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19/02/2025
Africa Subsahariana

L’ECO REGIONALE DELLA CRISI CONGOLESE

di Jacopo Marzano

Crocevia di strategie geopolitiche internazionali, terreno di scontri economici regionali e luogo di lotta per il mantenimento della sovranità nazionale: lo scenario bellico in Congo riguarda il continente africano e preoccupa l’Europa. L’importanza della stabilizzazione è stata sottolineata dal Summit del 7 e dell’8 febbraio in Tanzania, durante il quale è stato richiesto un cessate il fuoco immediato, per il momento non rispettato. Ma quali sono gli interessi dietro alla crisi congolese?

Crocevia di strategie geopolitiche internazionali, terreno di scontri economici regionali e luogo di lotta per il mantenimento della sovranità nazionale: lo scenario bellico in Congo riguarda il continente africano e preoccupa l’Europa. L’importanza della stabilizzazione è stata sottolineata dal Summit del 7 e dell’8 febbraio in Tanzania, durante il quale è stato richiesto un cessate il fuoco immediato, per il momento non rispettato. Ma quali sono gli interessi dietro alla crisi congolese?

Il contesto 

La caduta di Goma del 27 gennaio per mano dell’M23, non rappresenta la prima incursione dei ribelli del Movimento 23 marzo nella Capitale della provincia di Kivu, nel Nord della Repubblica Democratica del Congo, già oggetto di attacco ed occupazione nel 2012. L’attuale scenario di instabilità è il risultato un climax politico e bellico di lunga durata, che deve il raggiungimento del suo apice ad una pluralità di dinamiche nazionali, regionali ed internazionali e che conta oggi tra i due ed i tre milioni di sfollati, in preda delle varie milizie operative nel territorio. Il tutto sotto lo sguardo dell’ONU, presente nella regione con la missione di peacekeeping MONUSCO, attiva dal 2000.

La Provincia del Nord di Kivu, ormai in mano alle forze ruandesi e dell’M23, è divenuta base per l’addestramento ed il coordinamento logistico delle truppe ribelli pronte ad avanzare nel Sud della regione, verso Bukavu, e puntando Kinshasa, già teatro di saccheggi ed attacchi alle ambasciate di Francia, Belgio, Usa, Uganda, Kenya e Ruanda, ritenuti i principali responsabili per il crescente scenario di instabilità nella nazione.  Con il supporto di truppe ruandesi, il cui numero si attesta intorno ai quattromila elementi, le forze ribelli hanno iniziato ad utilizzare il Nord del Kivu anche come punto di partenza per l’esportazione diretta di minerali verso Kigali, storicamente legato alla Repubblica Democratica del Congo in seguito al genocidio del 1994 e alla fuga, proprio in territorio congolese, dei suoi responsabili.

Il bottino di guerra 

Mascherate sottoforma di intervento per la difesa dei tutsi (etnia oggetto del genocidio in Ruanda, che nel 1994 causò circa un milione di morti in cento soli giorni),  le operazioni del Movimento 23 marzo, fondato nel 2012 da un gruppo di soldati del disfatto Congrès National puor la Dèfense du Peuple (CNDP), hanno in realtà obiettivi molto differenti da quelli etnici o ideologici. 

Il sottosuolo della Repubblica Democratica del Congo è ricco di minerali, molti dei quali estratti ancora artigianalmente.  Il bottino di guerra è dunque costituito dal fattore economico, dal valore potenziale di 23mila miliardi di dollari e rintracciabile nell’enorme ricchezza mineraria della regione, in particolare nell’est, che rimane una delle principali fonti di approvvigionamento di coltan (il cui 80% circa delle riserve mondiali è stanziato in territorio congolese), cobalto, tantalio e litio. Alla base della transizione energetica e tecnologica, questi minerali, componenti fondamentali per lo sviluppo di sistemi di comunicazione e per la fabbricazione di telecamere, apparecchiature elettroniche e cellulari, insieme a molti altri dispositivi elettronici ad uso militare e civile, giocano anche un ruolo strategico di prim’ordine nello scacchiere geoeconomico internazionale. 

Da qui, le ragioni del coinvolgimento di Kigali: il guadagno economico e la sicurezza delle frontiere. La RDC orientale è ricca di aree minerarie, l’M23 controlla e gestisce il contrabbando di minerali verso il Ruanda per finanziare le sue operazioni. Proveniente dalla regione del Kivu, oggi sotto il controllo delle forze antigovernative, il Ruanda è diventato un importante esportatore di coltan, nonostante non abbia sufficienti riserve proprie

Gli interessi in gioco

Sull’asse europeo, contenuto all’interno del Global Gateway, l’accordo tra Bruxelles e Kigali sulla fornitura sostenibile di materia prime verso l’Ue, stabilisce fondi per oltre novecento milioni di euro destinati verso il Ruanda, che solamente dal 2022 al 2023 aveva aumentato l’esportazione di minerali da 772 milioni ad oltre 1.1 miliardi di dollari. 

Per quanto concerne il settore energetico, la stabilità della Repubblica Democratica del Congo interessa anche le strategie di Mosca per l’espansione della propria sfera di influenza geopolitica in Africa. Infatti, dal giugno 2024, ZNGS e Lukoil, colossi russi per la costruzione di condutture e per il petrolio, hanno formalizzato e strutturato la propria volontà di investire per la cooperazione russo-congolese sulla produzione petrolifera, con l’obiettivo di rendere il Congo uno dei principali hub energetici in Africa centrale. 

L’utilizzo di droni ed armi cinesi da parte dell’M23, inoltre, evidenzia la convergenza di interessi internazionali antinomici in atto. Sono i siti minerari per l’estrazione del cobalto, questa volta, a causare lo scontro tra Stati Uniti e Cina in territorio congolese, con il passaggio della maggior parte di questi dalle mani di Washington a quelle di Pechino, tramite ingenti investimenti cinesi nell’area.

Conclusioni 

Dalle prossime operazioni belliche e dall’efficacia dell’avanzata ribelle oltre ai confini della regione di Kivu, dipenderanno la solidità del governo di Kinshasa e la sicurezza della popolazione locale. Oltre alle implicazioni economiche, L’eco della crisi congolese rischia di svilupparsi per l’intera regione dei grandi laghi, con implicazioni che potrebbero segnare, nuovamente, l’integrità e la stabilità politica del continente africano, producendo nuove potenziali crisi migratorie e militari dirette verso il Mediterraneo. 

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