Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
14/05/2026
Africa Subsahariana, Difesa, Relazioni Internazionali

Etiopia: una guerra mai conclusa, tra rivalità regionali e milizie interne

di Francesco Scalise

La fragile stabilità raggiunta in Etiopia dopo la fine della guerra del Tigray nel novembre 2022 appare oggi sempre più compromessa. A oltre tre anni dalla firma dell’accordo di Pretoria, segnali di riarmo, mobilitazione militare e nuovi scontri indicano che il conflitto non è mai stato realmente risolto. La ripresa delle ostilità non rappresenta soltanto una crisi interna, ma il possibile innesco di una destabilizzazione regionale più ampia.

Le fragilità del post-Pretoria

L’accordo di Pretoria del novembre 2022, mediato dall’Unione Africana, aveva posto formalmente fine a un conflitto che secondo stime ufficiali ha causato circa 600.000 vittime.

Tuttavia, l’intesa si è rivelata fin da subito incompleta, soprattutto per l’esclusione di attori chiave come l’Eritrea e le milizie amhara.

La mancata risoluzione delle dispute territoriali nel Tigray occidentale continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità. Le aree occupate durante il conflitto dalle forze amhara restano contese, alimentando tensioni tra il governo federale e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). In questo contesto, la proposta dell’ente elettorale etiope di gestire le future consultazioni nelle aree contese al di fuori della giurisdizione sia del Tigray che dell’Amhara ha ulteriormente aggravato il clima di tensione.

A ciò si aggiungono il problema del disarmo incompleto e delle profonde divisioni interne al TPLF, che indeboliscono la capacità di controllo politico e militare nella regione. Gli scontri registrati nelle aree settentrionali del Tigray, insieme all’uso di droni e alla mobilitazione delle truppe, confermano come il cessate il fuoco sia ormai sempre più fragile.

In questo contesto si sviluppa anche una grave crisi umanitaria, dove fino all’80% della popolazione del Tigray necessita di assistenza, mentre il sistema sanitario resta sotto pressione anche a causa della riduzione degli aiuti internazionali. In tale contesto, anche episodi localizzati di violenza – come i recenti attacchi con droni – assumono un significato sistemico, contribuendo a riaccendere il conflitto.

Il ruolo destabilizzante delle milizie interne

Un elemento cruciale nell’analisi della crisi etiope è rappresentato dalle milizie etniche e regionali, la cui influenza rende il quadro politico e militare particolarmente instabile. Tra queste, spiccano soprattutto le Tigray Defense Forces (TDF), le milizie amhara Fano e i gruppi armati presenti in Oromia, ognuno con dinamiche interne e obiettivi specifici che complicano l’azione del governo federale.

Le milizie interne non sono semplicemente strumenti di guerra, ma attori strategici che condizionano le dinamiche politiche, militari e geopolitiche. La loro esistenza rende ogni pace fragile, ogni negoziato complesso e ogni escalation più probabile.

Le TDF, legate al Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), mantengono un controllo significativo sul Tigray occidentale e sulle aree contese con Amhara. Nonostante l’accordo di Pretoria, persistono tensioni legate al disarmo incompleto e alle divisioni interne al TPLF:

Pur in assenza di correnti formalmente organizzate, si osservano differenze tra la leadership politica favorevole alla cooperazione con il governo federale, settori militari più orientati a una linea dura e attori locali con priorità legate alla sicurezza territoriale. Queste fratture aumentano il rischio di azioni autonome delle milizie, che possono innescare rapide escalation.

Le milizie amhara Fano, radicate nella regione Amhara, rappresentano un altro fattore di instabilità. Questi gruppi, nati come milizie di autodifesa e ora fortemente politicizzati, rivendicano territori contesi nel Tigray occidentale e mantengono legami sospetti con attori esterni come l’Eritrea, secondo le accuse di Addis Abeba. L’esistenza di queste milizie riduce il controllo centralizzato del governo etiope, limitando la capacità di pianificare e gestire eventuali operazioni militari coordinate.

In Oromia, le insorgenze etniche aggiungono un ulteriore livello di complessità. Le milizie locali, spesso legate a conflitti storici e rivendicazioni territoriali, ostacolano interventi federali e contribuiscono a un clima di insicurezza generalizzata. La combinazione di milizie tigrine, amhara e oromo crea un mosaico militare frammentato, dove le alleanze e le ostilità possono cambiare rapidamente, trasformando anche scontri locali in conflitti sistemici.

