La commercializzazione delle risorse idriche genera conflitti tra industrie e comunità locali, soprattutto nelle aree dove la scarsità d’acqua è aggravata dalle attività economiche. In Messico, le comunità indigene e rurali si oppongono alla privatizzazione dell’acqua, chiedendo il riconoscimento dei diritti di proprietà per proteggerla dagli impatti delle grandi corporazioni e dal sovrasfruttamento ed inquinamento che causano.
Un caso emblematico è rappresentato dalla città di San Cristóbal de Las Casas, nello stato del Chiapas. Sebbene questa regione sia tra le più ricche di precipitazioni, meno della metà della popolazione ha accesso continuo all’acqua. A causa della mancanza di informazioni, delle difficoltà economiche e dell’accesso limitato alle risorse idriche, i gruppi indigeni – ovvero i più colpiti – ricorrono all’acquisto di bevande industriali, tra cui la Coca-Cola, che è la più diffusa.
La privatizzazione di risorse vitali come l’acqua le trasforma in beni commerciabili, soggetti alle dinamiche del mercato. In tal modo, questa pratica costituisce una violazione del diritto all’acqua, in particolare per i popoli indigeni, come nel caso qui analizzato.
IL CONTESTO TERRITORIALE E LEGISLATIVO
Nonostante il Chiapas sia ricco di risorse naturali e culturali, occupa una posizione di rilievo in termini di marginalizzazione, povertà e difficoltà di accesso all’acqua a causa di un’inadeguata gestione del territorio. La città di San Cristóbal de las Casas, situata nel cuore della regione montuosa dello stato, a partire dagli anni ’90 ha vissuto una rapida espansione. Le controversie sull’appropriazione di terre e acque tra attori rurali, urbani e industriali hanno messo sotto forte pressione le risorse locali. La valle, un tempo paludosa e ricca di acquitrini, è stata drenata per favorire l’urbanizzazione e, già nel 2000, l’area urbana copriva il 98,81% della sua superficie. All’esaurimento delle risorse idriche superficiali, si è aggiunto lo sfruttamento della falda acquifera per supportare l’industria delle bevande, con l’approvazione dell’autorità federale CONAGUA, ovvero l’agenzia responsabile della gestione e tutela delle acque in Messico. La legge nazionale sulle acque, infatti, consente la concessione di risorse idriche ad attori privati, ma non è sempre stato così. L’articolo 27 della Costituzione messicana (1917) tutela il diritto all’acqua come parte del diritto territoriale. Originariamente pensato per smantellare gli imperi terrieri, garantisce anche i diritti dei popoli indigeni sulla terra e sull’acqua, come parte del loro diritto all’autodeterminazione. Solo con il consenso della comunità, lo Stato può concedere questi diritti a terzi, compresi i privati. Tuttavia, le politiche economiche della seconda metà del XX secolo non hanno rispettato pienamente questo principio. A partire dagli anni ’80, il Messico ha avviato un processo di liberalizzazione che nel 1992 ha incluso il settore idrico con l’introduzione della Legge Nazionale sulle Acque. Nel 1994, la riforma neoliberale è stata rafforzata dalla firma del NAFTA, un trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. La scarsa regolamentazione sullo sfruttamento delle risorse naturali ha accelerato l’estrazione, dando accesso alle risorse idriche e territoriali agli investimenti esteri.
Di pari importanza è la questione legata all‘inquinamento: nel bacino di San Cristóbal operano due piccoli impianti di depurazione, che trattano circa il 2% delle acque, mentre il restante 98% è contaminato e viene riversato nei canali della città a un tasso di 500 litri al secondo. Gli scarichi sono costituiti da acque reflue di origine domestica e industriale, principalmente.
L’IMPATTO DELLO STABILIMENTO COCA-COLA
In questo contesto si inserisce la Coca-Cola Company (CCC). Nel 1980, il Gruppo FEMSA, detentore dei diritti di imbottigliamento di Coca-Cola in Messico e già in stretto legame con il potere politico ed economico, ha avviato la costruzione di uno stabilimento a San Cristóbal. Nel 2000, questo era l’unico fornitore in tutto lo stato e in soli cinque anni, per far fronte all’aumento della domanda, la produzione ha registrato un incremento del 533% del volume rispetto all’inizio.
Oggi, lo stabilimento estrae acqua da due pozzi profondi concessi dalla CONAGUA. Dal 1995, FEMSA ha estratto mediamente 419,7 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (equivalenti a 1,2 milioni di litri al giorno). L’acqua viene fornita all’industria quasi gratuitamente: negli ultimi anni, il pagamento annuale per i diritti d’acqua alla CONAGUA ha rappresentato solo lo 0,7% circa delle vendite annuali.
Parlando dell’impatto ambientale, l’estrazione ha causato un drastico abbassamento dei livelli di canali, ruscelli, pozzi e sorgenti nelle aree circostanti: esiste il serio rischio che lo sfruttamento della falda acquifera superi la sua capacità di ricarica naturale, con danni irreversibili. Inoltre, gli scarichi della produzione vengono riversati nei canali della città senza alcun trattamento preventivo, mentre la linea di produzione di bottiglie non restituibili (PET) dello stabilimento genera più di 2.000 tonnellate di rifiuti plastici all’anno, che né l’azienda né le autorità ambientali provvedono a raccogliere o smaltire correttamente.
