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31/10/2024
Cyber e Tech, Europa

Dall’IA ai microchip: il futuro tecnologico dell’UE tra fragilità, interdipendenza e opportunità

di Gregorio Staglianò

La dipendenza dell'UE da fornitori esterni di tecnologie emergenti, come IA e 5G, rende necessaria e urgente una riforma industriale per garantire a Bruxelles la sua autonomia strategica. Per competere a livello globale, l'UE deve investire nell'innovazione, attrarre talenti e diversificare le fonti di approvvigionamento tecnologico, riducendo così l'impatto di future crisi geopolitiche.

La dipendenza dell’UE da fornitori esterni di tecnologie emergenti, come IA e 5G, rende necessaria e urgente una riforma industriale per garantire a Bruxelles la sua autonomia strategica. Per competere a livello globale, l’UE deve investire nell’innovazione, attrarre talenti e diversificare le fonti di approvvigionamento tecnologico, riducendo così l’impatto di future crisi geopolitiche.

Le crisi e le tensioni internazionali degli ultimi anni, dalla pandemia di COVID-19 in poi, hanno reso evidente la profonda interdipendenza economica dell’Unione Europea con i suoi partner, ma anche la sua fragilità. Lo sviluppo e la crescita dei legami economici e politici tra l’UE e il resto del mondo è stata resa possibile da condizioni interne ed esterne profondamente favorevoli, da un ordine globale prevalentemente modellato sulla base dei valori e delle idee occidentali. Il benessere europeo si è basato negli ultimi decenni sull’energia a basso costo proveniente dalla Russia, sull’apertura del mercato cinese e sul fatto che la spesa per la difesa fosse coperta dagli Stati Uniti. Questi presupposti oggi non esistono più. A lanciare l’allarme è stato, da ultimo, l’ex Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, nel suo Rapporto sul futuro della competitività europea presentato alla Commissione Europea lo scorso 9 settembre. Tensioni domestiche ed internazionali stanno ponendo numerosi interrogativi allo stato della leadership europea, mentre sullo sfondo infuria la competizione tra Cina e Stati Uniti, con potenziali rischi di shock alle catene di approvvigionamento, sia fisiche che digitali. E l’Europa, in questo disordine, rischia di perdere l’appuntamento con la Storia.  

Nel settore tecnologico l’UE è legata profondamente ad una serie di fornitori esterni, specie con riguardo alle tecnologie emergenti – IA, 5G, cloud computing – o all’industria dei semiconduttori. Tale dipendenza rende l’UE “ostaggio” dei rischi che possono provenire dalle crisi e dalle tensioni geopolitiche, come quelle attorno a Taiwan, principale produttore di microchip a livello globale, o attorno alla guerra in Ucraina. Le conseguenze relative ad un peggioramento delle condizioni in uno dei teatri strategici di rilievo, mostrerebbero – com’è già successo durante la pandemia – tutta la vulnerabilità dell’UE in settori tecnologici chiave

La guerra in Ucraina, per esempio, continua a scuotere l’economia globale, in particolare nei settori dell’energia e delle materie prime, ma anche indirettamente sulla fornitura tecnologica di gran parte della società più tecnologicamente avanzate. La Russia è uno dei principali esportatori di gas nobili, che servono per produrre semiconduttori, come neon e palladio. A loro volta, i semiconduttori sono necessari al funzionamento di miliardi di dispositivi elettronici, dagli smartphone ai sistemi d’arma più avanzati. L’interruzione di queste forniture, a causa delle sanzioni, ha già incrinato la catena di approvvigionamento di componenti critici per le molte industrie tecnologiche europee, dai produttori di automobili ai dispositivi elettronici.

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno acuito la competizione tecnologica globale, con una crescente frammentazione della catena di fornitura globale. L’UE, che dipende in larga misura da fornitori esterni per componenti come semiconduttori – importandone l’80% da Taiwan e dalla Corea del Sud – apparecchiature di telecomunicazione e tecnologie 5G-related ha fortemente risentito dei blocchi e delle restrizioni impostate dagli USA sulle esportazioni di tecnologia avanzata verso la Cina. A questa “guerra” l’UE aveva risposto con l’approvazione dello European Chips Act nel 2022, con l’intenzione di costruire una catena del valore europea. Nonostante gli sforzi però, Bruxelles non ha ancora posto solide basi per una radicale riforma del suo comparto industriale nel settore tecnologico per compensare eventuali shock geopolitici, prevenire distorsioni del mercato e creare migliaia di posti di lavoro in un settore chiave.

Inoltre, l’onda lunga delle interruzioni e dei ritardi globali post-pandemici fa ancora sentire il proprio eco. Sebbene siano ormai passati quattro anni, si manifestano ancora ragguardevoli ritardi nella produzione e nella consegna di componenti tecnologici, come chip e materiale high-tech.

