Disegnare anche solo i contorni di ciò che, a partire dal gennaio del prossimo anno, saranno i rapporti tra gli Stati Uniti del neoeletto Donald Trump e la Repubblica Popolare Cinese è impresa ardua, sia per la complessità e ampiezza dei temi di confronto tra i due Paesi che per l’imprevedibilità connaturata alle contingenze del rapporto fra le due cosiddette grandi potenze. Eppure, può essere d’aiuto cercare, a partire da ciò che abbiamo imparato dalla precedente amministrazione Trump, una chiave di lettura che possa orientare l’analisi dei rapporti sino-statunitensi nei prossimi quattro anni di presidenza repubblicana.
Come noto, non sarà la prima edizione del romanzo “Trump-Xi”, bensì un sequel della turbolenta convivenza iniziata nel 2016 e sospesa, con l’elezione di Biden, nel 2020. Cifra caratterizzante del primo quadriennio Trump è stata la guerra commerciale iniziata dal presidente americano con lo scopo di colpire, in barba ai principi neoliberisti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’export cinese verso gli Stati Uniti. Nonostante la conclusione di questa fase estremamente conflittuale nel 2020 con un accordo orientato al riequilibrio della bilancia commerciale tra i due Paesi, con lo scoppio della pandemia da Covid-19 Trump ha trovato spunti per mantenere feroci i toni della propria “China policy”, definendo il Covid un “virus cinese” e generando così un’ondata di razzismo anticinese negli Stati Uniti.
Eppure, nonostante un precedente poco roseo, la Cina ritrova, dall’altra parte del Pacifico, un volto noto, ai cui goffi ma calcolati linguaggi la diplomazia cinese sa già come reagire in chiave strategica, sfruttando le opportunità aperte dall’apparente impulsività di un presidente sui generis.
Una “China policy” per l’elettorato interno
Presidente che, con tutta probabilità, si allontanerà dalla politica estera ammantata di idealismo (“democrazie contro autocrazie”) della precedente amministrazione Biden per promuovere un approccio formalmente orientato alla tutela dei soli interessi del “popolo americano”, in una contorsione isolazionista di una politica imperiale “a basso costo” che punti alla risoluzione anche sommaria purché rapida dei conflitti (tra cui la guerra in Ucraina) e alla coercizione dei rivali con l’uso o la minaccia di una forza brutale ma mirata (si veda l’omicidio extragiudiziale del generale iraniano Soleimani).
La promozione del primato americano, tuttavia, dovrà fare i conti con la spendibilità interna delle policy estere, in particolare di quelle afferenti al dossier cinese. Il rafforzamento della presenza nell’Indopacifico e dei rapporti con gli alleati asiatici, in altre parole, saranno obiettivi da perseguire anche con un occhio alla “coreografia” domestica, così da soddisfare gli appetiti leaderistici dell’elettorato anche a costo di compromettere la razionalità delle politiche e la coerenza dell’approccio alla Cina della nuova amministrazione. Questo, esattamente come accaduto con la “trade war” e le ipotesi accusatorie rispetto alla diffusione del Covid, aggiunge uno strato di imprevedibilità ai rapporti sino-americani, come già accennato parte integrante dell’approccio della Casa Bianca. Al contrario, l’imprevedibilità dettata da fattori di instabilità esterni, su tutti la guerra in Ucraina, su cui Trump si è speso molto, potrebbe condizionare i rapporti indipendentemente dalla volontà degli attori.
Una cooperazione difficile
Né l’imprevedibilità attualmente connaturata al sistema internazionale e climatico potrà essere incanalata attraverso gli argini delle architetture multilaterali globali. Su tutti, la probabile uscita dagli accordi sul clima di Parigi, già effettuata durante il precedente mandato, va letta non solo alla luce del discorso populista e negazionista sulla crisi climatica, ma anche come una misura anticinese: per Trump, infatti, la Cina è solita “barare” rispetto agli obblighi a cui formalmente si sottopone, compresi quelli sulle emissioni di CO2 che, anzi, sfrutterebbe per aumentare il gap economico con gli Stati “rispettosi” dei trattati. Si prospetta dunque la fine della seppur timida cooperazione sul clima avviata dall’amministrazione Biden.
