Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
12/03/2025
Africa Subsahariana

Le mani sulle miniere: Rwanda ed M23.

di Sandrino Luigi Marra

L’attuale offensiva del gruppo M23 sostenuto dal Rwanda può essere vista alla luce della trentennale faida tra milizie e governo congolese, come una azione volta a non perdere il mercato dei minerali presenti nell’area del Nord Kivu, dove Goma è idealmente ed economicamente il punto geografico di maggior interesse. Posta al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda è stata già dagli anni cinquanta del XX secolo luogo di rifugio per i Tutsi durante le due faide interne contro questi e ancor più nel 1994 durante e dopo il genocidio. Ciò è anche in parte divenuta la giustificazione per azioni paramilitari da parte del gruppo M23 e della milizia Tutsi Banyamulenge. Ma oggi altri interessi sono in gioco.

L’attuale offensiva del gruppo M23 sostenuto dal Rwanda può essere vista alla luce della trentennale faida tra milizie e governo congolese, come una azione volta a non perdere il mercato dei minerali presenti nell’area del Nord Kivu, dove Goma è idealmente ed economicamente il punto geografico di maggior interesse. Posta al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda è stata già dagli anni cinquanta del XX secolo luogo di rifugio per i Tutsi durante le due faide interne contro questi e ancor più nel 1994 durante e dopo il genocidio. Ciò è anche in parte divenuta la giustificazione per azioni paramilitari da parte del gruppo M23 e della milizia Tutsi Banyamulenge. Ma oggi altri interessi sono in gioco.


Goma
situata nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, sulla riva settentrionale del Lago Kivu a poca distanza dalla città ruandese di Gisenyi, è il capoluogo della provincia del Kivu Nord con una popolazione di 744.000 abitanti. La storia recente della città è stata dominata dalle eruzioni vulcaniche del 2002 e 2005 e dalle vicende legate al genocidio del Rwanda del 1994, che a loro volta hanno alimentato la prima e la seconda guerra del Congo, terminata nel 2003. Le conseguenze di ambedue i conflitti si sono protratte per anni. Nel 2012 per breve tempo la città fu conquistata dai ribelli dell’M23 ovvero il Movimento del 23 Marzo. Nel 1994, dopo la vittoriosa avanzata di Kagame, l’area accolse un importante numero di Hutu fuggiti dal Rwanda e spesso coinvolti nel genocidio. Oltretutto, il gruppo Hutu della FDPL (Forze Democratiche per la liberazione del Rwanda), che opera nel Kivu, persegue l’obiettivo di espellere i Tutsi Banyamulenge, rovesciare i governi di Rwanda e Burundi ed ottenere il controllo delle risorse. Ma lasciando da parte gruppi miliziani e faide varie, si potrebbe guardare oltre per comprendere quali possano essere i motivi del perdurare degli scontri che ciclicamente si ripresentano e quasi sempre con lo stesso modus operandi. La tesi che il Sociologo Fabien Lebrun difende nel suo saggio “Barbarie numèrique, une autre histoire du mond connect” in cui rivisita la rivoluzione digitale, forse ben spiega il periodico riaccendersi delle violenze nella Repubblica Democratica del Congo ed in particolare dell’area di confine del Nord Kivu. Egli afferma che il Congo è una vittima, se non la principale vittima della rivoluzione digitale: “La civiltà dello schermo è sinonimo di barbarie digitale che si manifesta in Congo con: un’economia militarizzata e una criminalità istituzionalizzata, saccheggi diffusi, lavoro forzato, stupro come arma di guerra, distruzione delle foreste e annientamento della biodiversità… Tante catastrofi che fanno del Congo una delle più grandi tragedie della storia contemporanea, un prezzo alto da pagare per un mondo connesso.”