Le tecnologie emergenti non sono più un’opzione di nicchia, ma una necessità strategica per qualsiasi economia che aspiri a mantenere un ruolo di leadership globale. Settori come l’IA, la robotica, il quantum computing, le biotecnologie e le energie rinnovabili rappresentano il futuro della produttività economica e i perni della competitività internazionale. Senza considerare l’impatto che le nuove tecnologie come l’IA hanno nel settore della difesa, così profondo da poter potenzialmente trasformare il modo in cui la sicurezza nazionale e la difesa europea vengono concepite e gestite, non solo a livello operativo ma anche strategico. E in un ordine internazionale in rapido e imprevedibile mutamento, appare in tutta la sua importanza, la necessità di trovare una via per la sovranità tecnologica europea.

Queste crisi rivelano infatti come Bruxelles sia estremamente vulnerabile in settori chiave per il suo sviluppo e per il suo posizionamento internazionale, con conseguenze dirette sulla sua economia e sulla sicurezza dei suoi stati membri. Non avendo ancora infatti sviluppato una strategia industriale sufficiente a garantirsi un’autonomia strategica, l’UE è in balia delle crisi, della competizione tecnologica ed economica tra potenze terze. L’effetto domino che l’UE rischia di subire va dalle limitazioni all’accesso alla componentistica tecnologica che può minare l’innovazione industriale in settori chiave (cyber, difesa, spazio, tra le altre), ai costi più alti che le imprese europee si trovano a pagare, fino al rallentamento o allo stop della produzione.

Alla luce di tutto questo è chiaro che l’UE debba ripensare il proprio modello di approvvigionamento tecnologico, riconfigurando la supply chain, privilegiando la diversificazione delle fonti – attraverso un approccio di de-risking – e la localizzazione di tecnologie chiave al suo interno, semplificando il sistema burocratico di Bruxelles e trovando il modo di attirare investimenti privati. Emerge anche la necessità di ripensare in maniera strutturata il meccanismo di approvvigionamento con attori terzi, rilocalizzando un segmento della catena di approvvigionamento in paesi alleati, che condividono il sistema di valori e l’allenamento geopolitico (friendshoring), come Stati Uniti, Giappone o India, che possono garantire forniture stabili, riducendo al minimo l’esposizione del sistema produttivo europeo alle rappresaglie economiche dei paesi rivali.

Le tecnologie emergenti stanno ridisegnando la distribuzione del potere nel sistema internazionale, come scrive, tra gli altri Joseph Nye nel suo “The Future of Power”, e i futuri equilibri probabilmente si misureranno sulla capacità di sfruttare il patrimonio di opportunità derivante dai progressi tecnologici. Così come le potenze si sono storicamente affermate grazie alle risorse e allo sfruttamento della geografia, il futuro sarà probabilmente di chi saprà innovare, attrarre talenti e adattarsi ai cambiamenti tecnologici. La sovranità e l’egemonia ora dipendono sempre più dal controllo della tecnologia e dell’informazione, piuttosto che dalla forza militare tradizionale. Pertanto, la capacità tecnologica è diventata il nuovo barometro del potere globale, tracciando nuove linee geopolitiche e ridefinendo l’equilibrio internazionale. La corsa alla supremazia tecnologica definirà le nuove gerarchie di potere, e se l’UE rimarrà in balia della sua interdipendenza, senza una chiara visione strategica, e non investirà in una profonda riforma del suo comparto tecnologico e industriale, attraendo talenti e investimenti, rischia di perdere un momentum storico irripetibile, almeno per i prossimi decenni.

In questo contesto, l’Italia, con la sua tradizione industriale e manifatturiera, ha l’opportunità di posizionarsi come un hub tecnologico di rilievo all’interno dell’UE. All’inizio del mese di ottobre 2024, Microsoft ha annunciato che investirà 4,3 miliardi di euro in Italia per potenziare le infrastrutture di intelligenza artificiale e cloud. Ciò è indubbiamente un’opportunità, ma solo se l’Italia sarà in grado di sviluppare un ecosistema in grado di sostenere l’innovazione e trattenere i talenti, riducendo il brain drain che la affligge, specialmente in un contesto industriale costruito attorno a micro, piccole e medie imprese e dove non risulta un profondo impiego di tecnologie AI-driven.

Così come l’UE rischia di perdere un momentum storico irripetibile, anche l’Italia deve affrontare un bivio cruciale: o investe nel proprio capitale umano e nella modernizzazione del suo comparto industriale e tecnologico, o rischia di diventare sempre più dipendente da attori esterni, marginalizzando definitivamente il proprio ruolo nel contesto europeo.


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