Il 20 marzo 2025 l’Indonesia ha fatto un passo indietro nel tempo. Il Parlamento, con voto unanime, ha approvato gli emendamenti alla legge sulle forze armate nazionali (TNI), riaprendo le porte agli ufficiali militari in servizio attivo per assumere ruoli civili nel governo. Da un giorno all’altro, i risultati ottenuti a fatica dalla riforma post 1998 sembravano svanire, mentre un fantasma del passato indonesiano cominciava a riemergere: la dottrina della dwifungsi, la “doppia funzione” dell’esercito, che un tempo poneva generali e ufficiali non solo sul campo di battaglia, ma anche al timone del governo, dell’industria e della giustizia.
Per coloro che ricordano l’era del Nuovo Ordine (Orde Baru), gli echi sono inconfondibili. Il regime di Soeharto padroneggiò l’arte del radicamento militare negli affari civili, giustificandolo come una necessità per la stabilità nazionale. I militari divennero capi distretto, governatori e persino ministri. Le leggi venivano applicate sotto la minaccia delle armi e il dissenso politico veniva sepolto sotto il peso degli stivali e delle caserme. Poi arrivò la Reformasi, la grande liberazione della democrazia indonesiana, che riportò i militari nelle caserme, riaffermando il principio che il governo appartiene ai civili. Per più di due decenni, quel principio è rimasto valido, fino ad ora.
Le revisioni alla legge TNI non richiedono esplicitamente un ritorno al governo militare, ma le clausole scritte in piccolo sono eloquenti. Gli ufficiali in servizio attivo sono ora autorizzati ad assumere incarichi civili in istituzioni come l’Ufficio del Procuratore Generale, il Segretariato di Stato e le agenzie antiterrorismo e antidroga. Non si tratta di un cambiamento simbolico, ma di una ristrutturazione legale del potere. Con gli ufficiali militari integrati in queste istituzioni strategiche, il muro di separazione tra autorità civile e militare inizia a incrinarsi. Le giustificazioni sono note: efficienza, modernizzazione e sicurezza nazionale. Dietro queste giustificazioni si cela un cambiamento fondamentale nella natura del governo. Un governo in cui i soldati ricoprono posizioni civili chiave non è solo un governo con un apparato di sicurezza più forte, è un governo in cui la logica militare si insinua nella politica, in cui le strutture di comando sostituiscono la deliberazione democratica e in cui i confini tra autorità eletta e influenza militare diventano pericolosamente sfocati.
L’approvazione di questa legge non è solo una decisione amministrativa, ma anche filosofica. Solleva una questione fondamentale: chi governa l’Indonesia? Il popolo, attraverso i suoi rappresentanti eletti? O un’élite selezionata di uomini in uniforme che rispondono alla propria catena di comando? La storia ci ha insegnato che quando i militari prendono piede nel governo, raramente lo abbandonano volontariamente. Il sistema dwifungsi, che ha legittimato la presa dei militari sull’Indonesia per tre decenni, non doveva essere temporaneo. È stato intessuto nella burocrazia della nazione, nella sua economia e nella sua cultura politica.
Sotto Soeharto, il dwifungsi ha fatto sì che le forze armate fossero più che semplici difensori della nazione; erano anche amministratori, tutori della legge e una delle principali élite imprenditoriali del paese. I militari gestivano e controllavano numerose imprese statali e private, esercitando una notevole influenza sull’economia. Le imprese gestite dai militari prosperarono, la corruzione prosperò in una rete di clientelismo e il dissenso fu schiacciato con il pretesto di mantenere l’ordine. Il dominio dei militari era così completo che anche dopo la caduta di Soeharto, districare la sua influenza ha richiesto anni di riforme, emendamenti costituzionali e un incessante attivismo della società civile. Ora, con una singola mossa legislativa, stanno riemergendo le condizioni che hanno permesso il dwifungsi. Il rischio non è un colpo di stato improvviso. È piuttosto una lenta e silenziosa deriva verso il dominio militare. Si inizia con posizionamenti strategici, ufficiali in ruoli burocratici di alto rango, figure sostenute dai militari in settori economici chiave. Nel corso del tempo, il governo civile viene messo in ombra da una struttura di autorità parallela: un “doppio governo” in cui gli ufficiali militari definiscono le politiche dietro le quinte mentre i leader eletti fungono da prestanome.
I segnali sono già visibili. La nuova legge estende l’età pensionabile per gli ufficiali militari, garantendo un’influenza prolungata dei gradi più alti nel governo. Le ambiguità giuridiche sul fatto che il personale militare in ruoli civili debba essere soggetto a tribunali militari o civili aprono la porta all’impunità. Quando un ufficiale diventato burocrate viene accusato di cattiva condotta, sarà processato secondo il diritto civile o la sua uniforme lo proteggerà dalla responsabilità? Queste non sono preoccupazioni astratte; sono gli elementi costitutivi di un sistema in cui il potere diventa irresponsabile e la democrazia è ridotta a una facciata.
L’Indonesia si trova in una situazione precaria. L’approvazione di questa legge non significa un’immediata discesa verso un regime militare, ma segna l’erosione della supremazia civile. Le conseguenze si manifesteranno gradualmente, in modi che all’inizio potrebbero sembrare impercettibili. Un cambiamento di politica qui, una nomina appoggiata dai militari là. Nel tempo, l’effetto cumulativo rimodellerà l’equilibrio di potere, rendendo sempre più difficile invertire la rotta.
Gruppi della società civile e organizzazioni studentesche si stanno già mobilitando, definendo questa legge un tradimento dei principi democratici. Sono previste proteste, si stanno alzando le voci e la lotta per la responsabilità è iniziata. Ma se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che i militari non allentano volontariamente la presa una volta che si sono assicurati un posto nel governo. L’onere di resistere a questo cambiamento ricadrà sulle istituzioni democratiche dell’Indonesia, sul suo sistema giudiziario, sul suo parlamento e, cosa più importante, sul suo popolo. La risposta dipenderà dalla capacità degli indonesiani, attivisti, studiosi, politici e semplici cittadini, di riconoscere la posta in gioco e di mobilitarsi per difendere la democrazia. Solo attraverso un impegno collettivo e un’attenta vigilanza delle istituzioni democratiche si potrà evitare che il confine tra potere civile e militare diventi irrilevante, mettendo a rischio i principi fondamentali della libertà e della giustizia. L’Indonesia ha già percorso questa strada in passato. Sa dove conduce. La scelta ora è se percorrerla di nuovo.