Le risorse minerarie necessarie per la rivoluzione digitale sono distribuite in modo molto disomogeneo sul pianeta e la Repubblica Democratica del Congo è forse l’unico paese che presenta nel suo sottosuolo quasi tutti gli elementi della tavola di Mendeleev ed in particolare di terre rare in alta concentrazione che rende meno costoso il processo di estrazione. Ma la RDC è ricca anche di oro e diamanti, la cui estrazione è poco costosa data la loro presenza a pochi metri di profondità, e in particolare di Cobalto, di cui sostiene, da sola, il 70% delle forniture mondiali, il 10% del quale proviene da estrazione artigianale non formalizzata. Ciò ha ridestato per il paese il concetto di estrattivismo, praticamente scomparso e rinato venticinque anni fa durante il cosiddetto boom minerario coincidente allo sviluppo della tecnologia digitale.  Nei prossimi venti o trenta anni si estrarranno più metalli di quanti ne siano stati estratti in tutta la storia dell’umanità e la Repubblica Democratica del Congo sarà, come già è, interessata dall’estrattivismo, data l’attrattività del costo bassissimo della manodopera. Di fatto, la continua instabilità politica del paese ha fatto sì che la RDC non sia mai stata in grado di strutturare un sistema di estrazione industrializzato e strutturato che permettesse la gestione autonoma delle ricchezze del sottosuolo, andando così a favorire le società minerarie estere. La mancanza di capitali, la corruzione e l’instabilità politica hanno reso il paese dipendente in questo campo da altri attori, disperdendo così  le risorse del sottosuolo in rivoli, che vedono incrementare anche gli interessi di paesi confinanti. 

Nel 2021 il Presidente della RDC aveva firmato un accordo con l’Uganda per facilitare la costruzione di strade ed il trasporto di prodotti minerari, forestali ed agricoli. Al momento di iniziare i lavori fu proprio il gruppo M23 a sabotare la costruzione delle nuove infrastrutture con una nuova azione di guerriglia. Diversi osservatori ritengono le azioni paramilitari del 2022 da parte dell’M23 precorritrici di quelle di oggi, con il Rwanda che ha manovrato il gruppo in reazione a quegli accordi del 2021 tra RDC e l’Uganda, al fine non perdere la sua parte in questo mercato. Un’ipotesi plausibile alla luce del fatto che l’M23, nella sua avanzata verso Goma, ha rapidamente occupato la miniera di Rubaya a Rutshuru, che contiene il 15% delle riserve mondiali di Coltan. Kagame nega ogni coinvolgimento ed aiuto militare al gruppo M23. Ciò nonostante, in passato ha più volte manifestato indirettamente un interesse sull’area, sia per rivendicazioni territoriali sia per contrastare le milizie Hutu presenti nell’area, che, oltre ad essere in parte responsabili del genocidio del 1994, rappresenterebbero una minaccia per i confini del Rwanda e per l’etnia Tutsi che abita nei pressi di Goma. Le conseguenze degli scontri attuali portati avanti dalle milizie hanno come conseguenza diretta saccheggi, stupri e l’uccisione di civili, ma sembra chiaro che il conflitto si concentra in buona parte sulla conquista e sul controllo delle risorse naturali. Lo spostamento dell’M23 verso la zona meridionale del Kivu e l’occupazione della cittadina di Nyabibwe, centro minerario a meno di 50 chilometri da Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, manifesta in parte le intenzioni del gruppo. L’occupazione di Bukavu non solo significherebbe per il governo congolese una perdita significativa di territorio, con annessa perdita di molti siti minerari, ma anche il rafforzamento indiretto degli interessi economici del Rwanda stesso. 

Le motivazioni da parte del Rwanda potrebbero infine essere due: da una parte esclusivamente economiche tramite il contrabbando  di minerali, operato dall’M23, verso la frontiera rwandese. Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che la decisione dell’M23 di catturare la città mineraria di Rubaya, è “motivata da un’esigenza strategica di monopolizzare” il redditizio commercio del Coltan, necessario per telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici. Secondo il rapporto di dicembre, il gruppo ora riscuote almeno 800.000 dollari al mese dalla tassazione del Coltan e garantisce che circa 120 tonnellate dell’ambito minerale vengano inviate direttamente in Rwanda ogni quattro settimane. Il Rwanda approfitta di questa situazione per vendere i minerali come propri, aggiungendo guadagni che non potrebbe ottenere con le risorse del suo territorio. L’altra motivazione potrebbe essere di natura difensiva: l’appoggio rwandese è volto a contrastare le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (FDLR). In merito, Kagame ha recentemente espresso la sua frustrazione perché, dopo l’ascesa al potere di Tshisekedi nel 2019, il suo suggerimento di collaborare con l’esercito congolese per affrontare le FDLR è stato respinto, a differenza dell’offensiva congiunta della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda contro i ribelli islamisti delle Forze Democratiche Alleate (ADF). Quest’ultimo punto potrebbe essere il pretesto usato da Kagame per una vera e propria espansione territoriale a scapito della RDC, in un contesto di decennale instabilità dove, anche se fortemente criticato, il Rwanda rimane una autocrazia stabile, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che forniscono rispettivamente aiuti economici militari e fondi per il trasferimento di migranti. 

Gli Autori