LE CONSEGUENZE SUI CITTADINI
Come accennato precedentemente, fin dai primi anni di attività, la produzione dell’impianto industriale ha registrato una crescita esponenziale, così come il consumo della bevanda. I fattori alla base di tale successo vanno ricercati nella strategia commerciale implementata dalla compagnia.
La regione analizzata vanta un ricco patrimonio di bevande fermentate, di grande valore spirituale e ancestrale, ma queste sono state progressivamente sostituite da prodotti industriali, in particolare dalla Coca-Cola. Il fenomeno ha radici nella prima metà del XX secolo, quando l’abuso di alcol spinse i leader religiosi a promuovere bibite analcoliche al posto dei liquori, creando legami con giganti come Coca-Cola e PepsiCo. L’azienda ha saputo sfruttare la situazione di disagio sociale, presentando le bevande analcoliche come salutari alternative all’alcol. Oggi, nelle comunità indigene, la Coca-Cola è spesso consumata come alimento base durante celebrazioni religiose e civili e l’azienda continua a mettere in atto una strategia di marketing aggressiva, esercitando forti pressioni sul personale di vendita. Inoltre, propone i suoi prodotti a prezzi ridotti (fino al 30%) nelle aree indigene, rendendoli più economici dell’acqua.
L’approvvigionamento delle risorse idriche da parte dell’industria riduce la disponibilità per i cittadini e comunità indigene, che un tempo attingevano liberamente acqua dai pozzi e dalle sorgenti, si trovano in difficoltà nell’accedere alla risorsa. La maggior parte dei quartieri della città, in particolare quelli vicini all’impianto della Coca-Cola e quelli periferici, è costretta a comprare acqua a prezzi elevati, nonostante la condizione di povertà. É la stessa CCC a costituire uno dei principali rivenditori di acqua in bottiglia, agevolando, il più delle volte, l’acquisto della soda invece che dell’acqua stessa.
Chiapas e San Cristóbal detengono il primato mondiale per consumo di Coca-Cola, con una media di 2,2 litri pro capite al giorno, 32 volte superiore alla media globale. Questo fenomeno ha gravi ripercussioni sulla salute, con il diabete che rappresenta una delle principali cause di mortalità in Messico. In risposta, l’azienda ha orientato la sua pubblicità verso l’idea che la soda faccia parte di uno stile di vita sano (presentandola come fonte di idratazione) e ha diversificato la propria offerta, includendo succhi di frutta e acque in bottiglia.
UN NUOVO APPROCCIO ALLA GESTIONE DELLE RISORSE
La presenza della fabbrica non è apprezzata dalla maggior parte della popolazione, che da anni porta avanti istanze di cambiamento democratico. Tuttavia, CONAGUA sostiene che, essendo la falda acquifera di San Cristóbal sotto-sfruttata geoidrologicamente, non ci sono basi legali per revocare i titoli concessi. FEMSA, il gruppo che gestisce Coca-Cola, non solo vende bevande, ma possiede anche attività nei settori bancario, carburanti, assicurazioni e la catena di alimentari OXXO, presente in tutta l’America Centrale e Meridionale. È grazie alla sua posizione dominante che FEMSA è riuscita ad ottenere tali concessioni, le quali, data la sua influenza, difficilmente verranno revocate. La mercificazione delle risorse ha evidenziato l’inefficienza di un sistema che confonde gli interessi pubblici con quelli privati, compromettendo la gestione equa delle risorse naturali.
Ma, sebbene il quadro normativo messicano in materia di risorse idriche è stato sino ad ora fragile, il risultato delle recenti elezioni potrebbero costituire un punto di svolta. La neo-eletta presidente Claudia Sheinbaum, con le sue posizioni progressiste sulla conservazione ambientale, ha suscitato nuove speranze tra i cittadini: da sindaca di Città del Messico, aveva già implementato politiche ambientali con un focus particolare sull’acqua. Il nuovo Piano Idrico Nazionale si concentra su tre priorità: promuovere tecnologie e infrastrutture efficienti, rafforzare le competenze della CONAGUA, e contrastare il sovrasfruttamento delle risorse, con particolare attenzione all’approvvigionamento illecito da parte delle industrie. Tuttavia, non sembrano esserci ancora iniziative concrete per coinvolgere le comunità indigene. Nel corso del nuovo millennio, l’attivismo e la consapevolezza di queste ultime sono cresciuti notevolmente, ma le istituzioni continuano a sottovalutare il loro potenziale nella gestione delle risorse e le loro richieste di partecipazione attiva. Concedendo maggiore autonomia alle realtà locali, che vedono i popoli originari come protagonisti, e valorizzando i loro saperi ancestrali, fondati sul rispetto della natura e su un uso responsabile delle risorse, si potrebbero sviluppare pratiche più efficienti e sostenibili che beneficino prioritariamente i cittadini e l’ambiente.