Dal punto di vista geopolitico, la presenza di milizie autonome ha un duplice effetto. Da un lato, rende il Tigray un campo di pressione interna, dove anche piccoli scontri possono avere conseguenze diffuse.

Dall’altro, offre a attori esterni come Eritrea, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o Turchia, opportunità per esercitare influenza indiretta, sostenendo o mediando tra le fazioni. Le iniziative di questi attori hanno l’obiettivo di consolidare i propri interessi nella regione del Mar Rosso e nel Corno d’Africa.

La stabilità dell’Etiopia non può essere assicurata senza affrontare la realtà di queste forze armate etniche e regionali, la cui autonomia e capacità di iniziativa rappresentano uno dei principali ostacoli alla pace duratura nel paese.

La regionalizzazione del conflitto: Eritrea e Mar Rosso

La crisi etiope non può essere compresa senza considerare la sua dimensione regionale.

A partire dalla fine del conflitto nel Tigray nel novembre 2022, con l’accordo di Pretoria, e in particolare nel corso del 2023 e del 2024, le relazioni tra Etiopia ed Eritrea si sono progressivamente deteriorate. In questo periodo, Addis Abeba ha accusato Asmara di sostenere gruppi armati operanti sul proprio territorio e di mantenere una presenza militare nelle aree di confine, alimentando nuove tensioni bilaterali.

Al centro delle tensioni vi è la questione dell’accesso al mare. L’Etiopia, priva di sbocco sul Mar Rosso dal 1993, considera strategico l’accesso al porto di Assab, mentre l’Eritrea interpreta tali rivendicazioni come una minaccia diretta alla propria sovranità. Questa dinamica trasforma una necessità economica in un potenziale casus belli.

La crisi si inserisce inoltre in un contesto regionale già fortemente instabile. In Sudan, Etiopia ed Eritrea sostengono schieramenti opposti, aumentando il rischio di una interconnessione dei conflitti. Allo stesso tempo, il Corno d’Africa è teatro della competizione tra potenze del Golfo, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti impegnati a consolidare la propria influenza strategica.

Competizione internazionale e rischio sistemico

La crescente attenzione internazionale verso Addis Abeba riflette l’importanza strategica del Corno d’Africa, oggi ulteriormente amplificata dal conflitto in corso nel Golfo che vede coinvolti Iran, Israele e Stati Uniti.

In particolare, l’escalation tra questi attori ha effetti diretti sulla regione del Mar Rosso, dove il coinvolgimento di attori indiretti legati a Teheran – come i gruppi armati nello Yemen – ha portato a attacchi contro rotte marittime strategiche e infrastrutture energetiche, aumentando i costi del commercio globale e deviando parte del traffico verso corridoi alternativi.
Questo spostamento di attenzione strategica rende il controllo e la stabilità del Mar Rosso e delle aree limitrofe, incluso il Corno d’Africa, un obiettivo prioritario per le potenze coinvolte. In tale contesto, l’Etiopia assume un crescente valore logistico e politico in una regione chiave per la sicurezza delle rotte commerciali.

Negli ultimi mesi, attori come Israele, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno intensificato i contatti con Addis Abeba, nel tentativo di consolidare la propria influenza in una regione sempre più interconnessa con le dinamiche del Golfo. La competizione tra queste potenze si intreccia con la contrapposizione con l’Iran, che attraverso attori indiretti può proiettare instabilità dal Golfo fino al Mar Rosso, influenzando indirettamente anche il Corno d’Africa.

Questa dinamica contribuisce a trasformare l’Etiopia in un terreno di competizione geopolitica indiretta, dove interessi esterni si sovrappongono alle fragilità interne:In particolare, la polarizzazione legata al confronto tra Iran e blocco israelo-statunitense tende a riflettersi anche nelle relazioni regionali, spingendo gli attori del Corno d’Africa a posizionarsi – esplicitamente o implicitamente – lungo queste linee di frattura.
Il rischio principale è che tale allineamento esterno rafforzi divisioni interne e incentivi il sostegno indiretto a diversi attori locali, aumentando la frammentazione del panorama politico-militare etiope. In questo senso, la convergenza tra crisi interna e competizione internazionale può trasformare l’Etiopia in un nodo di crisi sistemica, in cui dinamiche locali e rivalità globali si alimentano reciprocamente.

Gli Autori