Altrettanto rilevante potrebbe essere la realizzazione, tutt’altro che scontata, della promessa elettorale di Trump di portare i dazi sui beni cinesi al 60%. Assumendo che una tale politica possa essere effettivamente messa in atto con conseguenze negative accettabili per gli Stati Uniti, l’impatto sull’economia cinese potrebbe essere devastante, considerando che la Cina non gode più della resilienza economica dell’era pre-pandemica, quando, appunto, il sistema cinese fu in grado di reagire elasticamente alle politiche protezioniste dello stesso Trump.
Eppure, nonostante tali premesse, Xi Jinping ha formalmente definito Trump “un amico” e ha individuato nella nuova presidenza l’opportunità per “trovare la giusta via” verso la coesistenza. Al netto dell’improbabile amicizia tra i due leader, la Cina conta di trovare reali opportunità di politica estera nelle fratture che un presidente tanto divisivo aprirà. In primo luogo, la scommessa di Pechino è sull’indebolimento delle alleanze statunitensi indotto dalla postura internazionale “introversa” del repubblicano e dal maggiore impegno richiesto agli alleati e da questi, spera Xi, mal digerito. In altri termini, potrebbe aprirsi uno scenario in cui Unione Europea e alleati asiatici tornino a guardare almeno parzialmente alla Cina per trovare le opportunità di cooperazione troncate da Trump. La stessa logica verrebbe magnificata da una risposta negativa del Sud globale alla nuova presidenza: all’interno del framework BRICS, la Cina troverebbe terreno fertile per consolidare la propria posizione di alternativa agli Stati Uniti per tanti Paesi irritati dall’unilateralismo di Washington.
Sarà, inoltre, importante analizzare le nomine del presidente eletto per i ruoli chiave della nuova amministrazione in ambito di politica estera. Il recente annuncio da parte di Trump di non voler invitare Mike Pompeo e Nikki Haley a far parte della propria amministrazione potrebbe far pensare ad un tentativo di rassicurare Pechino: i due sono, infatti, noti per le posizioni aggressive (“hawkish”) tenute nei confronti della Cina quando in carica tra 2016 e 2020. Tuttavia, non mancano tra le fila repubblicane nomi “caldi” altrettanto intransigenti. Resta il fatto che la scelta di volti nuovi potrebbe essere un tentativo di riformulare le regole d’ingaggio, anche senza abbassare l’intensità della competizione.
Un puzzle strategico
Pochi esempi qui citati bastano per comprendere quanto articolata sarà la relazione tra Cina e Stati Uniti con la riedizione della presidenza Trump. I punti di confronto sono molteplici e, per quanto i vari dossier siano tra loro inscindibili, non è improbabile che entrambe le parti si dimostrino flessibili nel loro approccio, compensando spazi strutturali di conflitto con atteggiamenti strategici più cooperativi. In questo senso, non dovrà sorprendere un certo grado di apparente incoerenza delle diverse interazioni, in quanto, innanzitutto, né Cina né Stati Uniti sono attori monolitici e, in secondo luogo, temi diversi possono richiedere, nelle rispettive visioni, metodi specifici, calibrati in funzione dell’attrito atteso e della spendibilità interna. Rispetto alla sempre cruciale questione di Taiwan, per esempio, la Cina potrebbe far leva sulla scarsa presa di questo dossier sull’elettorato trumpiano per ottenere delle concessioni, anche se di relativa e transitoria entità.
Permangono poi dei fattori largamente indipendenti dai risultati elettorali: impossibile, su tutti, pensare a qualche forma di reale disimpegno americano dall’Indopacifico, un quadrante la cui importanza è ormai incisa nella cultura strategica statunitense, nelle strutture di governance della politica estera e nella concezione del mondo della burocrazia di Washington. Non va però escluso che si possa assistere ad un certo grado di innovazione rispetto ai metodi utilizzati dagli Stati Uniti e dal vecchio-nuovo presidente nella gestione del confronto, inevitabile per qualunque amministrazione, con la Cina.

