalla Russia tra luci ed ombre
La crisi interna del Paese si svolge in un contesto internazionale segnato dal conflitto russo-ucraino. Dato che il Paese si affaccia sul Mar Nero, la Bulgaria è un membro strategico per l’Unione Europea e gli Stati Uniti. La posizione di Sofia, però, è stata storicamente condizionata dal c.d. “dilemma russo” ossia come essere un Paese dentro l’Occidente senza recidere i legami storico-culturali ed economici con la Federazione Russa.
L’invasione russa dell’Ucraina ha spinto la Bulgaria ad iniziare un processo di disengagement nei confronti di Mosca. I governi bulgari succedutesi rapidamente hanno sempre dimostrato un supporto coerente e pieno a Kyiv. L’allineamento con Bruxelles e Washington non è stato passivo bensì eccezionalmente attivo. Il conflitto ha indotto la Bulgaria ad aumentare il budget per la difesa fino al 2% destinandola all’esportazione del materiale bellico in Ucraina. In ambito energetico, i governi progressisti hanno promosso la diversificazione delle forniture di petrolio e gas dall’Azerbaigian e dalla Turchia. Nel 2023, l’Assemblea Nazionale ha deciso di terminare la concessione alla compagnia petrolifera russa Lukoil del terminal “Rosenets” nel porto di Burgas. Inoltre, a provocare tensioni con il Cremlino, è stata la decisione di imporre tasse sulle importazioni delle risorse energetiche. Per ultimo, nel 2024, il PM Denkov e il ministro della Difesa, Todor Tagarev, hanno partecipato attivamente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco e al vertice del ministri della Difesa NATO a Bruxelles nella quale hanno rinnovato il supporto all’Ucraina e riconosciuto la Russia come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Questa Zeitenwende anti-russa, però, non è priva di contraddizioni. Maria Simeonova, ricercatrice presso Visegrad Insight, sottolinea come la Bulgaria non ha chiuso i rapporti con la Russia. La politica di disengagement evidenzia “la complessità delle dinamiche interne alla Bulgaria (…) [inserita] in una rete di dipendenze stabilite nel passato e di pratiche di corruzione sullo sfondo di sentimenti sociali filorussi”. Difatti, la transizione verso la linea occidentale di Sofia trova resistenze nell’opinione pubblica. Secondo l’ultimo rapporto GLOBSEC, meno della metà dei bulgari vedono Mosca come una minaccia. Anche il Presidente Radev ha espresso scetticismo verso la linea fortemente atlantista dei governi progressisti, creando un costante conflitto con Denkov.
Perciò, le elezioni del 27 ottobre assumono una rilevanza decisiva per il futuro del Paese, che dovrà risolvere i suoi problemi di politica interna per acquisire credibilità presso i partner euroatlantici. Inoltre, per contare maggiormente nell’UE rispetto al passato, Sofia dovrà convergere con le ambizioni geopolitiche della Commissione Europea rendendo strutturale la sua nuova postura internazionale.

